Luigi Fassi

Chi è il curatore della sezione Present Future di Artissima

Scritto da Rossella Farinotti il 1 novembre 2016
Aggiornato il 20 febbraio 2017

Dal Whitney Museum di NY, fino al festival di Arti visive di Graz di cui è direttore artistico dal 2014: ho intervistato per Zero Luigi Fassi, uno degli instancabili curatori di Artissima. L’ho conosciuto l’anno scorso, tra gli stand di Present Future, sempre dominato dalla passione per il lavoro, intento a mostrare nuovi artisti e gallerie agli attori del sistema dell’arte.

ZERO: Luigi, studiando un po’ il tuo background si nota una bella peculiarità: il fatto che tu abbia girato molto per progetti artistici e chiamate da istituzioni. Stati Uniti, Austria, Paesi Nordici e Torino, la tua città. E il tuo approccio curatoriale, immagino, di volta in volta si costruisce in maniera diversa: mi ha colpito in particolare una frase che ho letto in una tua intervista del 2014 in cui sostieni che in Italia i curatori abbiano un rapporto più stretto con gli artisti. Il tuo approccio è di questo tipo?
Luigi Fassi. Dipende dal contesto. Nel 2012 mi ero trasferito in Austria, a Graz, per lavorare allo Steirischer Herbst, un festival di arte contemporanea, ma da un anno non sono più fisso li, mi divido tra Torino e Graz. Là invito artisti a produrre nuove opere, perché questa è la mission e l’identità del festival: non si portano mai cose già esistenti, ma si commissionano nuove opere ad artisti. Questa modalità di lavoro implica la necessità di un confronto serrato con gli artisti, anche perché, non avendo fisicamente uno spazio a Graz, la città e la regione della Stiria diventano il nostro palcoscenico.

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Der Steirische Herbst, Graz – Curated by Luigi Fassi and Katarina Gregos

È un Festival itinerante all’interno del tessuto urbano di Graz?
Esatto, non abbiamo un ufficio, ma abbiamo dei luoghi. Questo significa che c’è una modalità di lavoro lì a Graz – tra l’altro il Festival è appena finito, giusto una settimana fa – dove si lavora a stretto contatto con l’artista perché la logica è quella della commissione e quindi tu devi sapere che progetto hai in mente, che cosa vuoi realizzare, scegli l’artista, lo inviti a fare delle ricerche, viene più volte a Graz. C’è una dimensione di forte fiducia. Non significa che si lavori con artisti con cui si ha già lavorato, o che conosci bene, c’è spesso una dimensione anche di rischio con artisti nuovi, ma che porta a un confronto molto stretto. Diverso è invece quando hai in mente un lavoro esistente dell’artista, e chiami già direttamente la galleria dove lavora assicurandoti di avere quel determinato prestito. E questo non comporta necessariamente un confronto stretto con l’artista. Quindi sono le tipologie di lavoro e i contesti che determinano quali rapporti si stanziano. Personalmente ho sempre cercato un rapporto forte, intensificandolo molto negli ultimi quattro anni, da quando lavoro in Austria. Un esempio è quello che citavi di Artissima.

Quindi ad Artissima il rapporto curatore/artista di che tipo è?
La sezione di Present Future, che tu ben conosci, è un contesto molto particolare perché dura pochissimi giorni, è una piattaforma di ricerca, ma dove si cerca, da parte mia e degli altri curatori che coinvolgo, di rischiare, facendo intervenire degli artisti con cui magari non c’è un rapporto stretto, al fine di realizzare qualcosa di innovativo come nuove opere o una rappresentazione autorevole di quell’artista. Parlo di “rischio” perché magari si coinvolgono artisti con cui ancora non si ha lavorato su una piattaforma che ha una grandissima visibilità. Quando tu alludevi a questa cosa che avevo detto sull’Italia: mi sembra che il curatore italiano generalmente abbia un rapporto stretto con gli artisti tendenzialmente perché è meno istituzionalizzato rispetto ai suoi colleghi ad esempio tedeschi.

Present Future, Barbara Wien L Frei Musica Viva Spreads
Present Future, Barbara Wien, Luca Frei, Musica Viva Spreads

Probabilmente perché ci sono meno realtà istituzionali, meno curatori legati dunque a un luogo, e molti più freelance. Qui si è molto più lasciati a sé stessi e dunque c’è la tendenza ad affezionarsi sia del lavoro che della parte “umana” dell’artista, per portare avanti un discorso con lui/lei.
Esatto, c’è una dimensione più di accompagnamento reciproco, meno filtrata da dei ruoli gerarchici. La logica del freelance italiano, meno appunto istituzionalizzata, produce questo rapporto più paritario dove esiste la volontà di costruire un percorso condiviso e confrontarsi magari su una base generazionale. Questo produce un confronto più continuativo e umanamente più unito.

Present Future Galerie Dohyang Lee J Creuzet, Horizon introspectif
Present Future, Galerie Dohyang Lee, Julien Creuzet, Horizon introspectif

Ti faccio allora un’altra domanda che porta un po’ fuori dal seminato che abbiamo appena tracciato, e che riguarda un’altra esperienza che hai recentemente concluso – ancora in atto – che è quella della Quadriennale di Roma. Qui c’è il legame istituzionale storico e un rapporto diretto con gli artisti. Parlando con artisti e curatori che hanno lavorato in questo contesto, so che non è stato semplice a livello produttivo perché dovevate un po’ arrangiarvi per i pochi mezzi economici a disposizione. Come è stato lavorare con loro? È reale ciò che si è percepito da fuori, che l’istituzione fosse molto debole a livello pratico, e che il lavoro a stretto giro con l’artista fosse la cosa più produttiva? Credo che qui il rapporto diretto fosse fondamentale.
Mi sembra eccessivo. Personalmente ho lavorato bene con la committenza, con la Quadriennale. Come sai non aveva più avuto luogo da otto anni, e dunque c’era una forte volontà, anche in termini di passione, da parte dei due team – la Fondazione Quadriennale e il Palaexpo che era la sede fisicamente ospitante l’iniziativa – di riuscire a sfruttare l’occasione per rilanciare la Quadriennale, rimetterla in piedi dopo anni di assenza. Si è creato un clima abbastanza interessante. Poi la Quadriennale si iscrive all’interno di mostre che ancora molti paesi europei hanno: quelle nate decenni fa con la volontà di presentare il meglio della scena artistica internazionale. Un concetto in parte anacronistico e comunque più difficile da portare avanti al presente. Basti pensare che la Quadriennale era nata nel ’27 durante il fascismo per la volontà di fare da contraltare all’internazionalità della Biennale di Venezia, che era in quegli anni completamente aperta al mondo, per fare una mostra internazionale. In Europa ci sono altre realtà come in Svezia la Moderna Museet, che viene fatta ogni due anni per rappresentare ciò che succede nella scena svedese; o negli Stati Uniti, basti pensare alla Biennale del Whitney – che all’inizio era annuale – di arte americana dove ancora oggi non c’è ancora tanto un focus su un tema, ma c’è più un’idea di rassegna, di voler mostrare le emergenze della scena artistica americana. La Quadriennale si iscrive all’interno di questo contesto: è una mostra non semplice da gestire, ha luogo una volta sola ogni quattro anni e, quindi, parte in vantaggio perché c’è un effettivo ricambio e ingresso di nuovi nomi sulla scena. Un elemento di sfida per me era quello di non essere mai stato un curatore che ha costantemente lavorato con artisti italiani. Ho spesso cercato altre strade, anche per motivi biografici, e quindi è stata un po’ un’occasione per fare il punto su quali erano i miei interessi sulla scena artistica italiana coinvolgendo artisti che rappresentassero un’idea di forza e di autorevolezza nell’arte italiana contemporanea.

Quindi c’è stato un lavoro di squadra con gli artisti che hai chiamato?
Sicuramente c’è stato un rapporto stretto con loro tanto che, per dirti un elemento della costruzione della mostra, la mia prima idea era immediatamente legata ai cinque artisti che ho poi individuato. Li ho contattati – alcuni li conoscevo molto bene avendoci già lavorato, con altri c’era stata qualche collaborazione -, ho raccontato a ciascuno di loro l’idea: se anche uno solo mi avesse detto di no, allora avrei lasciato perdere questo progetto. Invece ho avuto una risposta positiva da tutti gli artisti e ho potuto realizzare il progetto così come l’avevo in mente. Avevo posto un limite a me stesso. La felice risposta degli artisti ha fatto in modo che un anno fa si avviasse questa rilettura della Democrazia in America di Tocqueville che ha portato poi alla mostra ed è stato un rapporto molto intenso che ha portato alla produzione di nuove opere. Certo, ci abbiamo dovuto mettere molto impegno perché non c’era un budget di produzione e quindi le nuove produzioni sono state fatte o con mezzi autonomi degli artisti o con il coinvolgimento di gallerie e partner. Un’altra mia specificità è stata quella di portare artisti un po’ particolari nel progetto: erano artisti italiani che non avevano mostrato tanto in Italia come Adelita Husni-Bey, che non è fisicamente di stanza qui.

Se pensi però quest’anno lei si è sentita molto nominare a Milano l’anno scorso con Artline o the classroom
È vero, e farà anche altre cose l’anno prossimo, ma quest’anno è stato molto importante per lei qui. Poi c’è stato Alessandro Balteo-Yazbeck, la scommessa maggiore. Avevamo lavorato nel 2013 insieme a Graz, ma non aveva fatto mai niente in Italia. Nato in Italia, ma di madre venezuelana, vive a Berlino, aveva un rapporto molto particolare con l’italianità – parla la lingua, ma non aveva mai vissuto qui – e di colpo si è trovato alla prima partecipazione di una alla Quadriennale, che più istituzionalmente rappresenta l’italianità. Il suo lavoro è stato ben recepito. E poi esperienze un po’ più marginali rispetto alla scena dell’arte, pensa anche ai fratelli De Serio che si muovono di più nel mondo del cinema.

Alessandro Balteo-Yazbeck, Roma, QUadriennale
Alessandro Balteo-Yazbeck, Roma, QUadriennale

Con i quali già avevi collaborato all’estero mi pare…
Con loro ho lavorato tante volte. Fanno parte di quegli artisti con cui si crea un rapporto di continuità anche per motivi generazionali. Mi è sembrato naturale coinvolgerli in un progetto con una valenza così simbolica. Quindi si, assolutamente, è stata un’occasione in cui portare proprio nel laboratorio di costruzione di una mostra anche gli ingredienti di un rapporto consolidato e continuativo con degli artisti che per me sono rappresentativi sulla scena italiana.

Present Future Galleria Raffaella Cortese, Nazgol Ansarinia, Article 44 pillars
Present Future Galleria Raffaella Cortese, Nazgol Ansarinia, Article 44 pillars

Quindi, tornando ad Artissima, qui accade un po’ il contrario: porti a casa tua, a Torino, tanti artisti dall’estero – Stati Uniti, Medio Oriente, est Europa. Ed è interessante notare questo flusso verso un’istituzione come quella della fiera – perché penso si possa ormai dire che Artissima è una vera e propria istituzione. Fai questo movimento dall’esterno all’interno, penso all’anno scorso, quando ti vedevo interagire in maniera calorosa con i galleristi e gli artisti di Present Future: lavoravi su uno scambio tra persone. Parlo da una che non ha studiato la storia delle sezioni di Artissima e ti chiedo se Present Future è stata una tua idea?
No, Present Future è la più antica sezione di Artissima. Esiste dal 2001. Ha però cambiato le proprie regole interne negli anni. Sono arrivato nel 2010 chiamato dal direttore di allora, Francesco Manacorda. Sarah Cosulich arrivò solo due anni dopo. Per alcuni anni PF ha avuto 16 gallerie, poi 24. Ci stiamo stabilizzati su 20 che ci sembra un giusto numero, né troppo piccola né troppo grande. Una volta non c’era necessariamente un team che selezionava gli artisti. Da alcuni anni scelgo ogni anno, con la direzione della fiera, quattro nomi di curatori che possano lavorare con me. In questo modo si sceglie già in parte quale tipologia di artisti si coinvolgeranno: se inviti un curatore americano all’interno del team facilmente vorranno coinvolgere artisti americani; così con un curatore cinese, o del sud est asiatico etc.

Chi sono i curatori di quest’anno Luigi?
Anne Faucheret, curatore della Kunsthalle di Vienna; Hicham Khalidi, olandese di origine marocchina che lavora a la Fondation Lafayette di Parigi; poi c’è un curatore belga fiammingo, Wim Waelput, di Kiosk, un centro d’arte contemporanea non museale a Ghent, nelle Fiandre. E poi un americano, Sohrab Mohebbi, che lavora a Red Cat, un centro d’arte contemporanea indipendente di Los Angeles. L’obiettivo era appunto di avere un mix di curatori europei e americani, e poi ci sono artisti che vengono da altri continenti. Ci sono posizioni da Medio Oriente, Emirati Arabi e Africa come Igshaan Adams di città del Capo, e la sua galleria.

E in Present Future ci sono artisti italiani?
Si, ci sono ogni anno. È un ingrediente importante. Artissima da sempre ha più gallerie straniere rispetto a quelle italiane, una percentuale di circa 70% e 30%. Ha la volontà di esulare dai confini nazionali e di guardare alla scena globale. Come una fiera deve per forza fare. È un grosso sforzo e lo si fa per questo con collaboratori e curatori di tutto il mondo. Ma è anche una fiera italiana, torinese, e quindi è fondamentale avere artisti italiani: non per dare una sorta di quota nazionale per motivi politici, ma perché la volontà della sezione è di fare ricerca e quindi vedere cosa è successo di interessante in quell’anno nella scena italiana. Una posizione duplice significativa: Renato Leotta, artista tra l’altro torinese, è uno degli italiani in questo momento sotto i riflettori anche sulla scena internazionale. Ha una galleria in Portogallo e una a Napoli.

Renato Leotta/Giovanni Giaretta, Screen da video, EFFETTO MAJORANA (la Solfatara, recording of a disappearance), 2014
Renato Leotta/Giovanni Giaretta, Screen da video, EFFETTO MAJORANA (la Solfatara, recording of a disappearance), 2014

La Mandragoa? È una galleria giovanissima.
Si, e la sua prima galleria italiana è Fonti di Napoli. Nelle regole della sezione c’è la possibilità di essere rappresentati da più di una galleria.

A proposito di gallerie giovani, e qui passiamo un attimo a parlare di fuori Artissima e di Torino in generale: ho appena realizzato una mini guida per gli eventi che ci saranno in città durante il periodo della fiera e la peculiarità che ho notato è la quantità di spazi indipendenti, giovani, nuovi, gallerie particolari, che ci sono. E fa piacere vedere che tanti giovani artisti, curatori – pensa a Campo presso la Sandretto -, e galleristi realizzano mostre, performance, eventi legati all’arte e tanti artisti italiani di ultime generazioni.
Penso che, come quando hai detto prima che Artissima ormai ha assunto un carattere istituzionale, sia vero: la fiera negli anni ha avuto un ruolo quale di supplenza rispetto ad alcune carenze di tipo istituzionale. Non è un mistero che negli ultimi anni ci siano state difficoltà in istituzioni torinesi come la Gam, o Rivoli prima della nuova direzione che da poco si è insediata, e quindi ci vorrà ancora tempo per vedere i risultati. Artissima si è dunque fatta carico di un ruolo che non necessariamente una fiera deve svolgere: quello di produrre dei contenuti anche di tipo istituzionale anche grazie a supporti da parte per esempio di fondazione bancarie, come Unicredit per esempio. Questo ha portato un’espansione della fiera in città che ha sicuramente messo in moto dei meccanismi di sostegno ad artisti più giovani o verso esperienze, ad esempio anni fa, quando Manacorda era direttore, c’era stato Artissima Lido, un evento che dava un budget a spazi no-profit italiani che dovevano venire a Torino e, per una settimana, prendere un luogo trovato insieme alla fiera e fare una sorta di statement per la propria attività. Questa cosa si è poi ripetuta negli anni, e Artissima ha esondato restituendo energia e supporto a vari progetti. Ogni anno questo aspetto emerge ed è vero che poi nascono spazi indipendenti, artist run space, gallerie che fanno attività di ricerca che si sono attivati a Torino, anche perché forse questa città ha il vantaggio di avere un sistema di affitti più accessibile rispetto ad altre città italiane. E in questo periodo di fiera emergono meglio alcune energie che nel corso dell’anno sono magari meno visibili in città.

Bene Luigi, già che parliamo di Torino allora andiamo alle domande più pop, quelle “da Zero”. Vogliamo sapere dove vai quando esci, con chi esci e, soprattutto dove vai a bere a Torino?
Non sono forse la persona ideale, perché a Torino passo solo una parte del mio tempo e non sono così social in città. Fammi pensare… un luogo che mi piace, non ci vado spessissimo, ma mi piace l’idea di andarci – spero la prossima settimana di finirci con degli ospiti – è Le antiche sere, un ristorante fuori dal centro che era noto perché ci ha mangiato per tutta la vita Giulio Einaudi che si divideva tra Roma e Torino, e usava questo posto un po’ come la sua cucina. È un luogo molto bello con una cucina tradizionale piemontese dura e pura.

Bere? Non so se a Torino è come a Milano, dove impazzano i luoghi dove fanno super cocktail. A Milano i barman sono i nuovi chef. È così anche lì?
Diciamo che quando mi capita di andare a bere vado nei locali di San Salvario che è un po’ il quartiere bello da frequentare, dietro la stazione di Porta Nuova, c’è una dimensione metropolitana concentrata, con tantissimi locali uno dietro l’altro dove finisci di incontrare anche un certo tipo di persone. Ecco, quello è uno dei posti che mi capita di frequentare.

Quindi immagino che quando vieni a Torino esci soprattutto con persone del tuo ambito lavorativo.
Si, questo succede inevitabilmente.

Ci vedremo in fiera dunque, o a San Salvario. Grazie.
Grazie a te Rossella.