Franco Pulcini

Direttore Editoriale del Teatro alla Scala, musicologo, scrittore e docente di Storia della Musica al Conservatorio “G. Verdi” di Milano. Franco Pulcini ha appena pubblicato il romanzo 'Delitto alla Scala'. Lo abbiamo intervistato in vista della presentazione del 19 novembre nell'ambito di Bookcity.

Scritto da Anna Girardi il 8 novembre 2016
Aggiornato il 23 gennaio 2017

A meno di un mese dalla famosa Prima della Scala, Franco Pulcini – Direttore Editoriale del Teatro – presenta il 19 novembre, insieme a Natalia Aspesi, in occasione di Bookcity, il suo nuovo romanzo Delitto alla Scala: un giallo ambientato all’interno del Teatro, dove, a causa di un omicidio, è proprio la Prima che rischia di saltare… un’immersione nel “luogo stregato”, fatto sì di musica, ma anche di intrighi, amori, gelosie, invidie, tensioni e, diciamolo, anche tanta ironia.

Entriamo subito in medias res: dopo tanti saggi legati al mondo musicale, dopo i tuoi romanzi, come è maturata l’idea di scrivere un giallo?
Ogni libro è in parte un giallo: leggendo, si è sempre curiosi di sapere come va a finire… L’idea di scrivere un poliziesco ambientato alla Scala mi era stata proposta vent’anni fa da Mario e Luigi Spagnol. Avevo già cominciato allora a scriverlo. Poi per dieci anni ho fatto televisione, per altri undici ho lavorato in Scala. Vivendoci dentro, ero a questo punto destinato a riprendere ciò che avevo iniziato. La Scala è un luogo che si presta a una narrazione noir.

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Perché?
In generale i musicisti si odiano un po’ tutti tra loro, senza arrivare però ad ammazzarsi! Io ho invece immaginato un crimine.

E bisogna capire chi è stato e perché è avvenuto…
Nel mio racconto, l’omicidio potrebbe essere conseguenza di gelosie, tradimenti, rivalità, ma anche di questioni musicali, legate al fortunoso ritrovamento del manoscritto completo dell’Arianna, un’opera di Monteverdi di cui è giunto in realtà un solo brano.

Che limiti ti sei posto nello scrivere un libro ambientato in Scala?
La Scala è, naturalmente, come tutti i luoghi di lavoro, un ambiente che può dare adito a bassezze anche peggiori rispetto a quelle descritte nel romanzo. Il problema è che non tutta la realtà ha valenze narrative. Ho voluto scrivere un libro divertente, non un pamphlet di denuncia, perché trovo che La Scala sia un luogo un po’ troppo inamidato. Circonfuso di gloria, tende per natura a non essere sufficientemente autoironico. Ho pensato di raccontare il tempio del melodramma osservato invece con un occhio divertito. Pur col rispetto dovuto a un luogo che produce spettacoli straordinari.

In teatro lo stanno leggendo in tanti? Chissà cosa penseranno!
È parecchio letto. Ma chi scrive un libro non deve preoccuparsi di quel che può dire l’uno o pensare l’altro. Avevo in mente di scrivere qualcosa di tipicamente italiano: da un lato mi sono ricollegato alla comicità nazionale, da Goldoni, a Lorenzo Da Ponte, al teatro di Rossini; dall’altro ho aggiunto anche episodi un po’ surreali, come ci sono ad esempio nei gialli di Fruttero e Lucentini. Ho cercato di inserire quell’ironia che fa molto parte del nostro mondo. Magari a qualcuno non piacerà un giallo del genere, però ho scelto di presentare il teatro in una veste tra il semiserio e il tragicomico.

Franco Pulcini assieme a Gastón Fournier Facio
Franco Pulcini assieme a Gastón Fournier Facio

Nel libro qual è il personaggio a cui ti senti più vicino?
Non sono nessun personaggio. Però vorrei essere come il commissario: penso che in tanti cerchino di identificarsi con una persona che non si lascia incantare, sempre attenta e oggettiva. Il commissario è soprattutto una persona per bene, senza atteggiamenti. Ed è proprio questa caratteristica che gli fa risolvere il caso. Mi piace che abbia il giusto scatto quando è necessario. Vedo che ci sono altri “vicequestori”, ad esempio il Rocco Schiavone di Manzini, che hanno sempre la battuta pronta; invece Abdul Calì è una persona pacata, ma che nel momento in cui deve ottenere qualcosa ha dei guizzi di brutalità che tutti noi dovremmo utilizzare al momento giusto. Purtroppo non è sempre così: o siamo sempre anestetizzati o continuamente reattivi.

Come vedo e immagino da tutti i libri che in casa tua ci circondano, sei un grande lettore… ti sei ispirato a qualche giallista o libro in particolare?
Il modello del romanzo è direi Michael Crichton. Forse potrebbe ricordare nella forma Rivelazioni, con continue inserzioni di messaggi. Alcuni lettori hanno colto questo collegamento. Diciamo che è un tipo di giallo che ricorda un po’ la meticolosità di certi legal-thriller di Grisham, anche se la parte legale qui non è molto estesa; al suo posto c’è però un minimo d’approfondimento delle questioni musicali. L’ironia può venire da altri: ho letto molto Kundera. Poi sicuramente ci sarà l’influenza di tanti scrittori che amo e che sono estremamente diversi, ad esempio il giallista vivente che mi interessa in assoluto di più attualmente è lo svizzero-tedesco Martin Suter. Lui però è un narratore essenziale, con pochi discorsi diretti, mentre la mia scrittura è molto basata sui dialoghi…

Hai detto che approfondisci tante questioni musicologiche… Non hai paura che chi non conosce la musica faccia fatica a seguire tutto?
Ho scritto cose riguardanti la musica in modo che fossero comprensibili a chiunque. Devo dire che il libro è stato letto anche da persone che di musica sanno poco ed è stato capito: sono stato molto attento a spiegare in maniera chiara i temuti “tecnicismi”. In effetti il giallo era anche un pretesto per raccontare questo mondo della musica scritta.

Nel libro emerge molto una realtà scaligera che assorbe, risucchia… È realmente così?
Penso di aver spiegato che il mondo della Scala non è tutto magico: in realtà questo teatro ha il problema di dover risolvere continuamente centinaia di problemi sul momento. C’è la programmazione che incalza, gli artisti che pretendono. Direi che l’incanto avviene nel momento della rappresentazione. Con la commozione, ci si dimentica tutto. Fino a un secondo prima dell’inizio, sono tutte grane. Non ci si rende conto dell’enorme fatica che si compie per arrivare al punto in cui il pubblico entra e vive questa grande meraviglia, che però è costata un prezzo enorme. Per lo meno ai nervi delle persone che ci hanno lavorato! E che vanno ringraziate!

Sì, certo, infatti devo dire che la scelta di Viola – una delle protagoniste –, alla fine, sembra essere di buon senso… Senti, a proposito del lavoro alla Scala, da quanti anni sei Direttore Editoriale?
Undici!

In questi undici anni qual è l’opera che ti è rimasta più nel cuore?
Forse la Káťa Kabanová, con l’acqua che invadeva tutto il palcoscenico e uno specchio d’acqua la cui superficie, prima immobile, irradiava all’inizio cerchi concentrici simili alle onde meravigliose della musica di Janáček. La regia era di Robert Carsen, un artista col quale sono in seguito stato in contatto per molti titoli, a cominciare da Candide di Bernstein, di cui avevo curato la traduzione italiana da recitare in scena.

Kát'a Kabanová al Teatro alla Scala, stagione 2005/2006
Kát’a Kabanová al Teatro alla Scala, stagione 2005/2006

Oltre a questo, sei anche docente al Conservatorio di Storia della Musica, sei scrittore, hai lavorato per la televisione… Quale è stato il tuo percorso?
Io sono torinese e il mio destino sarebbe stato quello di fare l’ingegnere, lavorare per esempio alla FIAT. Infatti mio papà mi aveva iscritto al liceo scientifico, per indirizzarmi verso questo tipo di carriera. Però avevo una grande passione per la musica: ho iniziato da ragazzino a studiare la chitarra classica, poi il piano, la composizione e alla fine ho dato la grande delusione a mio padre scegliendo di andare a studiare Musicologia presso la Facoltà di Lettere di Torino con Massimo Mila. La mia famiglia ci rimase molto male.

Intravedevano un fallimento professionale?
Senz’altro il rischio di una carriera incerta, senza aiuti in famiglia. Durante gli studi sognavo di fare di tutto, dal compositore al direttore. Per fortuna quelli erano anni in cui pochissimi si occupavano di musicologia e c’era stata una grande espansione dei Conservatori. Io avevo ottenuto una borsa di studio per andare un anno in Cecoslovacchia e avevo prodotto delle pubblicazioni scientifiche che Massimo Mila e Fedele d’Amico avevano molto incoraggiato. Ho vinto così molto giovane un posto in Conservatorio e ho intrapreso il mestiere di musicologo.

Sei uno specialista di musica slava, vero?
Ho approfondito lo studio di due autori allora meno conosciuti dal grosso pubblico, Janáček e Šostakovič, su cui ho scritto due monografie ancora oggi in vendita. Quando sono andato a lavorare in televisione, dove facevo documentari assieme a Piero Maranghi, mi sono un po’ adagiato come studioso. Mi dedicavo ormai più alla divulgazione che alla ricerca pura. Finito il periodo della televisione, pensavo che mi sarei ritirato a fare lo scrittore, anche se il mio romanzo Lei è una grande era stato scritto negli anni Novanta, ed era rimasto purtroppo inedito. Poi sono stato chiamato dalla Scala!

Nel tuo lavoro c’è sempre di fondo un’idea di divulgazione della musica, anche nella realizzazione dei libretti o delle traduzioni…
Sì, pensa che io e Sergio Sablich siamo stati, trent’anni fa, tra i primi a lavorare al sistema delle traduzioni dei libretti proiettati: il testo doveva essere il più possibile stringato, soprattutto nel momento in cui la musica macina molte parole. Mi ricordo che quando Patrice Chéreau ha messo in scena Da una casa dei morti di Janacek, abbiamo lavorato insieme molto approfonditamente sui sottotitoli, perché il pubblico deve vedere la traduzione, ma senza perdersi nella lettura e di conseguenza trascurare la rappresentazione. Ora alla Scala se ne occupa un gruppo di musicisti-letterati-linguisti bravissimi e se gli spettacoli hanno grande successo, lo si deve anche a loro.

Per La Scala hai tradotto dal ceco i libretti di Janáček de La volpe astuta, Da una casa di morti e Káťa Kabanová. Hai anche commissionato importanti traduzioni, come quella del Ring a Franco Serpa o del Lohengrin a Quirino Principe: ce ne vuoi parlare? Cosa ti rende più soddisfatto del lavoro di questi anni?
Principe ha anche tradotto per noi, con grande efficacia scenica, Die Soldaten di Zimmermann. Altri titoli, come Co2, Cuore di cane ed altri sono stati tradotti, con notevolissima resa, da Serena Prina, una celeberrima traduttrice dall’inglese e dal russo. Anche la poetessa Patrizia Valduga ci ha fornito delle versioni mirabili del dittico di Ravel e di Roméo et Juliette di Gounod. Quando c’è una bella versione che scorre nei sottotitoli, lo spettacolo ha spesso maggiore successo. Personalmente mi dà grande soddisfazione fare le presentazioni prima degli spettacoli, anche se mi costa fatica e mi rovina diversi fine settimana. E non perché pensi di farle particolarmente bene, ma perché vedo riunite insieme persone che vogliono avvicinare l’opera con un’autentica sete di sapere, che è il modo migliore per poterla comprendere e amare in modo più profondo.

Sablich, Quirino Principe e Pulcini
Sablich, Quirino Principe e Pulcini

Facendo un passo indietro… Sei stato allievo di Massimo Mila, dicevi. Che fortuna! Come è stato? Cosa ti ha lasciato?
Grandissimo uomo, divulgatore esemplare, critico arguto, penna poetica e di un’ironia insuperabile. Aveva la straordinaria capacità di far sentire tutti cretini, anche perché diffidava della presunzione dei giovani; questo ha molto giovato ai miei studi, perché volevo sempre dimostrargli di essere migliorato. Devo dire che aveva molta simpatia per me e avevamo un rapporto cordiale, sebbene con la distanza e il rispetto che c’era allora tra insegnante e studente. Mi ha aiutato tantissimo, perché mi ha fatto avere la borsa di studio per fare ricerche in Cecoslovacchia e mi ha sempre spronato a fare meglio. Purtroppo è mancato prima di leggere le mie monografie… Però ha saputo che avevo avuto il posto al Conservatorio e si è raccomandato di non lasciarmi tentare dalle studentesse più disinvolte, perché, sebbene fosse tutt’altro che puritano, considerava la cosa riprovevole. Mi sono sforzato di tenere sempre a mente il suo insegnamento!

E tu con i tuoi allievi che rapporto hai?
Ho avuto tanti allievi, tra questi Filippo Del Corno, Daniele Rustioni, Francesca Dego. A un giovane Daniele Gatti ho fatto un esame. Alla Scala ci sono tanti miei ex allievi che ora sono in orchestra o nel coro. In genere mi sembra che abbiano un bel ricordo. La cosa strana è che, più che ricordarsi gli insegnamenti, si ricordano le mie battute…

Non li fai sentire tutti dei cretini, come Mila allora!
No, no, in questo senso sono un insegnante “peggiore” di Mila. Ho sempre cercato di far lezione in maniera il più possibile divertente. Non perché mi piaccia fare il comico – anzi, sono una persona piuttosto malinconica – ma perché, divertendosi, si apprende meglio.

Hai altre passioni al di fuori del mondo della musica e della letteratura?
Amo molto andare in barca vela e infatti il mio romanzo “noir” Il maltempo dell’amore è ambientato per mare. Devo dire che molti dei miei libri di narrativa li scrivo in barca. Quella della vela e del mare in generale è una passione che ho in comune con mia moglie, a cui devo quasi tutto degli ultimi trent’anni della mia vita. È una grandissima fortuna, perché solitamente i miei amici velisti hanno compagne nemiche della nautica… Amiamo la vela, con tutte le sue difficoltà. Ci avventuriamo da soli, anche se, quando c’è brutto tempo o tempesta, tenere la barca in due non è facile. Il mondo del mare è particolare, così come quello della montagna tanto amato da Massimo Mila. In montagna facciamo lo sci di fondo, che da anni pratichiamo a Cogne, luogo molto amato anche da Antonio Manzini, grande giallista e uomo simpaticissimo. Mi ha raccontato che da giovane faceva la comparsa all’opera.

Ultima domanda: hai una versione del Lamento di Arianna da consigliarci?
Secondo me l’edizione più bella che c’è su Youtube è quella cantata da Anna Caterina Antonacci, che è anche una versione scenica. Però devo dire che Il lamento d’Arianna, sebbene sia un brano estremamente toccante, è molto diverso dall’opera che mi sono immaginato: varia e commovente per i cori, come potrebbe essere L’Orfeo o L’incoronazione di PoppeaIl lamento d’Arianna è un pezzo estremamente poetico, che dovrebbe risaltare in contrapposizione a cori vivaci e alla varietà delle altre arie. Preso così, singolarmente, forse può non rendere come all’interno di un’opera completa: può anche darsi che chi lo ascolti, magari dopo aver letto il mio romanzo, provi una certa delusione nell’ascoltare questa scena un po’ straziata, un po’ parlata: Arianna è una donna talmente distrutta che non riesce quasi neanche a cantare… Ma così è: buon ascolto!