Emmanuelle

Scrivere canzoni è una questione di formule, di saper organizzare emozioni. E si può fare con delle pentole quanto con l’AI di Audi.

Scritto da Nicolò Tabarelli il 1 dicembre 2021

In occasione del C0C, l’evento firmato C2C e promosso da Audi, c’è The Artech Performance: un’installazione firmata Audi che esplora l’utilizzo dell’AI nella produzione musicale. Si tratta di provare a sperimentare una creatività silicea, algoritmica; un’opera di video arte che è un turbinio totalmente arbitrario che rielabora immagini randomiche e sonorità precise: quelle dei tre artisti selezionati da Audi, musicisti e compositori che da tempo si confrontano tra tradizione e innovazione, tra analogico e digitale. 

Emmanuelle è una delle figure più cosmopolite della scena milanese. È brasiliana ma ha vissuto quasi ovunque in Europa e nelle Americhe. Ha iniziato a fare musica quasi per caso, o forse perché è sempre stata destinata a farla quando Davide e Stephen Dewaele dei Soulwax/2manydjs hanno sentito un suo demo per puro caso. Da lì non si è più fermata e dal successo di L’uomo d’affari/Italove a Disco Incantato/ È solo un gioco continua a ridefinire la nostra idea di musica.

Sei brasiliana, cresciuta a Miami, e ormai stabilita a Milano? Com’è stato il primo impatto con la città? Cosa studiavi a Milano?

A me Milano è sempre sembrata un villaggio internazionale. Quello è stato il mio feeling. Io vengo da Rio e quindi per me Milano era piccola. Anche Miami è gigante. Quando sono arrivata a Milano mi piaceva che fosse una città piccola, dove potevo andare in bici ovunque, camminare ovunque che però è anche molto internazionale. E poi è vicina a tutto perché se prendi un aereo in due ore sei a Parigi, a Berlino, a Londra. Poi chiaramente gli standard culturali di Milano e di Berlino o Parigi sono diversi e a Milano sono rimasti più provinciali. In particolare sul clubbing e sull’arte contemporanea. La musica segue l’arte, questa è la regola. È così che succede a Londra e a Berlino. Quando sono arrivata io, a Milano non c’era nulla, le cose comunque sono molto migliorate da un po’ di anni fa. Quando mi sono trasferita a Milano non c’erano neanche i ristoranti internazionali, è una cosa recente anche se ora ci sembra che sia sempre esistita. E sono anche andata via svariate volte, però alla fine  torno sempre a Milano perché mi sono costruita una base qui. Alla fine torno perché è una città molto facile da gestire rispetto alla media delle capitali europee, per non parlare delle città americane.

Com’è nato il rapporto con i tuoi produttori David e Stephen Dewaele?

Li ho conosciuti perché lavoravo a una rivista e mi avevano mandata a intervistarli. Poi da lì siamo diventati amici. Una volta sono capitati in redazione e il mio editore gli ha fatto ascoltare una demo (sfigatissma, io all’inizio non volevo assolutamente) e loro hanno iniziato a dirmi “dovresti farlo, dovresti farlo”. La musica non è mai stato il mio plan A. L’ho sempre fatta fino a quando ero bambina. Non pensavo però che fosse una cosa di cui si poteva vivere. E invece! Ormai da cinque anni vivo di musica. Non è facile, ma si può fare. Queste cose te le dicono per scoraggiarti, ma se hai la passione fuckin’ do it.

Non sei l’unica artista estera e nemmeno l’unica artista brasiliana, penso ai Selton, che opera in Italia. Hai mai l’impressione di essere trattata come un corpo esterno al sistema musicale italiano? Che in qualche modo gli ascoltatori si concentrino troppo sul lato esotico del tuo personaggio?

Sì, sì assolutamente. I Selton li conosco, li vedo sempre a mangiare il cinese da Wang Jiao. Io per esempio ho scritto “Italove” in italiano perché il mio cervello pensa in tre lingue e a volte certe lingue suonano meglio che altre con certi accordi. Però non ho l’intento di scrivere sempre in italiano. Per me non è facilissimo scrivere in italiano. Nella mia vita scrivo in inglese e in portoghese. E secondo me vale anche per i Måneskin, perché se noti come scrivono è molto più sintetico di come fanno di solito gli autori italiani che scrivono testi lunghissimi che non vanno a tempo con la musica e si trasformano in canzoni pesantissime. Invece se fai il trick riesci a scrivere delle cose che rimangono in testa.

A settembre è uscito il tuo ultimo ep che contiene due tracce “Disco Incantato” e “È solo un gioco”. A cosa stai lavorando nell’ultimo periodo?

In realtà queste canzoni le ho scritte tanto tempo fa e le facevo live anche quando si poteva ancora suonare. E non avevo mai tempo di entrare in studio e finirle. Quindi ho avuto modo di vedere le reazioni ai live. Erano pezzi inediti che ho testato per due anni. E solo grazie alla pandemia ho avuto tempo di entrare in studio finalmente. Il modo di cantare dopo averle provate davanti al pubblico cambia molto, sei in grado di aggiustare la tonalità perché sai già che emozione vuoi suscitare.

La tua musica è molto versatile, sei riuscita a conquistare radio, dancefloor, moda, cinema. Secondo te perché è adattabile a così tanti contesti?

Secondo me è una cosa della mia personalità. Perché io mi adatto a tutto. Non so se è il mio modo di scrivere o se è solo una questione del “momento”,  che questo stile è voluto e piaciuto in questo momento. Io cerco di fare solo quello che sento. Può essere anche che sia legato al fatto che visto che la maggior parte del lavoro sulla mia musica lo faccio io e non cambia tanto di mano. Sono coinvolta in tutto il processo e non è che dal mio demo cambia molto, non ci sono trenta produttori. E secondo me è quello che permette di mantenere il progetto genuino. Nel contesto di un’etichetta grossa questa cosa sarebbe più diluita. 

Mi racconti due dischi importanti per il percorso artistico di Emmanuelle? Ho letto che per te è stata molto importante Madonna che è una popstar un po’ caduta in disgrazia, forse anche a causa del suo rifiuto di smettere di calacare le scene.

Io parlo di Madonna, delle primissime cose, perché sono le cose che mi hanno veramente segnato. Forse perché ero bambina quando sono uscite. Era molto avanti nei suoi primi anni. Questo perché ha una formula abbastanza semplice da capire. Scrivere canzoni è una formula. All’inizio era molto più easy, amore e le cose basilari. Faceva sentire molto inclusi, è bravissima a fare quello. E poi ci sono altre persone che mi hanno segnato tanto. Allo stesso tempo penso che i Portishead sono la band che mi ha fatto venire voglia veramente di cantare e di fare musica. Anche i Tom Tom Club sono un gruppo da cui sono stata ossessionata perché se li ascolti adesso sembra che le loro canzoni siano state scritte ieri. E poi la bossa nova e tutta la musica brasiliana, quelle sono le sonorità con cui sono cresciuta. E poi Grace Jones.

Al COC di quest’anno è stata proposta The Artech Performance, un’installazione che mostra la capacità dell’AI di produrre musica. Pensi che gli artisti italiani siano rimasti indietro rispetto agli Stati Uniti sull’applicazione di questo sviluppo tecnologico?

Non saprei dire. La musica è self expression (sic). Anche se l’intelligenza artificiale è in grado di generare un’opera d’arte, gli artisti continueranno a fare e a voler fare quello che fanno con o senza supporti tecnologici. Si può fare musica anche con pentole e padelle per quello che mi riguarda. L’AI è solo un altro medium con cui giocare.