Il Dottor Pira

Garbatella o dell'importanza di avere una piramide a pochi passi da casa

Scritto da Nicola Gerundino il 21 luglio 2020
Aggiornato il 3 agosto 2020

Foto di Alberta Cuccia

Qualche giorno fa ero col Pira a fare due passi per Garbatella e scattare le foto per questa intervista. Intrufolandoci in un parco abbiamo trovato in una pista da pattinaggio un gruppo di persone che facevano tai chi e, a dieci metri di distanza, altre che facevano skate – ovviamente suoi conoscenti di vecchia data. Dopo qualche minuto di chiacchiere e birrette sono tornato a casa e l’ho lasciato lì a skateare, con il tramonto che dipingeva di rosso i villini dei lotti e l’odore degli aghi di pino forte nell’aria. La morale di questo breve affresco urbano è che le persone “pazze” attirano situazioni “pazze” e che non c’è affatto da stupirsi se uno dei fumettisti migliori di questi anni una volta atterrato da queste parti non se ne sia più andato. Metti poi la comodità di avere una piramide (vera) a poche centinaia di metri da casa…

Foto di Alberta Cuccia

 

Da quanto sei a Garbatella e come ti sei ritrovato da queste parti?

Sono qui da quasi 14 anni. Ci sono arrivato totalmente per caso. Abitavo in Germania da quattro anni, ed ero sceso a Roma per lavorare insieme a dei miei amici che avevano aperto un’agenzia grafica. Nonostante quel progetto sia durato poco più di un anno, per una cosa o per l’altra sono rimasto a Roma e non mi è mai venuto in mente di cambiare quartiere. Anche se spesso pensano che sia una battuta, per me è importante: non ci sono tanti posti al mondo dove puoi abitare a due passi da una piramide ed avere al contempo tutte le comodità, tipo mezzi pubblici e supermercati.

Ci hai trovato e ci trovi tuttora qualcosa di diverso rispetto al resto di Roma?

Mi sembra prima di tutto. una zona molto spaziosa. Ho abitato sei anni a Milano, ma, seppur mi piacesse, sentivo il bisogno di andare in campagna almeno una volta a settimana. Dopo diversi anni mi sono accorto che quella necessità era determinata soprattutto dalla mancanza di un orizzonte: là non ci sono fiumi né alture che ti permettono di vedere in lontananza durante la giornata. Se in primavera uscivo e stavo tutto il giorno in giro alla sera avevo comunque l’impressione di essere stato al chiuso. Sarà che sono cresciuto in campagna e non ci sono abituato. In questa zona ci sono un sacco di spiazzi e alture, dal tetto del mio palazzo vedo tutta Roma. Ci vado quasi tutti i giorni, mi fa sentire tipo i supereroi quando riflettono. Quando durante il lockdown la gente ha scoperto i tetti devo dire che mi ha un po’ infastidito: non sono posti per giocare a pallone, servono a spararsi le pose alla Batman!

Vivere in questo quartiere piuttosto che in un altro secondo te ha influenzato il mood dei tuo fumetti o comunque qualche altro aspetto del tuo lavoro?

Probabilmente questo posto ha un’influenza positiva, altrimenti non starei qui. C’è un misto di baretti coi tavolini fuori che, uniti al bel tempo – prima avevo sempre abitato in zone con climi peggiori – sicuramente favoriscono il disegno di fumetti. Un altro fattore che sembra abbastanza stupido, ma che non sottovaluto, è che non si tratta di una zona troppo densa di eventi. O perlomeno, non c’è un “giro” di ritrovi fissi come in altre zone della città. Quando abitavo a Berlino, per esempio, c’era quasi sempre qualcosa di imperdibile o almeno interessante: se decidevo di disegnare, la mia decisione doveva fare i conti con una serie di altre maniere di passare la giornata che, se non ero abbastanza determinato, sembravano più attraenti. È l’effetto “paese dei balocchi” e, come ci insegnano le favole, se ci passi troppo tempo rischi di diventare un somaro. Ritirarsi per reazione in un posto dove non c’è nessuno stimolo ti espone invece al rischio di appiattirti. Qui mi sa che ho trovato la giusta via di mezzo.

Se dovessi ambientare un fumetto da queste parti chi sarebbe il protagonista e quali sarebbero le sue avventure?

Non saprei, ho sempre avuto la tendenza ad astrarre le storie dai luoghi. È un approccio che le rende-meno relazionabili. So che sarebbe molto più efficace ambientare le vicende in un luogo conosciuto con personaggi noti, ma non mi viene. Anche quando inserisco dei personaggi conosciuti viene sempre fuori
una versione astratta degli stessi che in comune ha solo il nome e qualche fattezza. D’altra parte, sono convinto che la “romanità”, specialmente in questa zona, sia un concetto quasi astratto. C’è una sovrapposizione così pazza da rendere impossibile una lettura univoca – o almeno io la vedo così, non essendoci cresciuto, so che potrei sbagliarmi. Villette costruite in epoca fascista, ma che oggi risultano graziosamente ecologiche, abitate da gente tendenzialmente della fazione politica opposta. La filiale di Eataly più grossa del mondo costruita dentro a una gigantesca stazione mai utilizzata e pensata come una via di mezzo tra i Grand Palais parigini e i Mercati Traianei. Puoi farti una passeggiata in un parco dove pascolano le pecore e sederti su dei reperti dell’antica Roma. La stessa arte romana è pazza, se ci pensi. Uno si fa fare una tomba a forma di piramide perché andava di moda l’Egitto e poi ci costruiscono attorno le mura della città per risparmiare tempo e mattoni. Non si può dare una lettura lineare di una zona simile e questo mi piace molto: mi fa venire in mente solo cose pazze!

Come preferisci muoverti per il quartiere: a piedi, in bici o con lo skate?

Mi sono sempre mosso in bici perché lo trovo comodo, ma la uso più che altro per andare verso altri quartieri. La Garbatella è decisamente una zona da passeggiate. Mi perdo spesso per i lotti: almeno un paio di volte a settimana ci passeggio a caso. Qualche anno fa ho ricominciato ad andare in skate per un motivo che non saprei spiegarti. Roma è sicuramente una delle città meno adatte a un mezzo simile, ma proprio per questo trovo bello farlo. Ho bisogno di fare cose che non hanno un senso logico. Ci vado spesso in studio e da casa mia il tragitto non è lungo, ma in skate diventa tortuoso se voglio andare su strade abbastanza lisce. A volte allungo la strada tantissimo e rischio di ammazzarmi, ma mi piace. Mi sono anche rotto una mano l’anno scorso – la destra, tra l’altro – e tutti mi hanno incoraggiato a smettere, invece ho ripreso perché era una cosa stupida da fare.

Se dovessi organizzare un evento da queste parti, dove lo faresti e quale sarebbe? Ricordiamo con nostalgia i tuoi cineforum al Sinister Noise!

Ho organizzato un sacco di cose negli anni passati perché mi piace organizzare cose sotto casa: è comodo. Se ci fosse ancora il Sinister Noise sicuramente farei altri cineforum ninja: ci tengo a vantarmi di essere stato il primo a dedicare una serata alla cultura ninja in questa zona! Prima ancora, più di 10 anni fa, organizzavo un festival 8 bit al Linux Club. Ultimamente ho fatto un altro festival, il Giardino dell’Eden, con concerti psichedelici in ristoranti cinesi, ma purtroppo non ci sono cinesi abbastanza grossi qui vicino. Ho provato a lanciare delle feste in un nuovo locale vicino al Porto Fluviale, ma, sebbene fossero riuscite bene, erano troppo incompatibili con la gente di passaggio. È un po’ cambiato il pubblico, specialmente nella zona confinante di Ostiense: molti posti ora seguono più la logica del guadagno a breve termine, piuttosto che costruire una frequentazione basata sui contenuti (musicali o artistici). È anche vero che negli scorsi anni ho viaggiato molto, per cui non ho avuto il tempo di scovare nuovi posti in zona, andarci a parlare e tirare su delle situazioni. È una cosa che vorrei fare di più.

Ci sono dei "simboli" caratteristici di Garbatella a cui sei affezionato o che trovi particolarmente rappresentativi? Ne hai mai inserito uno nei tuo fumetti, un "cameo" un po' camuffato diciamo?

Sarà banale, ma trovo eccezionali i lotti di Garbatella vecchia. Qualche anno fa, mentre disegnavo “Super Relax”, andavo in giro a fare foto della zona al mattino, e ogni tanto riprendevo qualche scorcio da lì, mischiandolo con altre ambientazioni di diverse provincie italiane. Non volevo un’ambientazione che fosse riconoscibile in sé, ma mi piaceva che rimanesse quello spirito rilassato, gli spazi ampi, il verde. Ci trovo i lati belli della provincia, pur essendo in piena città.

Quali credi siano le criticità e i punti di forza di questo quartiere?

Per come me lo vivo io, non trovo grosse criticità, anche se per altri ci sono. Negli scorsi anni, quando ero altrove e dicevo di abitare a Roma, mi chiedevano spesso, come facessi a viverci nonostante i problemi che si percepiscono da internet: buche, spazzatura e mezzi pubblici che non funzionano. Non dovendo andare in ufficio, per me i mezzi pubblici non sono un gran problema e il resto è controbilanciato da altri aspetti che mi interessano di più, come il clima, la vicinanza del mare e la bellezza del posto. D’altronde, se avessi bisogno di una città con una logistica più efficiente mi sposterei, dato che posso lavorare dove voglio. Più che criticità, credo che al momento ci siano soprattutto un paio di fattori di rischio. La zona mangereccia del confinante Porto Fluviale si è espansa molto rapidamente e quelli che ci sono arrivati negli ultimi tempi non hanno più lo scopo di fare qualcosa di bello, ma piuttosto di sfruttare un’onda lunga investendo molti soldi, senza nessuna idea brillante. Sembra che abbiano guardato i locali che funzionano e abbiano deciso di copiarne l’estetica con vetrine e mattoni a vista, “tanto la gente ci viene comunque”. E in effetti per ora va, ma è un approccio superficiale, con la prospettiva molto corta. Nessuno si affeziona a posti simili perché non hanno alcun legante, se non una qualche estetica di richiamo. Dall’altra parte della metropolitana, invece, si rischia una chiusura di reazione, una diffidenza per la novità che fa pensare sia più rassicurante rintanarsi nella tradizione. Vivere la tradizione è una cosa, viverla come rifugio spesso si trasforma in una ripetizione vuota, anche qui fine a sé stessa. Ci sono comunque molti posti che si sono rinnovati in modo sano e vitale, ma questa dicotomia rischia portare all’appiattimento e alla sterilità.

Quale credi sia l'identità del quartiere, la sua essenza?

Non saprei dirlo, pur vivendo qui da 13 o 14 anni mi sono sempre sentito un turista, anche se un po’ mi imbarazza: spesso faccio le foto come se fossi in vacanza per qualche giorno. Non avendo mai preso l’accento romano anche i negozianti mi trattano come “lo straniero”, sebbene ormai mi conoscano, e devo dire che mi piace. Anche se lo spirito locale è molto radicato, credo che ci sia apertura verso chi viene da fuori e non molti se ne rendono conto: tanti romani danno per scontato che Roma sia molto chiusa rispetto ad altri posti europei. Io ho trovato più spesso situazioni inclusive. Sarà che noi “stranieri” non siamo in molti. Forse da questo misto viene fuori l’essenza attuale, dopotutto.

Quali sono i tuoi posti di fiducia, quelli che raccomanderesti?

Ho una mappatura di “baretti relax” per disegnare che scelgo in base all’ora e al giorno o al periodo dell’anno. Per quelli ho dei parametri che non credo interessino a molti – esposizione al sole, simpatia, tavolini fuori, possibilità di star tranquilli mezza giornata senza risultare di troppo. Mi piace molto il Kafejo, perché ha tutte quelle caratteristiche e anche un ottimo caffè. Anche il bar dei Cesaroni al mattino ha il suo perché e mi fa sentire turista. Meno caratteristico, ma comodo, il bar del secondo piano di Eataly – per qualche motivo mi piace anche il feeling da centro commerciale. Da quando ha chiuso il Sinister Noise non mi sono più affezionato a nessun club sotto casa. Quando mangio fuori mi piace la cucina orientale. Non sono proprio “di zona”, ma ne cito ugualmente due perché sono comunque al confine tra Garbatela e San Paolo e vicini al mio studio: CE Demolizione e il Kombinini, entrambi in via Gaspare Gozzi. Il primo è un cinese stilosissimo e molto piccolo, per cui non andateci se no poi non trovo più posto! Il secondo è un posto completamente pazzo che sembra un negozietto cinese, ma dove puoi mangiare. All’ingresso un cinese molto gentile ti dà un tablet e ordini dal suo sito internet. Poi con un walkie talkie parla con una ragazza sul retro che ti porta il cibo. Non ci vado tanto per la qualità dei piatti – che comunque è ok, anzi le ricette simil coreane col kimchi direi che sono buone – ma più che altro per la user experience. Spazi verdi, anche questi “di confine”: il prato del Cimitero Acattolico che è dietro la Piramide è un gran posto quando voglio sentirmi artista, la Caffarella per andare a manetta in bici a fare le sgommate spaventando le pecore.