Enrico Bettinello

Scritto da L.R. il 17 marzo 2019
Aggiornato il 30 marzo 2019

Luogo di nascita

Venezia

Luogo di residenza

Venezia

Attività

Direttore, Direttore artistico

Ci ha fatto scoprire, come direttore del Teatro Fondamenta Nuove, alcune delle più interessanti sperimentazioni linguistiche in campo performativo, ci ha fatto ballare su beat congolesi e indonesiani, ci ha sedotto con le performance di danza contemporanea, ci ha suggerito le migliori uscite di saggistica e romanzi collaborando con la libreria MarcoPolo, ha contribuito ad aprire le porte di Punta della Dogana alla musica elettronica con “Set Up”, è direttore artistico della rassegna New Echoes, autore di riferimento di Blow Up e del Giornale della Musica, consulente di Novara Jazz, di I-Jazz e membro del board di Europe Jazz Network. Da novembre 2018 è ufficialmente direttore della sede IED di Venezia (dove insegnava Sociologia dei Processi culturali).

   Enrico Bettinello: abbiamo dimenticato qualcosa?
Volendo stare al gioco abbiamo dimenticato per esempio “Il salotto improvvisato” all’Hotel Londra, che curo con Veniero Rizzardi, e l’onore di avere contribuito alla fondamentale esperienza di programmazione per il Padiglione Francese della Biennale 2017, Studio Venezia di Xavier Veilhan, ma direi che per me è più interessante pensare ai processi culturali non tanto come elenco di “medaglie” da appendere al bavero, quanto come possibilità di attivare senso e costruzione attraverso un continuo dialogo tra le pratiche artistiche e le comunità.

   Tutte le traiettorie che abbiamo fin qui citato cosa portano in dote, ora, nelle tue “nuove” vesti di direttore Ied Venezia?
Questa è un’esperienza in cui sono io il primo a dovere imparare molto e sto lavorando prima di tutto per proseguire l’ottimo lavoro fatto da Igor Zanti prima di me. Spero di poter raccontare attraverso nuovi progetti e relazioni la ricchezza dell’esperienza che una ragazza o un ragazzo, così come uno studente più maturo per i master, può fare a IED. Le nostre porte, inoltre, sono aperte a tutti nell’occasione di incontri, performance, workshop che rientrano nel contenitore IED Cookies.

   Perchè Venezia?
Venezia è la città in cui sono nato e in cui vivo. Ho avuto la fortuna e la tenacia di provare sempre a inventare un modo per poter rimanere, ostinandomi a non considerarla una città provinciale o solo da sfruttare, perché – a dispetto dell’opinione e delle azioni di molti – non è nessuna delle due cose, ma ha le potenzialità per essere una città di innovazione culturale. Non è forse un caso che il compianto presidente di IED, Morelli, abbia voluto fortemente una sede qui a Venezia, inizialmente in Certosa.

   Colazione, pranzo, aperitivo e cena: per questi bisogni primari quali sono le tue preferenze?
La colazione la faccio a casa, ma dopo avere portato mia figlia a scuola non mi faccio mancare un caffè, da Adagio ai Frari o da Rizzardini. Il pranzo è spesso in ufficio, un po’ frettoloso, ultimamente, se riesco scappo al cantinone Schiavi per un panino. Se c’è spazio per un aperitivo mi piace prendere un Americano al Lavena o al Mercante, oppure un calice di vino all’Adriatico Mar. Quanto alla cena, amo molto cucinare e di solito dopo una lunga giornata mi piace farlo per la mia famiglia a casa, specie se prima di andare al lavoro sono riuscito a passare al mercato del pesce.

   Design, moda, arti visive, comunicazione: come cambierà il modo di affrontarle nel futuro?
Credo che ragazze e ragazzi che si formano in questi ambiti lo facciano per una vocazione e un desiderio di costruire qualcosa che esca dalle loro “mani” (un progetto, un capo di abbigliamento, una mostra, una app…), che dia loro il senso di potere plasmare le proprie sensazioni creative. La sede di Venezia di IED è una sede molto legata alle arti – non potrebbe essere diverso in una città come Venezia – e quindi gli stimoli sono sempre nuovi, ma di certo l’attenzione è sempre più focalizzata al cambiamento sociale, al benessere e alla consapevolezza della centralità della figura umana.

   Creare un legame tra queste discipline creative e l’identità di un contesto particolarmente storicizzato e iconografico come quello lagunare è ancora possibile?
La sfida, in questo campo, è quella di dialogare in modo sempre più stretto con le urgenze che le nostre società esprimono oggi in modo a volte sconcertante per chi ha una visione elitaria della pratica artistica e creativa. La tradizione di Venezia è segnata anche da una costante apertura verso i segni della contemporaneità. Se ci si ferma a distinguere, a creare separazioni, si rischia di non cogliere il flusso, di non attivare il senso stesso della pratica creativa in relazione a una comunità, per quanto complessa e stratificata come quella di Venezia.
Se poi tieni conto che gli studenti di IED vengono da tutte le parti del Veneto e del NordEst, i legami sono anche con un tessuto produttivo di grande varietà.
Lascerei la riproposizione del passato ai pigri e direi che c’è un mondo di idee e segni da esplorare.

   Quale incantesimo e quale maledizione avvolge Venezia nel presente?
La risposta si collega un po’ alla precedente, la maledizione mi sembra quella – ne ho scritto anche in un libro, “La Venezia che vorrei” – di non sapere o di non volere più “immaginare” la città. Il provincialismo cui accennavo, e a cui la città in qualche modo, come una biscia ferita che non riesci a catturare, si sottrae continuamente, sta proprio nel vedere solo una fonte di guadagno turistico o cullarsi nella nostalgia del passato, mentre ci sono comunità nuove da immaginare e sostenere.

   Sincronizziamo le agende: dove ti incontreremo nei prossimi mesi?
Sarò ovviamente qui, a IED Venezia, dove si apriranno le porte per i nostri Open Days e Creative Days, ma anche per altre iniziative. Fino a tutto aprile poi andranno avanti sia New Echoes che “Il salotto improvvisato”, insomma non ci annoiamo mai!