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Federico Massa

Il writer Iena Cruz a Lambrate: il murale ecologico che mangia lo smog

Scritto da Martina Di Iorio il 18 novembre 2019

Luogo di residenza

Brooklyn

Attività

Artista

Ci siamo conosciuti con Federico – Iena Cruz – a Brooklyn. Il gruppo di amici italiani con sede a New York aveva più o meno gli stessi giri e quindi, vuoi o non vuoi, si finiva inevitabilmente a conoscersi tutti. Il suo loft in Leonard Street era punto di riferimento per ogni occasione. Un laboratorio di idee, un’officina, un punto di riferimento per artisti, creativi, meno creativi, gente in cerca della propria strada e amici.

In giro per New York non è raro imbattersi nei suoi lavori: muri mastodontici che parlano con un linguaggio che raccontano molto della sua storia e vissuto. In Italia non tarda a farsi conoscere, legando il suo nome a una serie di progetti sul tema della sostenibilità e tutela dell’ambiente. Da Roma, con il primo murale mangia smog, a Lambrate con un lavoro che fa riflettere sulle cicatrici lasciate dall’uomo sui fondali e la superficie dell’oceano. Lo abbiamo intervistato per farci raccontare il suo percorso, la sua arte e la sua Milano. E ovviamente la sua nuova opera, Anthropoceano, in via Giovanni Viotti 13.

Partiamo dal murales, dopo Roma anche a Milano. Come è nata questa possibilità?

Questo nuovo progetto nasce dall’unione di forze tra me e Worldrise Onlus, impegnata nella salvaguardia ambientale degli oceani. Si inserisce nel progetto No Pastic More Fun ideato e portato avanti da Worldrise, con il sostegno della Ocean Family Foundation e la collaborazione di North Sails, che ha creato a Milano il primo network al mondo di locali notturni che hanno deciso di non servire plastica monouso.
L’opera prende spunto da una riflessione fondamentale: le azioni quotidiane di ognuno di noi hanno un impatto sul pianeta. La portata di tale impatto è oggi tale da giustificare l’apertura di un nuovo capitolo della storia geologica del nostro pianeta: l’Anthropocene.

Partendo da questo concetto ho ideato un’opera e l’ho intitolata appunto “Anthropoceano”, il cui obiettivo principale è far riflettere sulle cicatrici lasciate dall’uomo sui fondali e la superficie dell’oceano, segni spesso indelebili di una catastrofe ambientale che ci coinvolge tutti.

Perché è un murale ecologico. Che vernici usi? Come funziona?

Si tratta di un murale ecologico con doppia valenza, sia per le tematiche affrontate che, nel pratico, per la vernice utilizzata, una nano tecnologia che è in grado, attraverso la luce naturale e artificiale, di attrarre gli agenti inquinanti trasformandoli in sali inerti.

Come hai iniziato a fare questo lavoro?

Ho iniziato a fare graffiti nel 1997 a Milano, era nata come una passione e si è trasformata negli anni, grazie alla determinazione e alla ricerca, in una vera e propria vocazione artistica. Ma è solo dopo l’arrivo a NYC nel 2010 che i miei murales sono stati sempre più apprezzati e richiesti, trasformandosi in un vero lavoro. Questo grazie anche alla possibilità di lavorare su formati molto grandi per le strade di NY e dandomi molta di quella visibilità che ha aiutato a far conoscere sempre di più i miei lavori.

Il tuo stile sembra molto influenzato dall’arte messicana. Cosa ti ispira? Che legame hai con questa terra? 



Posso dire di aver scoperto il Messico a NY. Quando mi sono trasferito nella Grande Mela ho trovato una casa studio, un grande loft NY style gestito da due artisti messicani, uno di Città del Messico e uno di Guadajara. Il loro network mi ha portato a vivere per i primi tre anni con due video maker messicani, Chompy e Linsday, loro sono diventati la mia famiglia di NY e mi hanno istruito sulla cultura del loro paese, la musica, la lingua, l’arte ed il cibo, spesso e volentieri molto piccante anche a colazione. Vivere questa esperienza ha influenzato tantissimo la mia arte.

Così negli anni sono entrato a far parte di una comunità molto più ampia di artisti di ogni tipo, pittori, scultori, graffiti artist, video maker provenienti da tutte le parti del Messico. Ho iniziato a viaggiare sempre di più andando a trovare gli amici conosciuti a NY, dipingendo murales, scoprendo così molte parti del Messico anche più remote. Ho un grande feeling con la gente di questo paese che considero quasi come una seconda casa.

Cosa significa essere street artist oggi? E ha ancora senso parlare di writing?

Ha certamente senso parlare di writing in quanto è stato il punto di partenza di un’arte nata per le strade, non sempre rispettata da tutti ma con una valenza molto importante nella storia dell’arte underground, fatta di regole interne che solo chi ne fa parte conosce.
Il writing è stato quindi il punto di partenza da cui derivano la street art e il muralismo di grossa scala. Per le città del mondo un fenomeno sempre più apprezzato e richiesto negli ultimi anni.

Lavori spesso su commissione? Qual è la tua posizione a riguardo?

Io le considero commissioni artistiche in quanto vengo sempre più spesso chiamato per il linguaggio che utilizzo e quindi con massima libertà espressiva, senza alcuna direzione stilistica se non decisa da me e dalla mia visione. Mi piace collaborare con entità committenti che hanno un’attenzione e un impegno reale per l’ambiente. Allo stesso tempo realizzo ancora murales per me stesso o per festival d’arte, come per esempio l’ultimo a cui ho partecipato: Akumal Festival in Messico a cui non ho potuto partecipare quest’anno perché impegnato a realizzare Anthropoceano, il mio nuovo murale a Milano.

I graffiti sono stati bannati per molto tempo, e oggi ancora sentiamo parlare di decoro urbano. Cosa ne pensi?

I graffiti come arte pura di strada sono e saranno sempre colpevolizzati e non accetti da tutti, in quanto spesso e volentieri vanno a intaccare proprio il decoro urbano per chi non considera questa forma d’arte per tutto quello che rappresenta, ma considera i graffiti solo come tag sui muri. Certo è molto più facile accettare un bel disegno su una parete pubblica che una scritta su un muro, ma come dicevo prima dietro l’evoluzione c’è sempre un punto di partenza. Il decoro urbano del resto non viene intaccato solo dai graffiti, ma sopratutto dalle grandi pubblicità che bombardano maggiormente le grandi città e Milano ne è un esempio, ma di questo non si parla.

Due street artist da seguire?

Ne avrei molti, comunque tra i miei preferiti Greg “Craola” Simkins e
Tristan Eaton.

Cosa ti ha portato lontano da Milano?

La voglia di scoprire di scoprirmi, di evolvere come persona e come artista. A Milano non mi è mai mancato niente, ma pur essendo una grande città iniziava a starmi stretta. Comunque la porto nel cuore e ci torno sempre molto volentieri.

Come la percepisci oggi? Cosa ti sembra cambiata rispetto al passato?

Milano è cambiata tantissimo dal 2015 in poi dopo l’Expo, questa non è una novità. Ne ho seguito l’evoluzione a piccole dosi durante gli anni, ogni volta che ci tornavo.
A livello urbano è migliorata tantissimo, mi piace molto il nuovo look e poi si è internazionalizzata ancora di più ora: si sente parlare inglese per le strade, nei bar, cosa che prima potevi sentire solo se frequentavi alcuni ambienti o lavori, come quelli della moda per esempio. Tante zone sono cambiate, posti dove io un tempo facevo graffiti ora sorgono scuole di cucina, palestre e quant’altro. Milano è una città in evoluzione questo mi piace e mi rende fiero. A parte la zona di Garibaldi che ovviamente è quella che è cambiata più di tutti, anche la zona di piazzale Lodi l’ho vista molto migliorata, o il “nuovo” quartiere di Nolo sulla bocca di tanti sembra aver le potenzialità di crescita con la conseguente e inevitabile gentrificazione in arrivo, che non sempre è un bene ma che allo stesso tempo aiuta a riqualificare zone spesso abbandonate a sé stesse. A Brookyn in questi ultimi 10 anni ho visto molte zone gentrificarsi: l’ondata di freschezza è positiva ma purtroppo spesso e volentieri la conseguenza è quella dell’alzamento degli affitti, così molte persone – spesso artisti ma non solo – sono costrette a spingersi in zone più remote.

Un motivo per tornare a Milano e uno per rimanere a Brooklyn.

A Milano ho tutta la mia famiglia e tanti amici, ci torno sempre volentieri anche se l’apertura mentale e la dinamicità e l’internazionalizzazione di NY sono motivo per me di spunto creativo.
Il mio obbiettivo è quello di creare un collegamento tra NY e Milano, facendo progetti sia in America che in Italia. Questo in realtà sta già accadendo, in quanto grazie ai murales realizzati negli anni in America l’Italia mi sta richiamando e allo stesso tempo sto sviluppando nuove produzioni made in Italy da portare oltreoceano.
L’idea è di non rinunciare a nessuna delle due realtà.

Quando vieni a Milano dove ti piace uscire, mangiare, bere?

Tra i miei locali preferiti ci sono sicuramente il Birrificio di Lambrate e il Bar Basso, come ristorante l’Isola dei sapori. Questi sono per me posti storici dove passo ogni volta che torno. In realtà ci sono tanti posti nuovi che non conosco, mi piace farmi portare in giro e seguire i consigli dagli amici di Milano, a volte ho come l’impressione di sentirmi turista nella mia stessa città con la sola differenza che ne conosco le strade come le miei tasche.