Davide e Maurizio – MONO

Una chiacchierata con i proprietari del Mono, nel Rainbow Diststrictct prima del Rainbow Diststrictct

quartiere Porta-Venezia

Scritto da Andrea Maffi il 6 agosto 2021
Aggiornato il 29 agosto 2021

Foto di Marta Blue

Il Mono è stata la miccia, che, accesa nel 2005, ha dato vita al Rainbow District come lo conosciamo. Partito come torrefazione specializzata in colazioni, il Mono col tempo si è trasformato nel locale che è, puntando su un’atmosfera vintage con cocktail di qualità.  Ho incontrato Maurizio Uraldi e Davide Rossi per parlare con loro del locale e del quartiere, che hanno visto trasformarsi sotto i loro occhi.

Com’è cominciata la vostra storia?

M: Abbiamo aperto nel 2005. Questa era una torrefazione che abbiamo rilevato da un signore che doveva andare in pensione, ormai il negozio era ridotto malissimo. In questa sala c’era una macchina per tostare il caffè, il bancone era molto simile a questo ma con le caramelle. Si vendeva solo caffè al dettaglio, e si faceva solo caffè al bancone, non c’erano sedie, né niente. Non ti accorgevi neanche del negozio in realtà. In trent’anni che abitavo qui, avevo sempre pensato che il posto fosse una macelleria perché c’erano neon a metà vetrina orrendi che ti facevano passare di fronte al locale solo per lasciartelo alle spalle.

 

D: Noi stavamo cercando un locale che fosse il più scrauso e neutro possibile, proprio perché non ci interessava la struttura dell’arredamento e dell’avviamento perché quello che volevamo creare era una situazione sì milanese, ma non patinata bianco e nero come erano a quel tempo buona parte dei locali. Poi pian piano ci hanno un po’, non dico copiati, ma si è diffuso il gusto di un locale più accogliente, caldo, dall’estetica vintage, che avesse un respiro più  internazionale del solito bancone bianco, puff nero, eccetera eccetera.

Quindi non serviva un locale già avviato e funzionante, perché avremmo buttato e smantellato tutto per farne un locale vintage molto più ispirato a molti locali di Berlino, Amsterdam, Londra.

Quindi abbiamo trovato in vendita questa torrefazione dal prezzo molto interessante anche per via del fatturato e dello stato del negozio. Da lì però abbiamo notato che c’erano nel locale struttura e cose interessanti che abbiamo voluto mantenere, come le piastrelle tridimensionali e il pavimento Keith Haring, originali dell’epoca.

Detto questo, abbiamo fatto una ristrutturazione completa per mettere tutto a norma. Abbiamo rifatto completamente il bancone sul modello di quello che già c’era, ma strutturato in maniera molto più ampia da cocktail bar e non da torrefazione. Poi abbiamo acquistato l’arredamento cogli anni in mercatini, da rigattieri, su Ebay.

Chiaro: non ci sono cose che c’erano sedici anni fa. Alcune cose sono rimaste perché durano nel tempo e sono ancora belle. Le sedie sono state rifatte, rifoderate, alcune cambiate completamente, però di base abbiamo cambiato tappezzerie, colori, spostato alcuni elementi di arredamento, ma all’inizio avevamo notato che l’ambiente era in sintonia con quello che volevamo trasmettere con il locale. E da lì l’avventura è partita.

All’inizio facevate da bar quindi? Com’è arrivata la decisione di prendere una direzione diversa?

M: Nel primo anno facevamo torrefazione e caffetteria, la gente entrava, si sedeva e facevamo soprattutto colazioni. Poi sono stati i clienti stessi che hanno cominciato a chiederci dell’aperitivo.

 

D: Da lì la decisione di chiudere di giorno e incentrare il locale come cocktail bar e bar serale. Poi la storia è lunga perché stiamo parlando di sedici anni di attività: ci sono state mostre, esposizioni, e moltissimi dj set, con artisti di spicco come componenti dei Ladytron e degli Smiths. 

Negli anni sono passati molti personaggi famosi: Roberto Fortis, Luxuria, Sandra Milo… registi, attori, musicisti… anche artisti che non conoscevo ma sono passati di qui, come Rufus Wainwright. Gente che preferisce location fuori dagli schemi.

 

M: Noi nel weekend qua fuori avevamo seicento persone. Solo noi.

 

D: Adesso ce ne saranno tremila, però distribuiti in dieci, dodici locali. Perché ormai anche il piccolo localino africano è diventato gay friendly, perché ha visto che il business tira. Noi senza volerlo gli abbiamo dato questa matrice, questa impronta che l’ha fatto recepire come locale gay, ma io mi incazzo quando mi dicono che è un locale gay, perché non è un locale gay: è un locale aperto a tutti dove non ci sono discriminazioni. Se sei queer va bene, e se sei etero naturalmente pure. Non ci sono discriminazioni.

 

M: Se sei carino ed educato, vai benissimo.

 

D: Tant’è vero che non prende piede il buzzurro di provincia – senza togliere niente a nessuno – perché non si trova a suo agio perché si trova attorno quella che vede come gente strana, un po’ particolare seduta ai tavoli: artisti di teatro, gente della moda. Questo è già un discrimine, come la nostra volontà di mantenere un prezzo giusto di mercato. 

 

Ma all’inizio com’è andata nel quartiere?

D: La comunità eritrea ci ha accolto con indifferenza, non c’è mai stato scambio e non c’è tutt’ora. Loro stavano nei loro locali, noi stavamo nei nostri. La comunità gay ha accolto l’apertura del locale molto bene, perché ha visto le iniziative che organizzavamo, le serate. Il vicinato l’ha accolto molto male. Provocavamo inevitabilmente rumore per strada. Chi viveva qua sopra ne ha fatte di tutti i colori per farci chiudere: controlli mirati, accanimento. Però si vede che è stato più forte l’aspetto che notava un certo di persona e quindi il locale continuava a funzionare nonostante tutta questa voglia di farci chiudere.

 

M: Molta gente – soprattutto i giovani – si è accorta che con noi si è ripulita la zona. Tanta gente in giro voleva dire meno delinquenza. Tante ragazze ci ringraziavano dicendo che da quando avevamo aperto noi tornavano a casa più tranquille.

 

D: Era una zona piena di spacciatori, questa. A ogni angolo c’era brutta gente; poi ce ne saranno ancora, perché poi nella quantità si mischia un po’ tutto. Però non hai più una sensazione di insicurezza, perché c’è in giro gente bella, tranquilla, che si diverte bevendo un drink, chiacchierando per strada.

 

C’è stata una resistenza da parte del quartiere quando avete aperto?

D: Sai, paradossalmente il fatto che abbiano aperto in tanti con la stessa impronta e lo stesso target ci aiuta: adesso il vicinato non può più dire che è colpa del Mono, adesso è colpa di tutta Via Lecco.

 

M: Anzi, adesso un po’ meno colpa nostra, perché siamo davvero svizzeri. Se alle due dobbiamo chiudere, alle due chiudiamo. Se c’è gente, non teniamo aperto fino alle tre. Siamo fiscali. 

Già da quando avete aperto come caffetteria era chiaro che il locale avesse un’impronta inclusiva?

D: Sì, era evidente perché non vedevi in molti bar foto dei Joy Division o di Siouxsie and the Banshees. La colonna sonora era molto curata. Non si sentiva Radio Deejay, senza togliere nulla a nessuno, naturalmente. Ma chi notava le diversità non era

Adesso la clientela è cambiata?

D: Io l’ho notato molto dopo il secondo lockdown. La clientela è cambiata davvero tanto. Ci sono molti più giovani, c’è molto più turnover. Manca per ora il turista, lo straniero, perché c’è poco adesso. Prima avevamo un 40% di stranieri, soprattutto nei weekend. Gente di qualsiasi nazionalità che per fama aveva già sentito parlare del locale e veniva qua. 


M: Siamo usciti in articoli in Francia, Giappone, in Spagna. Le ossa ce le siamo fatte noi.

 

D: All’inizio abbiamo dovuto sobbarcarci tutto quello che è stata la problematica dei controlli, accanimento… c’era uno qua sopra che è riuscito a farmi dare una multa da 3500€. Ogni sera telefonava per lamentarsi che la musica era troppo alta. Poi, quando la situazione si è allargata agli altri, ha venduto l’appartamento.

Il fatto che nel DNA del quartiere ci fosse un vissuto multiculturale ha aperto la strada al Rainbow District secondo voi?

D: Secondo me no. Questo è un quartiere multietnico da cinquant’anni, però, a parte l’Elephant che era dall’altra parte di Porta Venezia, non c’erano realtà… queer, usiamo un termine più generico. E non c’è mai stato nemmeno scambio tra gli eritrei e noi. Adesso invece sono diventati tutti gay friendly: hanno locali con i tavoli fuori dove si siedono i ragazzi, le ragazze. Loro di base non guardano se sei gay, se sei etero, se sei bianco, se sei nero, quello sì. Però nemmeno ti danno commercio. Loro stavano nei loro locali, e gli altri stavano negli altri locali. Secondo me l’eredità multietnica del quartiere non ha inciso.

Che futuro vedete per il quartiere?

D: Io vedo che c’è una volontà da parte di altri imprenditori di aprire altre attività, e se ne stanno aprendo sempre di più. Se si facesse una via pedonale qui in Via Lecco, secondo me si creerebbe una bella zona vivace, colorata, dinamica, che creerebbe un abbellimento. Valorizzi la zona perché metti vasi, fioriere, zone verdi, allestimenti temporanei che danno spazio ad artisti e vengono cambiati nel tempo. Noi siamo in contatto con gli altri locali e c’era la volontà di fare una cosa del genere, ma poi ci siamo fermati perché adesso ci sono i dehors dati gratuitamente dal Comune e finché non è chiusa completamente la via il discorso è sospeso.