Giampiero Stramaccia

10 anni di Dancity attraverso un'intervista con il suo direttore artistico.

Scritto da Nicola Gerundino il 23 giugno 2015
Aggiornato il 23 gennaio 2017

Il Dancity è un piccolo grande miracolo: un festival dedicato all’elettronica in un piccolo paesino dell’Umbria, Foligno, che nel tempo si è distinto per una line up sempre valida e ricercata, arricchita da prime assolute e progetti speciali. Come è stato possibile tutto questo lo abbiamo chiesto al suo direttore artistico, Giampiero Stramaccia, con il quale abbiamo ripercorso i 10 anni del festival, parlando anche di come la città di Foligno sia cambiata durante – e anche grazie a – questi anni di Dancity.

Quest’anno Dancity compie 10 anni, l’avresti mai detto quando hai cominciato?

In realtà Dancity è nato come progetto con grandi ambizioni: 10 anni fa non c’erano molte realtà di questo tipo, sia in Italia che in Umbria, benché qui la cultura del clubbing avesse una lunga storia. Quindi l’approccio di Dancity è stato una piccola rivoluzione culturale che poteva dare i suoi frutti solo grazie ad una programmazione a lungo termine.

Cosa avrà in più delle altre quest’edizione?

Oggi come oggi, notiamo con piacere che ci sono sempre più realtà che stanno facendo un lavoro simile al nostro. Dancity ha fatto due cose importanti, sin dall’inizio, ha cercato di unire due aspetti che erano considerati due mondi ben distinti, ma che in realtà hanno molti contenuti comuni: il lato sperimentale e quello più dedicato al dancefloor. E poi ha puntato sullo sdoganamento di spazi di valore storico, mettendoli a disposizione di entrambe le espressioni che, nel nostro modo di vedere le cose, sono due facce di uno stesso movimento.

Come nasce Dancity?

Dancity nasce come associazione culturale, quindi senza scopo di lucro, ed è questa la caratteristica fondamentale. È quella spinta che ti dà la consapevolezza di un obiettivo fermo e immutabile: l’aspetto culturale, cercando quanto possibile di limitare i danni (economici). Il tutto con due risultati: creare da un lato un humus fertile in provincia e, dall’altro, dare la possibilità a chi viene da fuori di vivere un festival in maniera rilassante e familiare, in cui gli artisti non sono entità irraggiungibili e distanti, ma li puoi trovare al tavolo accanto della stessa osteria.

È difficile fare un festival a Foligno? 

Le istituzioni, grazie in particolare ad alcuni assessori “illuminati”, hanno creduto sin dall’inizio in questo progetto e hanno dato credito e supporto a una iniziativa che sulla carta poteva sembrare come accogliere degli extraterrestri in città, senza sapere a quali conseguenze questa scelta avesse portato. Il tempo ci ha dato ragione, anche se da qualche anno a questa parte stiamo fronteggiando un altro tipo di problema: Foligno, da deserto, è diventata una città viva e piena di iniziative (molte delle quali discutibili), in cui il legittimo desiderio di renderla sempre più piena ha portato a un sovraccarico di eventi, spesso organizzati senza una approfondita riflessione culturale. Quella che doveva essere la città che si è distinta per essere giovane e stimolante, rischia oggi di diventare un posto senza una linea culturale: mentre prima si investiva in festival come Dancity, Young Jazz, Canti e Discanti (oggi Umbria World Festival) e Segni Barocchi, tutti con una forte connotazione artistica, oggi eventi del “magna’ e beve” e iniziative di facile uso e consumo stanno prendendo quegli spazi così a fatica conquistati da chi ha fatto un lavoro serio e in tempi in cui c’era solo il deserto. Viviamo un momento scintillante ma allo stesso tempo pericoloso, perché a costruire ci vogliono anni, a distruggere basta poco.

Dopo 10 anni riesci a dirci che impatto ha avuto il festival sulla città?

La città è mutata e, possiamo dirlo, Dancity ha dato un forte contributo a questa evoluzione. Sono tanti i giovani che producono musica elettronica con ottimi risultati ed è per questo che quest’anno la ribalta sarà anche per loro. Ha aperto un club che programma settimanalmente eventi nel campo della musica elettronica e c’è chi ha rischiato aprendo un negozio di dischi in vinile…

Quali sono state le più grandi soddisfazioni che ti ha dato Dancity? Benvenuti aneddoti. 

Be’ ce ne sono tanti: Shackleton con il cappello da “quintanaro” mentre suona con 40 tamburini di tutti i rioni (la Quintana è la manifestazione di rievocazione storica della città di Foligno che coinvolge tutta la cittadinanza).
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Vedere l’alba in centro, con il chiostro pieno, la polizia che pazientemente aspetta l’ultimo disco oltre il limite consentito mentre James Holden suona pura poesia. Tutta la città che corre in nostro aiuto dopo che una grandinata incredibile allagò il chiostro (20 cm di acqua) documentato dal video The Miracle. Uno dei miei ricordi più belli è Jan Werner (Mouse on Mars) in cima al campanile del Duomo a campionare il suono delle campane.

Qual è stato il più bel feedback che hai mai ricevuto da un artista e quale il peggiore?

Il più bel feedback è stato l’inserimento di un brano dal titolo “Foligno” nel disco di Alva Noto e Blixa Bargeld a seguito della loro strepitosa performance in prima assoluta proprio al Festival. Un ricordo negativo risale allo scorso anno, quando ci siamo trovati costretti a cacciare dal palco DJ Sotofett a cui avevamo affidato, anche con orgoglio e un pizzico di spregiudicatezza, la chiusura del sabato insieme a Gilb’r. Ma preferisco non entrare nei dettagli. Rimane comunque un grande artista e lo sta continuando a dimostrare, probabilmente il main stage non era la situazione giusta per lui. Abbiamo capito che non basta essere un bravo dj per affrontare una situazione, bisogna essere anche professionisti.

Tre cose da fare a Foligno e dintorni durante Dancity? 

Assolutamente una visita alla Calamita Cosmica, l’incredibile scheletro monumentale (24 metri) di De Dominicis, visitabile presso la Chiesa dell’Annunziata a Foligno. Assaggiare un buon rosso di Montefalco e fare una passeggiata per Bevagna prima di arrivare alla Cantina Scacciadiavoli per la chiusura del festival, domenica 5 luglio.
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Come scegli i tuoi artisti?

Questa è la formula segreta, quella che rende speciale un piatto che può sembrare comune. Ognuna delle tre giornate ha un filo conduttore, una visione che si plasma con il tempo, che richiede tanto impegno, delusioni e conferme inaspettate. Specialmente se non si vuol lavorare con i soliti noti. È comunque un lavoro in team e se io metto “la firma”, ci sono persone speciali con me con cui costruisco la programmazione: principalmente Matteo Trenta e Stefano Galli, che sono coloro con cui mi confronto quotidianamente e con cui vicendevolmente scambio le idee che portano al risultato finale.

Il live preferito di ogni edizione?

2006: Dancity muoveva i primi passi e indimenticabile fu il live degli Apes On Tapes in piazza Piermarini. A un tratto è successo che tanti bambini hanno iniziato a tirare o a staccarsi dai genitori che passavano di lì per caso, noncuranti di ciò che stava accadendo. È bello vedere come un linguaggio come la musica possa creare spontaneamente un filo diretto con chi non ha pregiudizi. Mi ha fatto capire che eravamo sulla buona strada. 

2007: il dj set di Marco Passarani, un maestro. 

2008: la strepitosa performance degli Efterklang, per non parlare del concerto di Apparat. 

2009: la performance in anteprima assoluta di Carl Craig, Francesco Tristano e Moritz Von Oswald con il sassofonista folignate David Brutti (che il gruppo ha poi richiamato in altre esibizioni) nel 2009. 

2010: Le 2 ore e passa di live che è stato costretto a suonare Etienne Jaumet a grande richiesta del pubblico che lo ha accerchiato senza dargli via di scampo. 

2011: tre ex aequo: lo strepitoso live degli Arandel con la Dancity Ensemble (archi + ottoni), il fenomenale dj set di DJ Krush e Braun Tube Jazz Band (il giapponese Ei Wada che suona i televisori a tubo catodico). 

2012: pure qui è difficile, ma Trevor Jackson con la sua bellissima mostra, il disegno del nostro logo e il meraviglioso dj set, ha lasciato un segno indelebile su Dancity. 

2013: La performance originale di Shackleton insieme ai tamburini della Quintana nel 2013, mesi di grande lavoro per questo ambizioso e difficilissimo progetto in cui Sam – che ha composto tutte le parti -, i maestri che hanno diretto le sezioni, Mario De Santis, Paolo Giri e Alessandro Raspa, e i tamburini dei rioni hanno dato il massimo. Un concerto gratuito che è stato apprezzato dagli appassionati, ma anche da tanta gente che è venuta ad ascoltare qualcosa di magico e inaspettato.

2014: l’energia funky di Theo Parrish con la sua band stellare composta da musicisti e danzatori bravissimi. 

Quali sono i 5 act di quest’anno che consiglieresti di non perdere, posto che, sappiamo benissimo, tutti i nomi di Dancity sono importanti per te?

Be’, come perdere Cabaret Voltaire? Oppure Underground Resistance con il progetto “Timeline”, che non si esibiscono in Italia dal 2004? O Roy Ayers in mezzo ai vigneti di Montefalco? Sono tutte occasioni più uniche che rare in esclusiva al Dancity Festival. Consiglio spassionatamente la performance di Holly Herndon che si presenterà forte del meraviglioso e acclamato
disco “Platform” e i Cabaret Contamporain che, sono sicuro, saranno una delle rivelazioni di questa edizione.