Giufà: indipendenza, ricerca e accoglienza

A due passi dalla movimentata piazzetta di San Lorenzo, una libreria dove sentirsi magicamente a casa

quartiere San Lorenzo

Scritto da Andrea Provinciali il 21 dicembre 2020
Aggiornato il 14 gennaio 2021

Foto di Alberta Cuccia

Luogo di residenza

Roma

Attività

Libreria

Trovare questa libreria-caffè dal nome “buffo” – Giufà – è facile. Per pochi metri non si affaccia nella centralissima, pedonalizzata e quasi sempre affollata Piazza dell’Immacolata: è nascosta poco più in là nella piccola via degli Aurunci. È sempre un piacere varcare la soglia di Giufà: una stanzona piena zeppa di colori, con gli scaffali debordanti di libri, qualche tavolo e, là in fondo, il bancone del bar. Ci si può sedere all’interno oppure occupare la panca sul marciapiede di fronte. Un caffè, un buon vino, una birra. Ma soprattutto i libri. «Rivolgiamo particolare attenzione alle proposte della piccola e media editoria, ai progetti culturali indipendenti, ai temi del consumo critico e a ogni azione capace di generare solidarietà sociale”, in particolare “siamo specializzati in graphic novel, fumetti e albi illustrati», recita il sito della libreria. Un altro punto di forza di Giufà sono le numerose presentazioni – a volte sono così piene di gente che la fila arriva veramente fin quasi alla piazzetta. Uno spazio magico dove incontrarsi, fare due chiacchiere, rilassarsi e trovare buone e ricercate letture. Abbiamo provato a carpirne i segreti intervistando Francesco Mecozzi, uno dei soci.

Foto di Alberta Cuccia
Foto di Alberta Cuccia

Che cosa vi ha spinto ad aprire una libreria nel 2005?

Siamo sempre stati e siamo tutt’ora un gruppo dai passati e dalle esperienze lavorative molto diverse: la libreria ci sembrava un luogo dove potessimo ripartire da zero e reinventarci un lavoro che potesse mettere insieme in modo creativo tutti i nostri pezzi di vita, così differenti tra loro.

Perché proprio a San Lorenzo?

Nel 2005 San Lorenzo era un quartiere ancora molto vivace, tanto nella vita diurna (artigiani, laboratori, negozi) quanto in quella notturna. Si sperimentavano anche molte forme di socialità diverse – dai movimenti alla Palestra Popolare, dai piccoli teatri alla musica – ma, paradossalmente, fatta eccezione per piccolissime realtà specializzate come la Libreria Internazionale di Valerio Marchi e Anomalia, mancava un’idea più contemporanea e polifonica di libreria.

Che rapporto avete con il quartiere?

Il quartiere per noi è sempre stato una necessità: una priorità di “prossimità” e un punto di partenza per creare un presidio culturale.

Quest'anno avete compiuto quindici anni, come avete visto cambiare San Lorenzo in quest'arco di tempo?

Il quartiere cambia e forse è anche giusto che possa farlo. Il problema è che sta cambiando nello stesso modo di tanti semi-centri delle altre capitali europee, che si arrendono alle speculazioni, piccole e grandi, creando porzioni di città sempre più somiglianti ad anonime terre di conquista per chi deve investire o riciclare.

E la clientela? In quindicI anni è cambiato qualcosa nelle abitudini del pubblico?

Anche qui, la clientela cambia e cresce ed è giusto che sia così. Per fortuna l’aver lavorato sulla prossimità ci ha regalato un’attenzione particolare da parte di tutta la città, complici anche le nostre scelte editoriali mirate e l’idea di ristorazione che abbiamo sempre affiancato alla lettura.

Una libreria riesce ancora oggi ad avere un ruolo aggregativo?

Assolutamente sì! E anche sano, curioso, stimolante e intergenerazionale.

Ha senso nel 2020 aprire una libreria senza un angolo dove poter preparare bevute e piatti?

Il bar all’interno di una libreria è una possibilità; noi l’abbiamo sempre vissuto come un secondo motore che ci potesse permettere di essere più liberi e coraggiosi nella scelta della linea editoriale e delle sue specificità. Il bar è anche un catalizzatore della socialità di cui parlavamo prima, ma a patto che sia fatto con serietà e senso etico, altrimenti diventa uno strumento della speculazione del “tutto e subito”.

Anche le presentazioni fanno parte della linfa vitale di Giufà. Quanto sono importanti per una libreria?

In quindici anni ne abbiamo fatte circa 1.200. Sono importanti e caratterizzano un percorso che va letto però secondo una prospettiva ampia e di lungo periodo.

C'è un modello di libreria al quale vi siete ispirati per dare vita a Giufà?

L’ispirazione è sicuramente quella di un caffè di tipo nordeuropeo; poi noi siamo stati tra i primi ad aprire con questa formula e quindi, per nostra fortuna, è toccato a noi dare ispirazione e pareri a chi ha voluto aprire spazi simili – non faccio nomi, ma sono abbastanza.

Arriviamo ora alla qualità dei titoli proposti sui vostri scaffali, soprattutto legati all'editoria indipendente. Come avviene la scelta del catalogo?

La scelta di un catalogo – e ripeto, la nostra idea è sempre stata quella di specializzarsi in alcuni settori – è al tempo stesso la cosa più difficile e facile che tocca a ogni libraio/a. È una specie di sintesi di tantissimi spunti, letture e proposte che dovrebbero portare chi entra a riconsiderare la sua curiosità, perché in qualche modo spiazzata e superata “a sinistra”, avvicinandosi a un libro a cui forse non si sarebbe mai arrivati se non si fosse incappati in “quella libreria”.

L'angolo fumetto-illustrazione-graphic novel è uno dei più forniti. Ci avete puntato fin da subito o è cresciuto negli anni?

Il nostro settore di graphic novel è molto vario e fornito e rappresenta una delle due o tre “specializzazioni” che ci siamo dati fin da subito, anche se il mercato e l’attenzione per questo tipo di narrazione non erano minimamente quelli di oggi. Negli anni sono passati da noi moltissimi autori e autrici – Makkox, Zerocalcare, Gipi, Charls Burns e Horrocks – proprio perché siamo stati a lungo uno dei pochi posti che riconosceva grande dignità a questo genere, mentre nel resto d’Italia era ancora poco valorizzato.

Come considerate l'attuale stato di salute delle librerie e del settore editoriale italiano?

Io continuo sempre a vedere il rischio di un appiattimento culturale delle librerie, in quanto vittime e carnefici di quella logica che vuole si insegua sempre il prodotto che “vende”. Manca il coraggio di essere se stessi e quindi in molti si buttano come delle gazze su proposte editoriali improvvisate e posticce. Detto questo, a fare da contrappeso ci sono ormai in tutta Italia una serie di piccole librerie di una bravura incredibile. Altra questione sono gli editori, che – soprattutto, o solamente, gli indipendenti – questa identità e questo coraggio li hanno maturati e sanno esprimere tutto il potenziale di scelte mirate e di cataloghi che crescono con un criterio. Si dovrebbe pubblicare solo un po’ meno e preoccuparsi invece di recuperare i “cattivi lettori”, che in Italia sono una cifra record: solo il 5% legge più di uno o due libri l’anno.

Per chiudere, ci consigliate un libro che in qualche modo secondo voi ha a che fare con San Lorenzo?

“Ballardismo applicato” di Simon Sellars (NERO Editions). È un libro “revival” per una parte della nostra generazione che sicuramente vent’anni fa frequentava San Lorenzo per mille ragioni e con tante energie politiche. E poi, non da meno, perché l’ha tradotto Luciano Funetta – autore dei romanzi “Dalle rovine” (Tunué) e “Il grido” (Chiarelettere) -, uno dei librai più bravi che abbia conosciuto e che lavorava proprio in una libreria nel quartiere.