Il paradosso di quell’angolo lì, è che si tratta di una terra di Nessuno. Allo stesso tempo è uno degli angoli che i romani ricordano con più affetto: per lo meno quelli per cui la musica ha contato qualcosa negli ultimi trent’anni. Lì infatti sorgeva il Circolo degli Artisti e alle sue spalle (o viceversa) l’Init, luoghi di culto e crescita musicale per almeno due generazioni. Orfano di quella spinta, quel pezzettino di terra incastonato tra Pigneto, Mandrione, Villa Fiorelli e San Giovanni è tornato al suo silenzio borghese, ad essere unicamente il luogo “dove c’è lo IED”. Grazie alla visione di Luca Quartarone invece dal 2023 è anche il posto dove c’è Rhizome.
Rhizome nasce quasi quattro anni fa, ma è da tre anni che ha una sua casa fisica, in Via Nuoro 10, ed è quella che ha cambiato tutto. Arredamento e look nord-europei, accuratissima selezione di vinili, cassette, libri e oggetti, vini e birre artigianali. Ma soprattutto una postazione a regola d’arte per i dj set, in digitale e vinile, la possibilità di modulare lo spazio per ospitare (e registrare) talk e piccoli live.
Compiuti i tre anni in questo spazio Rhizome ora vuole continuare a crescere, incrementando l’offerta in tutti i sensi e inserendosi in un movimento cittadino disordinato e creativo. Abbiamo parlato di tutto questo con chi Rhizome lo ha immaginato e lo abita ogni giorno, Luca Quartarone.
Da dove nasce Rhizome?
Dalla mia smania di voler fare a tutti i costi una web radio a Roma, infatti all’inizio il progetto si chiamava Rhizome Radio. Un’idea nata da alcuni viaggi che avevo fatto e da luoghi in cui ho suonato, come The Lot Radio a New York e Kiosk Radio a Bruxelles. Ero rimasto molto colpito da queste situazioni ed era un’idea che avevo da tempo quella di avere un negozietto dove coniugare le mie varie passioni: dischi, libri, una sorta di chiosco dove fare tutto. Appena ho visto l’annuncio di questo spazio in Via Nuoro, quelle due vetrine enormi su strada mi hanno colpito profondamente, così ho provato a immaginarmi lo spazio lì. Dopo i primi mesi ho cominciato a capire che si poteva fare qualcosa di diverso piuttosto che una semplice radio, per vari motivi. Il primo è che comunque mi andava di avere uno spazio in cui essere sempre presente; viaggio molto però quando sto a Roma mi trovi sempre da Rhizome. Ho anche iniziato ad apprezzare molto i rapporti con gli artisti e le varie persone che passavano e iniziato a capire che non mi interessava avere un’alternanza serrata di set diversi, mi piaceva l’idea di dedicare una giornata intera a un singolo artista, che fosse talk, dj set, live. Dedicargli più spazio e tempo, farci due chiacchiere, un rapporto più umano rispetto al tour de force delle web radio. Nel tempo ho capito che lo spazio si riesce a gestire e modulare bene, anche per fare piccoli concerti. Insomma partito dal “classico” format dj set e telecamera fissa (che in realtà non ho mai veramente voluto) si è evoluto in fretta in altro. Non è mai stato fatto nessun evento a pagamento dentro Rhizome, è sempre stato gratuito, quindi basta che vieni e ascolti chi devi ascoltare.
E poi c’è la componente negozio, dischi, libri e altre cosette.
Sì, da settembre 2025 ho incrementato parecchio quella parte. È diventato veramente un negozio di dischi e una libreria, non un posto in cui trovi un po’ di tutto. Adesso ci sono proprio persone che vengono in orari fuori dagli eventi solo per vedere cosa abbiamo, fare dei regali o diggare. Un’altra cosa che ha reso superflua la parola radio all’interno del progetto.
Vorrei fare un ragionamento con te sul tipo di fruizione musicale che luoghi ibridi come Rhizome stanno imponendo come nuova normalità, tanto negli spazi quanto negli orari.
Per me chiudere al massimo alle nove di sera è la cosa che più caratterizza Rhizome. Lo dico al punto che se pure un giorno la faccenda dovesse ingrandirsi aprirei prima, non dopo. Io sto cercando di immaginare uno spazio a Roma che proponga talk, live, dj set in mezzo alla settimana e nel weekend, che inizino alle sette e durino una quarantina di minuti o giù di lì, poi sei a cena. Sappiamo benissimo come funziona questa città ma la premessa è che rispetto ad anni fa io sono molto più soddisfatto. Ci sono tanti spazi (mai abbastanza) e realtà che propongono cose molto belle e io nel mio piccolo provo a contribuire da questo punto di vista. L’unico problema grosso che rimane per me è questo degli orari, secondo me un temo vera e proprio e un po’ sottovalutato. Io ho raccolto dei feedback veramente positivi da quello che stiamo provando a fare, però siamo uno spazio piccolo, non vedo l’ora che qualcuno di più grande cominci a fare questa roba anche con band importanti. Chiaramente non parlo di club music, che è un mondo che mi appartiene poco, il mio riferimento è la musica dal vivo e sperimentale.
Visto che giri molto per il mondo, c’è un luogo in cui questo approccio ti sembra funzionare e una pratica veramente comune?
Non dobbiamo andare né in Giappone né in America. In tutta Europa i concerti iniziano alle otto circa, veramente. I posti che magari sono un ibrido come può essere Rhizome, lì fanno tutto prima di cena. A settembre scorso sono stato in Belgio a sentire un gruppo americano emo-indie: concerto iniziato alle sette, poco più di un’ora dopo ero già seduto a mangiare. Vale lo stesso per le poche feste più “ballerecce” che ho fatto, l’atmosfera che si respira di giorno è comunque fica come quella della notte. Non dobbiamo anche qui arrivare a parlare del Carnevale di Notting Hill o la Fete de la Musique. Per dire che quando sono stato al Fanfulla per Tropicantesimo alle due del pomeriggio comunque ero contento.
Qui arriviamo al discorso sulla nuova centralità di situazioni ibride. Se fino a qualche anno fa le forme di ascolto erano molto più rigide (c’era la sala concerti o c’era il club notturno) oggi non è più così.
Con Marta Ceccarelli abbiamo organizzato un concerto di una band che fa parte di un collettivo Belga e loro, per farti capire, avevano due tipi di rider. Uno fatto per un concerto con tutti i crismi, “classico”; l’altro per situazione simil Tiny Desk. Quindi se perfino le band hanno vari tipi di setup capisci che qualcosa effettivamente è cambiato. Le situazioni ibride possono anche essere meno impegnative per chi viene a suonare, banalmente ci si arrangia con quello che c’è. Se lo spazio è quello, quindi è chiaro che uno si deve adattare e far capire all’artista il contesto. Allo stesso tempo però paradossalmente proprio quella cornice porta il pubblico ad avere una concentrazione molto alta visto che si è in pochi, grazie all’intimità che si crea.
Stavo pensando esattamente a questa cosa e ne ho anche scritto recentemente. Mi sembra che oggi situazioni di questo tipo portino a un ascolto molto più consapevole, profondo e rispettoso piuttosto a quelle classiche dove ti fermi a parlare con venti persone, vai al bar tre volte, fumi tre sigarette perdendo metà concerto e via dicendo.
Ti dico che se ci sono dei talk o dei live molto interessanti a me non frega niente di far casino con la cassa. Dico alle persone di pagare dopo oppure di aspettare quaranta minuti e prendersi la birra quando finisce. Ma ho notato che il pubblico è anche estremamente educato, c’è una forma di emulazione positiva. Se tutti stanno zitti ad ascoltare e nessuno chiacchiera a volumi fastidiosi sbevazzando, a nessun altro viene in mente di comportarsi così.
Il che mi porta naturalmente a domandarti: chi ha frequentato Rhizome in questi anni È un discorso anche territoriale, sei in una zona particolare a cavallo tra Pigneto e Appio-Tuscolano.
Esatto, io mi sono accorto di questa cosa dopo, quando ho aperto. Ho preso uno spazio quasi a scatola chiusa in una zona che non conoscevo, uscivo qualche volta al Pigneto e basta. È standoci dentro che mi sono reso conto della bellezza, sia proprio estetica e architettonica, sia di come le persone siano un miscuglio tra quartiere e gente che viene apposta. Anche quando abbiamo fatto degli eventi con tanta gente, c’è sempre questo mix molto bello di aficionados che non se ne perdono una a prescindere e gente portata nello specifico da chi c’è quel giorno. Quindi non si crea mai veramente la situazione da bolla che conosciamo bene, quella delle solite trenta persone nei soliti luoghi. Sicuramente anche l’estetica e la forma del posto aiuta nel regolare un certo tipo di frequentazione e di rispetto anche per il vicinato. Mi capita spesso di frequentare luoghi in cui le aspettative sono totalmente diverse da quello che in realtà poi succede. Una cosa che finisce per mettere a disagio in primis l’artista, poi il proprietario e infine il pubblico. Chi passa da Rhizome è molto consapevole invece di dove si trova. Poi chiaro passano anche le signore, ogni tanto apre la porta gente a caso che mi chiede “ma che è ‘sto posto”. Io a quelli rispondo sempre che siamo una pizzeria.
“Never let them know you’re next move” diceva il saggio. Prima dicevi che la componente “negozio” è aumentata tantissimo. Spiegami un po’ in che senso e anche qual è il criterio con cui scegli le cose da vendere, se è “solo” quella del tuo gusto o se c’è dell’altro.
Il gusto personale è la cosa che sta alla base di tutto. È una decina d’anni che ho la fortuna di viaggiare tanto e mi sono sempre riportato a casa dei dischi o dei libri. Se entri a casa mia, spulci la mia libreria e i miei dischi, capisci Rhizome. Nel concreto scelgo molto attentamente, dove mi sento meno ferrato (magari i dischi di elettronica più “movimentata”) mi fido di amici e persone che ne sanno. Per quanto riguarda il resto passiamo dall’ambient allo sperimentale, per arrivare a una sezione che ora si chiama proprio “chitarre”, più screamo ed emo. È un po’ come sono io nei miei ascolti. Provo a mettere dentro un po’ di tutto, poi la cosa fondamentale è avere le cose giuste e saperle spiegare. Non per forza perché devo venderti un disco ma per contestualizzartelo, farti capire perché ci sta. Questo ovviamente si riesce a fare avendo uno spazio piccolo, se un futuro amplierò sarà più difficile. Per quanto riguarda i libri cerco di avere una parte di narrativa, una sezione dove le persone possono prendere qualcosa da leggere a casa, una invece più varia con fotografia, architettura, arte. Sogno di espandere molto la parte di narrativa, nel senso sì, è bello avere molte case editrici piccole, soprattutto locali e in linea con il mio progetto. Però un domani avere un muro di Adelphi non mi dispiacerebbe affatto.
Con qualcuna delle etichette, case editrici o progetti che ospiti in negozio si è creata una sinergia particolare?
Sicuramente con Object & Sounds, abbiamo due negozi di dischi molto simili tra di loro a livello estetico e in più io con il mio alias boring tables ho anche avuto la fortuna di far uscire due dischi con loro. Si è creato un rapporto personale per cui ora ho dei dischi meravigliosi che non avrei potuto prendere se non ci fosse stata appunto questa attenzione ai rapporti umani in primis, con le persone che attraversano lo spazio. Non ho mai voluto che fosse quel posto dove l’artista arriva, gli offri una birra e se ne va via. Di area romana invece cito Union Editions, sono due anni che facciamo un temporary store da noi che viene molto bene. Sui libri mi viene in mente Timeo, vanno proprio a ruba. Poi potrei citarti tantissime persone singole.
Due o tre cose successe in questi anni che ricordi con estrema felicità? Cosa vuoi realizzare in futuro a tutti i costi invece?
Quando il progetto era ancora Rhizome Radio, senza spazio fisico, siamo andati in Inghilterra a suonare in un po’ di posti. Abbiamo girato tra Manchester, Londra e non ricordo che altra città: è stato molto divertente, eravamo tutti amici. Ricordo poi quando abbiamo seguito la rassegna di Miniera a Teatro Basilica, dove registravamo le performance, sul nostro YouTube ci sono ancora tutti i video dei concerti. Lì forse ci è venuto l’appetito per i live. Poi c’è stato un festival dove ci è stata data la possibilità di curare un palco: siamo riusciti a chiamare artisti come Rainy Miller Miller o DK in tempi in cui in Italia non giravano, anzi alcuni di questi non erano mai venuti. Invece per quanto riguarda cose successe molto di recente sicuramente i due live che abbiamo fatto con Marco Giudici ed Any Other in collaborazione con 42 Records. Poi la band belga che citavo prima, i Felicet. Quest’ultima cosa mi ha fatto venire voglia, collegandomi alla seconda parte della domanda, di provare a fare di più sotto questo punto di vista. Ovvero di prendere i mobili (che hanno le rotelle) e spostarli, fare dei concerti perché semplicemente c’è la possibilità di farlo. Live con chitarre, voci magari anche un piano è una roba che funziona. Ho visto gli artisti contenti perché sentono che stanno facendo una cosa abbastanza unica. Poi magari un giorno ci sarà uno spazio più grande chissà.
Questa cosa dei mobili, tutti su misura e modulabili, è molto bella. L'hai presa da qualcosa o qualcuno nello specifico?
Un giorno ero allo studio di Varsi con Tommaso Salini e vedevo che c’erano questi mobili con le rotelle di legno. L’ho preso e gli ho detto subito che stavo aprendo Rhizome e che mi doveva fare i mobili così. Lui si è messo là ha progettato tutto ad hoc per lo spazio. Io poi quando ho in testa un progetto qualsiasi cosa vedo in qualsiasi angolo del mondo la riporto a quello, in maniera funzionale. Adesso abbiamo aggiunto anche altre due librerie mobili. Oltre ad essere funzionale caratterizza il posto anche a livello estetico, la gente è contenta, spesso sento cose come “mi sembra di stare a East London” o “mi sembra di stare a Manchester” e così via. Attualmente comunque Rhizome è a tutti gli effetti un negozio fisico ma un domani chissà che non diventi una caffetteria aperta anche la mattina. Se poi un domani c’è la voglia di curare un evento in un locale vicino non escludo neanche questo.








