Il corpo come esplorazione: Giuseppe Vincent Giampino

Un viaggio dall'Olanda a Roma in vista del debutto per Short Theatre con la performance ff_fortissimo

Scritto da Nicola Gerundino il 31 agosto 2021
Aggiornato il 6 settembre 2021

Luogo di nascita

Roma

Luogo di residenza

Roma

Attività

Performer

Un debutto è sempre un passaggio importante ed è un piacere poterne parlarne alla vigilia con i protagonisti, soprattutto quando le parole scorrono senza tremori retorici ed enfasi. “ff_fortissimo” sarà il primo lavoro che Giuseppe Vincent Giampino porterà all’interno di Short Theatre e abbiamo deciso di scriverne non solo per l’unicità del momento, ma anche per le idee che ci sono dietro, a cominciare dalla volontà di costruire un linguaggio corporeo prima ancora di definire una danza, e per la sua genesi “territoriale” che ha visto Giuseppe sia collaborare con Lady Maru per le musiche, sia sviluppare e perfezionare la performance all’interno di un programma di residenza al Mattatoio. Short si conferma ancora una volta una cassa di risonanza privilegiata e oltremodo attenta a tutto quello che accadde all’interno di Roma: un’invito perenne alla scoperta che abbiamo colto al volo anche in questo 2021. “ff-fortissimo” è in programma giovedì 9 settembre alle 19:00 con replica alle 22:15

 

Inizierei questa intervista partendo dalla tua formazione, in particolare dall'esperienza in Olanda. Penso sia interessante sapere come la percezione dello spazio di questo Paese si rifletta nei corpi e nella danza. Insomma, si tratta di una nazione che lo spazio se l'è dovuto immaginare e spesso creare dal nulla sottraendolo al mare.

In Olanda esiste un detto: “God created the world, but the Dutch created the Netherlands”. Diciamo che per quanto ironico, questo pensiero aiuta a farsi un’idea del sistema olandese. Per rispondere più direttamente alla domanda, potrei dire che, almeno nell’istituzione universitaria di mia esperienza, la danza, o meglio, le danze, sono considerate uno tra i vari strumenti di indagine corporea e non il fine al quale fare riferimento. Attraverso diverse pratiche e approcci teorici si esplora lo spazio del s/oggetto-corpo – che non definirei né strumento né mezzo – con lo scopo di portare in superficie un arcipelago di possibilità da indagare. Quale luogo di navigazione può essere più intrigante di un territorio-apparato in continua mutazione ed evoluzione, fortemente legato al suo contesto storico e culturale eppure più ampio di essi e oscuro a sé stesso? L’approccio dal quale mi sono fatto affascinare in Olanda è relativo alla scoperta ed esplorazione del corpo in quanto s/oggetto in continua emersione e mancanza, un po’ come l’isola Ferdinandea.

Dopo l'Olanda e diverse altre residenze sei tornato a Roma. Qual è il tuo feeling con la città e con la sua scena performativa?

È stato un ritorno un po’ tortuoso, ma pur sempre tale. Ho avuto il piacere di riscoprirla e trovare aspetti affascinanti, peculiari e stimolanti che prima davo per scontati. Oltre gli spazi della cornice cittadina emergono piccole realtà decentralizzate che tentano di rivitalizzare il campo delle possibilità che Roma può offrire, all’interno dell’ambito performativo ma non solo.

Negli ultimi mesi sei stato al Mattatoio nell'ambito del programma di residenze "Prender-si cura": a cosa hai lavorato?

Al progetto “Virtual2” con Cristina Kristal Rizzo e a “ff_fortissimo” con Riccardo Guratti. Erano entrambi progetti in via di sviluppo, anche se in momenti diversi della loro creazione. La residenza si è dimostrata fondamentale per riprendere la produzione dopo il periodo di lockdown, con spazi e organizzazione impeccabili. Spero che “Prender-si cura” si consolidi nel tempo perché la città non offre molti luoghi istituzionali che abbiamo la volontà o la possibilità di accogliere progetti di ricerca.

Sempre quest'anno hai partecipato anche a un'edizione tutta particolare di Live Arts Week, senza orari e senza riferimenti fisici. Qual è il tuo racconto? Come hai vissuto questa dimensione estrema di fluidità?

Sì, ho collaborato con Annamaria Ajmone, Laura Pante e altre persone alla messa in opera di due gesti creativi di Cristina Rizzo. Ho trovato la direzione di questa edizione rinfrescante: lo spaesamento iniziale si è tramutato in un modo di stare, sostare, accogliere lo sguardo e gli eventi. Affinché ciò potesse avvenire credo fosse necessaria una presenza quotidiana e la volontà di relazionarsi al gesto curatoriale del festival, abitarlo e farsi abitare: una proposta estremamente partecipativa, ma non nel senso che siamo abituati a dare a questa parola nell’ambito performativo. Fluido e preciso.

Tra pochi giorni sarà la volta di Short Theatre, dove porterai uno dei lavori che hai citato prima, "ff_fortisismo". Qual è il tuo rapporto con questa rassegna?

Ormai Short è un evento decisamente atteso a Roma. Ne ho fatto esperienza da spettatore e questa è la prima volta che partecipo portando un mio lavoro.

Di "ff_fortissimo" cosa puoi raccontarci invece?

È il tentativo di andare più a fondo in alcune questioni che mi interessano. Tematiche del post-umano e politiche corporee che trovo importante provare a definire esteticamente. Non so mai quanto e come raccontare i miei lavori, ma scelgo di dire che questo vuole costituire un linguaggio corporeo prima della danza, per arrivare poi a definirne una. È un primo mattone di un progetto più ampio.

"ff-fortissimo" avrà una colonna sonora creata ad hoc. Qual è il tuo rapporto con la musica, sia personale che da un punto di vista coreografico?

Il suono sarà protagonista, sì, ma la musica entrerà in campo dopo un po’ di tempo. Questo perché i vari livelli del lavoro si intrecciano, ma non sono stati pensati uno al servizio o supporto dell’altro: coesistono. Ho studiato pianoforte ma non lo suono, ascolto un po’ di tutto e spesso mi capita di sentire lo stesso brano per settimane o mesi, come succede a tutti d’altra parte. A livello coreografico direi che non mi interessa utilizzare la musica come accompagnamento, come partitura ritmica del movimento o ambiente sonoro. Non mi interessa come piano accessorio alla visione: la considero un estensione estetico-sensoriale della pelle e viceversa. Parto da qui.

Qual è invece il tuo rapporto con il clubbing? Le musiche di ff_fortissimo sono state scritte da Lady Mary, quindi immagino che questo mondo ti appartenga, specie nella sua declinazione techno.

Lady Maru definirebbe le musiche di “ff_fortissimo” elettro-gong più che techno! Quando si poteva ancora ballare e sudare con persone sconosciute mi capitava spesso di andare a serate techno o di altro tipo ed è così che conosciuto la musica di Lady Maru. Non so se questo genere mi appartenga al 100%: lo capisco col corpo, ma, come mi accade per vari fenomeni culturali, preferisco lasciarlo nel luogo che l’ha generato e non impoverirlo portandolo a teatro.

Come e quando avete deciso di lavorare assieme a questo progetto? Quanto è importante per te fare rete con gli artisti della città?

Dopo aver ballato con la sua musica mi sono ritrovato a casa nel letto e ho pensato che avrei voluto conoscerla e proporle di lavorare insieme. È accaduto qualche tempo dopo tramite un’amica comune, Marta Olivieri, così le ho chiesto se fosse curiosa di collaborare scrivendo una musica originale. Abbiamo iniziato a lavorare prima nel suo studio, senza che il materiale corporeo ci annebbiasse le orecchie, e poi ho avuto il piacere e la possibilità di invitarla a partecipare alle prove durante la residenza al Teatro India. Qualche modifica e via. Lavorare con artisti della città è abbastanza importante, ma non fondamentale a priori. Preferisco godere del piacere nell’incontro e nella conoscenza, se poi si ci si occupa di lavori affini ed è interesse comune collaborare tanto meglio. Anzi, bomba!

Ultima domanda sul festival, quali sono gli spettacoli di questa edizione di Short a cui non vedi l'ora di assistere?

Ivo e Lafawndah. Ivo Dimchev lo seguo da quando ho avuto il piacere di vedere il suo lavoro “I-on”. Trovo d’ispirazione la sua capacità di espandere le possibilità dei processi politici di soggettivazione non risultando mai autoindulgente, ma capace di ampliare le applicazioni artistiche del medium di riferimento. Trovo i suoi lavori coreografici tra i contributi più solidi al linguaggio della danza contemporanea degli ultimi anni. Mi piace la sua musica e il suo percorso artistico in continua evoluzione. Anche Lafawndah, che in qualche modo avvicino al lavoro di Sevdaliza, la seguo e ascolto da un po’ di tempo. Mi sembra che le sue sperimentazioni musicali non vogliano rimandare mai a un’immagine unitaria. Per qualche motivo questo mi aspetto mi rassicura. Poliritmiche e poliformi, non tendono mai a una coerenza espressiva, ma sono spiazzanti, aperte e ariose.