Davide Zolli

Quattro anni di attività con La Società Psychedelica, l'esperienza con Sotto La Sacrestia, la dimensione condivisa di 4.20 HempFest, l'Alleanza Galattica di ZUMA e il nuovo album della Squadra Omega: il Nord Est che produce (presa bene) a Milano, nelle parole di Davide Zolli.

Luogo di nascita

Mirano

Luogo di residenza

Milano

Attività

Direttore artistico, Musicista

Scritto da Chiara Colli il 20 aprile 2017
Aggiornato il 18 settembre 2017

Sono passati poco più di quattro anni da quando a Milano prendeva forma un progetto dal nome esoterico ma con uno scopo molto chiaro e un’attitudine “aperta” e contemporanea che si sarebbe rivelata, almeno un po’, in anticipo sui tempi. Nata parecchi anni prima come pagina MySpace di DJ Henry – riferimento assoluto dell’underground milanese che, fra le altre cose, ce ne parlava in questa lunga intervista – a inizio 2013 La Società Psychedelica si concretizzava in una serata connotata da un’identità ben precisa nella sua visione espansa del concetto di psichedelia. Con Henry, a portare avanti il progetto di un format che fosse «Soprattutto un’idea di club, un flusso di coscienza come parte di un’idea organica» c’era Davide Zolli. Veneziano da cinque anni con base a Milano, alla batteria prima dei Mojomatics e oggi di uno dei nostri gruppi italiani preferiti, la Squadra Omega, da allora Davide ha continuato a portare (soprattutto al Cox 18) un ampio spettro di suoni, da quelli etnici fino all’elettronica, contribuendo a rendere La Società Psychedelica un appuntamento che riflette e racconta lo sviluppo del concetto di psichedelia dei nostri tempi, agli antipodi della tipica serata revivalistica. Nel frattempo, la scorsa stagione ha dato un concreto esempio su come fare musica underground con un club rock’n’roll attraverso l’esperienza di Sotto La Sacrestia e dal 2014 lavora con l’agenzia internazionale Swamp Booking. Ma non è tutto. Oltre a occuparsi della line up musicale del 4.20 HempFest, a inizio giugno La Società Psychedelica sarà tra il circolo virtuoso di “realtà off” di Milano che porteranno in città ZUMA, tre giorni di “musica, psichedelia e amore” che si preannuncia come uno dei festival più belli e importanti dei prossimi mesi (e non solo per via della line up stratosferica). Dagli inizi della Società attraverso la necessità di saper «proporre alternative al divertimento omologato e uguale nel 90% dei club» quando si organizzano concerti, fino a qualche anticipazione sul nuovo album della Squadra e la continuità col passato di un festival “hippie” nel 2017, la parola a Davide Zolli.

ZERO: Cominciamo con le presentazioni: quando e dove sei nato?
DAVIDE ZOLLI: A Mirano, un piccolo paese dell’entroterra veneziano, il 4 aprile del 1980.

Come hai iniziato ad appassionarti di musica?
La passione per la musica è iniziata alle scuole elementari, frequentavo un corso di canto e un giorno si presentò un maestro di batteria per chiedere se qualcuno fosse interessato a partecipare al suo corso. Iniziai ad appassionarmi allo strumento e il mio maestro Peppe diventò il mio primo mentore per tutto quello che riguardava la musica. Con lui sono riuscito a capirla e soprattutto a suonarla. In realtà mia madre poi mi ha sempre raccontato che mentre mi aspettava ascoltava il walkman con Bach. È molto probabile che sia partito tutto da là.

Ti ricordi il primo disco che hai comprato? E l’ultimo?
Il primo è stato sicuramente uno dei Beatles, forse una raccolta, ma mi piace pensare fosse Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band, perché è uno dei miei dischi preferiti e ha segnato in modo indelebile la mia percezione musicale. L’ultimo è Unfold degli australiani The Necks, me l’ha consigliato il mio consulente musicale preferito: Matt Bordin (chitarra e sax della Squadra Omega, NdR).

Sei di Venezia e immagino che conoscessi piuttosto bene Milano già prima di andarci a vivere, quantomeno per le trasferte come musicista: una volta trasferitoti lì che impressione ti ha fatto la città?
Quando sono arrivato avevo forti pregiudizi sulla città, mi sembrava che tutto fosse un po’ costruito e alla moda, ma d’altronde è questa la reputazione che la città ha al di fuori. L’avevo già frequentata per via dei Mojomatics – concerti, radio, promozione – e conoscevo già un po’ di gente del giro musicale. Poi vivendoci ho capito che non era poi così fake, o almeno non tutta. Ho scoperto inaspettatamente una città molto ricettiva e in cui ci sono tutte le condizioni, gli strumenti e il pubblico per poter organizzare bene eventi e concerti.

Com’è cambiata Milano rispetto alla musica dal vivo in questi cinque anni? Diciamo così, ti ha illuso o ha mantenuto le “promesse”?
Direi che Milano ha assolutamente mantenuto le promesse. Venendo da Venezia, dove stava diventando sempre più impossibile organizzare concerti, Milano mi è sembrata da subito molto più avanti rispetto alle altre città italiane. In questi cinque anni, è vero che ho visto finire esperienze di collettivi e locali, ma ho visto anche il fiorire di molti gruppi, piccoli, grandi o piccolissimi che organizzano, ospitano band internazionali, tengono viva la musica indipendente, rendendo Milano una tappa fondamentale dell’underground contemporaneo. Ad esempio Communion, TRoK, Ca’ Blasè, Occult Punk Gang.

Quali sono stati i luoghi o le realtà che sono stati importanti per la tua formazione?
La mia formazione musicale, sia come musicista sia come promoter, è iniziata nella metà degli anni ’90 nei vari centri sociali occupati e/o autogestiti che in quegli anni pullulavano in tutto Veneto, così come quasi ovunque in Italia. Morion, Rivolta, Ca’Rosseria a Venezia e Mestre, Ya Basta! a Vicenza, Pedro e Gramigna a Padova. Questi posti hanno contribuito in modo assolutamente fondamentale alla diffusione della musica dal vivo delle scene cosiddette “alternative”. Sono stati i primi luoghi dove ho potuto vedere band straniere esibirsi – alla portata delle mie tasche di teen squattrinato – e i primi posti in cui ho potuto organizzare eventi imparando come si faceva.

Tra le varie cose di cui ti occupi c’è il lavoro con Swamp Booking: quando hai iniziato a lavorare con il booking e come questa attività influisce nel tuo modo di organizzare concerti?
Ho iniziato a lavorare per Swamp Booking nell’ottobre del 2014: in realtà ho sempre aiutato le varie band di amici a trovare date in italia e all’estero, ma Swamp è stata l’occasione perfetta per definire e migliorare questo ambito del mio lavoro. Swamp, grazie all’enorme dedizione di Ricky Biondetti (anche batterista degli In Zaire, Ndr), è diventata una delle realtà indipendenti di booking europei più attive e interessanti di questi anni. Questo lavoro mi permette di avere sempre un occhio sulla scena musicale internazionale, e soprattutto ci dà l’opportunità di far crescere ottime band, spesso semi sconosciute, farle suonare in giro in Europa vedendole crescere di tour in tour – Gnod, Föllakzoid, King Dude, Jarboe, Cave, Hey Colossus, Mugstar per fare qualche nome. Per me questo è l’aspetto più stimolante, e direi quasi nobile, di questo lavoro.

gnod

La Società Psychedelica: quando nasce e qual è il concept iniziale? La psichedelia nel frattempo è diventato un non-genere fin troppo abusato e omologato, ma trovo che con la linea della Società raccontiate anche il vostro modo di concepire questo tipo di musica, che peraltro immagino si sia evoluto o quantomeno un po trasformato nel corso del tempo…
Quando ho deciso di trasferirmi a Milano nel 2013, la prima persona che ho contattato è stato Henry, che già conoscevo e stimavo come dj, perché mi sarebbe piaciuto coinvolgerlo nell’organizzazione di eventi musicali. Lui mi ha risposto con grande entusiasmo, parlandomi di questo progetto che aveva in mente da un po’: La Società Psychedelica. Per noi, da subito, è stato importante far passare un’idea ampia di psichedelia, intesa non tanto come genere musicale ma come atteggiamento, che consenta di rompere le barriere di appartenenza. Esempi di questo approccio sono stati il concerto di Nobunny – che sulla carta non è propriamente una band psych, power pop e rock’n’roll, piuttosto – ma vedere un uomo in mutande che salta dappertutto con la maschera da coniglio è assolutamente un’esperienza psichedelica. O i Konstrukt da Istanbul, band free jazz, ma dalle molteplici influenze cosmiche capaci di far fare un viaggio spirituale e intercontinentale come pochi al giorno d’oggi. Al di là dei generi, quello a cui vogliamo dare forma è un’esperienza condivisa, un progetto organico, un’idea di club che sia un po’ come un flusso di coscienza: già da quando varchi la porta ti senti dentro la psichedelia, poi c’è il concerto, i visual e la parte clubbing. Il fatto che la psichedelia sia diventata un po’ di moda è stato anche un pretesto per ampliare lo spettro sonoro, per inglobare un’ampia gamma di suoni: dall’elettronica alla musica etnica, anche se non saprei darti delle etichette specifiche, quando un gruppo è adatto alla Società me ne accorgo a pelle.

Cosa ti spinse, a suo tempo, a contattare proprio Henry?
Henry è una della persone che conosco con la più grande cultura musicale, unita a gusto e cognizione di causa. Poi sapevo che la sua esperienza più che decennale nell’underground milanese e la sua figura di dj sarebbero state fondamentali.

La Società è diventata una di quelle serate a cui le persone vengono a prescindere, senza che la band che suona dal vivo influisca particolarmente sulla partecipazione?
Sì, ormai La Società Psychedelica ha un suo pubblico, fedele e curioso, che segue i concerti e balla. L’idea è sempre stata la stessa fin dall’inizio: creare un’idea di club con un messaggio forte, in cui i nomi non fossero importanti, ma solo la musica e l’atmosfera.

Davide e Dj Henry
Davide e Dj Henry

 

Sotto La Sacrestia: un capitolo chiuso, ma che viene spesso menzionato come esempio virtuoso di un esperimento che non sempre trova spazio a Milano, quello di associare un luogo fisico/locale a una programmazione con una sua coerenza, seppur varia: anche qui, qual era l’idea iniziale, il concept?
Sotto La Sacrestia è nato prima di tutto da un innamoramento, e cioè per lo spazio fisico in sé, la Sacrestia: per la bellezza del locale, per la zona in cui si trova e sopratutto per l’arredamento. Appena ho visto quel posto ho subito sperato di poterci organizzare qualcosa… La parte sotto era il piccolo locale che avrei sempre desiderato gestire. Poi è successo che chi gestiva gli eventi se n’è andato e il proprietario ha chiesto a me se volevo fare qualche concerto, e così ho tirato su una piccola squadra e abbiamo iniziato a pensare a una programmazione vera e propria per un’intera stagione. L’idea di base, ancora una volta, è stata quella della varietà, cercando di portare le proposte musicali più varie possibili, puntando l’attenzione sul posto, sfruttando i lati positivi del club piccolo, immaginando un progetto che fosse sulla lunga distanza e non sulla singola serata, provando a creare un’atmosfera e non usando lo spazio come un mero contenitore di live.

Quali sono state le più grandi soddisfazioni con Sotto e quali i concerti memorabili?
Anzitutto la soddisfazione di aver curato l’intera programmazione della stagione, con completa carta bianca su tutte le scelte artistiche: quindi succedeva che ogni mese vedevamo passare, una dopo l’altra, le band che ci piacevano di più. E poi vedere la risposta del pubblico, che aumentava, tornava e si trovava bene. I concerti memorabili direi Wolf Eyes, Jerusalem in My Heart, Downtown Boys e Kill The Vultures. Ma anche molte altre serate, l’inaugurazione con Bob Log III è stata mitica.

Perché l’esperienza si è esaurita?
Perché il proprietario non ne poteva più del casino, delle band che dormivano sopra il locale e del pubblico, credo abbiamo tirato un po’ troppo la corda e non se l’è più sentita di farci continuare questa stagione. Non me la sento di biasimarlo, in fondo. E stata un’esperienza bellissima e utilissima, durata troppo poco, ma che ci resterà dentro a lungo. E chissà, magari è stata solo la prova generale di qualcos’altro che arriverà.

Un tema che torna spesso quando parliamo della musica live a Milano, e tu sei stato uno dei primi a manifestare una certa insofferenza verso questo aspetto, è la mancanza di spazi dove creare, diciamo, una progettualità: situazione che è un po’ diversa da Roma (dove sono semplicemente pochi), perché a Milano ci sono contenitori grandi da riempire ma senza una grande identità o rassegne anche a volte ibride che devono di volta in volta trovarsi una “base” – cosa che per La Società Psychedelica non vale perché siete ormai di residenza al Cox. Quali rischi non si vogliono correre, quali potrebbero essere le soluzioni?

Aprire e gestire un locale che fa musica dal vivo è molto impegnativo e costoso in Italia, e a Milano ancora di più per via degli affitti alti. Credo ci sia bisogno di fare un piano molto più ampio di quello meramente economico quando si fa una scelta del genere; è importante fidelizzare il pubblico, bisogna fare in modo che venga alle serate e che si trovi bene, si deve annusare nell’aria la passione e la ricerca. Bisogna essere in grado di proporre alternative al divertimento omologato e uguale nel 90% dei club. Bisogna fare cultura e non solo intrattenimento e soldi.

No Bunny @ La Società Psychedelica
No Bunny @ La Società Psychedelica

 

Un termine molto caro a Henry e che trovo adatto sia al lavoro della Società sia all’esperienza di Sotto è quello di “sottocultura”: da parte tua e magari delle realtà con cui collabori c’è ancora la volontà di attingere a delle forze underground per rigenerare magari a un livello più emerso la musica e in particolare quella live? Credi ci sia ancora spazio per forme di cultura alternativa?
Credo di aver sempre fatto, e sempre continuerò a fare cultura alternativa, underground e il più possibile slegata dalle logiche economiche. L’underground è una linfa vitale di cultura, perché qua le logiche del denaro non sono contemplate, o comunque non sono messe al primo posto: c’è prima di tutto la passione pura e la dedizione incondizionata. Non saprei come spiegarlo meglio, ma direi che è una scelta di vita e di etica.

Capitolo 4:20: La Società si occupa della parte musicale del festival, innanzi tutto come è nata questa collaborazione? Senza stare a scomodare l’equazione “psichedelia = droga”, possiamo dire che l’affinità tra La Società e 4.20 è anche un po’ l’intento di allargare le vedute e sensibilizzare il pubblico anche al di là delle mode? Che senso ha anche dal punto di vista sociale per te contribuire a questo appuntamento?
Marco, il proprietario di Sir Canapa, il primo hemp shop di Milano, è sempre venuto alle serate della Società Psychedelica, è lì che l’ho incontrato e conosciuto. Credo abbia visto in noi i partner perfetti per portare avanti la sua idea di unione concettuale tra la Canapa e la musica psichedelica. Ne abbiamo parlato e ho accettato da subito la collaborazione. Per me, principalmente, è un’altra occasione per celebrare il potere della musica, vivere un’esperienza sociale, sensoriale e culturale. Gli eventi sono un insieme di fattori, più ce ne sono – al di là della musica – e che vanno nella stessa direzione e più l’evento diventa un’esperienza, un flusso di coscienza. Da parte mia trovo un punto di congiunzione tra la cultura della Cannabis e la psichedelia in una dimensione di relax, condivisione e presa bene. Noi siamo l’esercito della presa bene e questi sono i nostri strumenti! Pensa a un musicista come Sarathy Korwar: la sua musica non è accostabile a una psichedelia tradizionale, heavy o ambient, ma le atmosfere che crea sono perfette per una manifestazione volta a creare un’armonia tra corpo e mente, che prova a immaginare un ponte tra culture diverse, e riconducibile al concetto di viaggio, di scoperta.

A inizio giugno La Società Psychedelica sarà coinvolta anche in ZUMA. Intanto ci parli di questo nuovo festival, dell’idea che c’è dietro sia in termini di approccio che, di conseguenza, di scelte musicali?
ZUMA è una cosa che è successa in modo del tutto spontaneo: siamo un gruppo di realtà molto piccole che da anni organizzano eventi a Milano, con lo stesso scopo – che mi sto accorgendo sempre più sia diventato il filo conduttore di tutto quello che faccio. Ancora una volta in primo piano c’è la musica, lo stare assieme, il fare per divertirsi e senza pensare ai guadagni o ai soldi. Zuma è partita come una scommessa, rendere sostenibili tre giorni di concerti per la gioia di farli, per la “presa bene” come si dice. E nient’altro. In fondo la cosa che tutti cerchiamo sempre è la tranquillità e lo stare bene.

Un aspetto molto interessante del festival è che coinvolge una serie di realtà “off” molto attive – anche in ambiti diversi, seppur tutti vicini a quello musicale – sul territorio di Milano (oltre alla Società Psychedelica ci sono Black Sweat Records, Ca’ Blasè, Sotto, Guscio Sound, TRoK, Volume, Legno, Bigshot!, Sleep Collective, Reverend’s Shop): l’avete chiamata “Alleanza Galattica”, ti va di raccontarci un po’ il senso di questa collaborazione estesa, quali sono i punti in comune e l’unione di intenti fra tutte queste realtà? Anche il tipo di segnale che viene dato, in un’epoca in cui le collaborazioni reali sul territorio sono sempre difficili e mosse da interessi soprattutto economici e di visibilità…
L’Alleanza Galattica è la magia che rende possibile tutto questo, è il motore che muove il festival, è un gruppo, un’idea, il rituale musicale. L’Alleanza Galattica è la continuità tra i musicisti del passato, il ritrovare oggi lo spirito nato anni fa, credere nell’unione delle persone, degli intenti, cercando di creare una pacifica condivisione dell’esistenza.

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Avremo modo di approfondire questo aspetto più avanti, ma vuoi cominciare a menzionarci qualche highlight di ZUMA – ad esempio come avete coinvolto Futuro Antico e che tipo di sguardo c’è nella scelta sia della musica italiana sia di quella straniera?
Far suonare di nuovo assieme Futuro Antico è un’idea che Dome della Black Sweat ha da parecchio tempo. Uscite le ristampe nel 2014, visto l’interesse suscitato e conosciuti personalmente i musicisti, la cosa più naturale era quindi cercare di riportarli a suonare assieme. ZUMA è stata l’occasione perfetta. Perfetta anche per fare incontrare musicisti di generazioni diverse, come Gaetano Liguori, che è stato uno dei primi musicisti free-jazz italiani e i Jooklo Duo, della nuova scuola. Li abbiamo fatti incontrare per la prima volta alcune settimane fa e abbiamo capito subito che l’intesa sarebbe stata magica. L’Alleanza Galattica non ha epoca e luogo.

Vabbè, adesso che siamo arrivati a fine intervista ci meritiamo l’anteprima: quando e per chi esce il nuovo album della Squadra Omega? Che dobbiamo aspettarci?
Il nuovo disco di Squadra Omega uscirà ad inizio giugno – speriamo di presentarlo a ZUMA – per Grandangolo, una serie di Soave Records curata da Donato Epiro in collaborazione con Cinedelic Records. Il disco si intitolerà Materia Oscura, credo sia l’ennesima evoluzione del nostro suono, che qui guarda forse un po’ più al prog, ma sempre con il kraut il jazz rock e i vari viaggioni.