Roberta Tenconi

Inaugura la sua prima mostra all'HangarBicocca, una personale di Petrit Halilaj

Scritto da Angela Maderna il 29 novembre 2015
Aggiornato il 23 gennaio 2017

Prima dell’inaugurazione della mostra di Petrit Halilaj, il suo primo progetto curatoriale all’HangarBicocca, siamo andati a conoscere Roberta Tenconi, curatrice con una solida esperienza istituzionale e internazionale e con una storia tutta (o meglio dire per la maggior parte) milanese che siamo certi farà benissimo nella prossima stagione di Hangar. Ve la presentiamo con questa intervista, in cui ci parla un po’ di sé, del suo rapporto con Milano e della mostra che sta per inaugurare.

HangarBicocca, le persone Foto Lorenzo Palmieri
HangarBicocca: da sinistra Marco Lanata, Giovanna Amadasi, Roberta Tenconi, Vicente Todolì, Angiola Maria Gili, Ilaria Tronchetti Provera, Paolo Bruno Malaspina. Foto Lorenzo Palmieri

Zero: Di dove sei?
Roberta Tenconi: Milanese d’adozione e per affetto. Ho studiato a Milano, dove ho fatto l’università e un master, e a parte una parentesi a Berlino e in Australia, ho sempre vissuto qui. Ma in verità sono di Besnate, in provincia di Varese. C’è tutta una community di varesotti dell’arte contemporanea…

Quali sono le zone e i luoghi che ami in città?
Mio marito mi prende sempre in giro perché in ogni strada in cui passiamo dico “ah qui ho vissuto” e in effetti ho vissuto un po’ in tutte le zone, da via Padova a via Solari. Quelle che però ho più nel cuore sono Porta Venezia e poi dove sto ora, a Moscova. Ho vicino Parco Sempione ed è anche comoda per la via di “casa”, andando dai  miei nel weekend, e, come dice mia mamma, mi piace Besnate da quando sto a Milano. Stare a Milano è bello perché non ti senti al centro e viene sempre voglia di viaggiare. La posizione è perfetta perché ogni weekend puoi andare da qualche parte in poche ore di volo. Della città mi piace il suo lato più nascosto. Il lavoro che ho fatto alla Fondazione Nicola Trussardi mi ha portato a fare scouting e a scoprire palazzi pazzeschi e giardini segreti. Se invece parliamo di posti specifici direi Casa Boschi Di Stefano, che è un posto molto speciale e curiosamente ho scoperto proprio quest’estate che il signor Boschi era un ingegnere Pirelli (l’azienda che supporta HangarBicocca, dove lavoro ora). Mi piace molto anche il naviglio della Martesana, dove ho vissuto, mi piace piazza Sant’Alessandro, l’unica piazza barocca di Milano e dove studiavo ai tempi dell’università, e mi piace la vista dalle guglie del Duomo…

Hai altre passioni oltre all’arte?
Vedere mostre e stare con artisti – e lo ritengo una fortuna – assorbe molto del mio tempo libero, ma a parte questo cerco sempre di coltivare altri interessi. Mi piace molto viaggiare all’avventura con lo zaino in spalla ma anche solo per provare la cucina di uno chef, adoro sciare e da quattro anni ho scoperto una nuova passione per il tennis. A settembre ho cercato un nuovo campo e un nuovo maestro per averlo vicino al nuovo lavoro.

Quali sono i tuoi riferimenti culturali? Ci sono artisti, critici, registi, scrittori, musicisti ecc. che hanno influenzato il tuo modo di pensare e di leggere la contemporaneità?
La mia è stata un’educazione decisamente classica, ho una laurea in lettere moderne. Una formazione intrisa innanzitutto di letteratura ma anche di grandi classici del pensiero del Novecento, da La storia dell’arte di Ernst Gombrich a Walter Benjamin, a Rosalind Krauss. Ultimamente sto rileggendo e ristudiando Marcel Duchamp che non smette mai di stupire: Fountain festeggia quasi 100 candeline ed è ancora attuale. Tra i curatori, sicuramente Harald Szeemann è sempre stato un riferimento, sia per il taglio speculativo delle sue mostre, sia per il modo magistrale con cui sapeva allestire e far dialogare le opere.

Marco Belfiore, Patampa, proiezione video su Tatami di Riccardo Previdi. Veduta dell’installazione, Studio 21, Gertrude Contemporary Art Space, Melbourne 2006. Courtesy gli artisti
Marco Belfiore, Patampa, proiezione video su Tatami di Riccardo Previdi. Veduta dell’installazione, Studio 21, Gertrude Contemporary Art Space, Melbourne 2006. Courtesy gli artisti

Ci racconti del tuo percorso professionale?
Durante il master a Brera ho scelto di fare uno stage al Castello di Rivoli: è stato meraviglioso perché all’epoca era l’unico posto in cui volessi lavorare in Italia. C’è stata un’infilata di mostre una più bella dell’altra, era il periodo di Ida Giannelli (una vera signora dell’arte), c’erano Marcella Beccaria e Carolyn Christov-Bakargiev, che adesso è tornata come direttrice. Poi ho iniziato a lavorare a Milano con Roberto Pinto, che era stato uno dei docenti del master, per una mostra ad Assab One e una al PAC. Da lì, tra il 2005 e il 2006, sono andata a Berlino per lavorare alla Biennale, che quell’anno era curata da Maurizio Cattelan, Massimiliano Gioni e Ali Subotnick. Mentre ero a Berlino ho vinto una borsa di studio e sono partita per l’Australia. Non lo sa nessuno ma Melbourne e Milano sono “sister cities” e quell’anno si festeggiava il gemellaggio. Assieme a Chiara Agnello, curatore a Careof, eravamo state invitate per una residenza a far ricerca curatoriale e a presentare il lavoro di giovani artisti italiani tra Melbourne e Sidney. Praticamente abbiamo organizzato una mostra che, imballata, stesse in valigia. Sono tornata a Milano per iniziare a lavorare alla Fondazione Nicola Trussardi, perché nel frattempo a Berlino avevo conosciuto Massimiliano. Devo dire che sia lui sia Beatrice Trussardi sono sempre stati molto generosi perché mi hanno sempre permesso di lavorare anche a progetti più indipendenti e  piccoli, come le mostre a Careof e Neon. Il 2013 è stato l’anno della Biennale curata da Massimilano e ho lavorato con lui alla mostra. È stato un progetto enciclopedico in ogni senso ed è stato bellissimo. Il resto della storia è più o meno noto: è arrivato Andrea Lissoni – che conoscevo da anni e che era anche stato mio docente al master a Brera – che aveva iniziato a lavorare anche alla Tate di Londra e che con Vicente Todolì cercavano un curatore per affiancarli in HangarBicocca. Vicente lo avevo conosciuto nel 2009 in occasione di una mostra di Fischli e Weiss ma il primo colloquio è stato comunque una sorpresa…

The places I’m looking for, my dear, are utopian places, they are boring and I don’t know how to make them real, 2010 Installationsansicht, 6. Berlin Biennale für zeitgenössische Kunst / Installation View, 6th Berlin Biennale for Contemporary Art. Courtesy the artist and Chert, Berlin
Petrit Halilaj, “The places I’m looking for, my dear, are utopian places, they are boring and I don’t know how to make them real”, 2010
Installationsansicht, 6. Berlin Biennale für zeitgenössische Kunst / Installation View, 6th Berlin Biennale for Contemporary Art. Courtesy the artist and Chert, Berlin. Foto Uwe Walter

C’è un’altra cosa che ti vorrei chiedere anche si mi hai già un po’ risposto. A differenza di molti curatori della tua generazione (che per esigenza o diverse aspirazioni si occupano di progetti indipendenti) tu hai una lunghissima esperienza all’interno di un’istituzione che è Fondazione Nicola Trussardi, è stata una scelta ben precisa?
Sì, ed è stata anche una fortuna. Il fatto di cambiare location per ogni mostra faceva sì che fosse sempre una nuova avventura, il team era lo stesso ma ogni volta era veramente diverso. Poi, come dicevo, il lavoro mi permetteva comunque di fare anche altro: nel frattempo tenevo – e insegno tutt’ora – un seminario in università (alla Statale nel corso di storia dell’arte contemporanea di Silvia Bignami e Giorgio Zanchetti – n.d.r.), continuavo a scrivere e a lavorare ad altri progetti. Ho volutamente evitato di collaborare  con gallerie perché poteva sembrare contraddittorio e poi perché mi piaceva lavorare all’interno di un’istituzione no profit. Da qui è ovvio che mi piaccia molto lavorare per HangarBicocca che, con la scelta della gratuità, ha una filosofia che si ripercuote anche sulla mostra che realizzi. Hai a che fare con un pubblico automaticamente molto più ampio, ma ciò non significa smettere di parlare a un pubblico anche iperspecializzato che pagherebbe senza batter ciglio un biglietto per vedere una mostra d’arte contemporanea.

Petrit Halilaj, "26 Objekte n’ Kumpir", 2009 Courtesy the artist and Chert, Berlin
Petrit Halilaj, “26 Objekte n’ Kumpir”, 2009
Courtesy the artist and Chert, Berlin

Deduco anche che lavorare con Massimiliano Gioni sia stato bello…
Lo è stato. È una persona persona la cui mente corre veloce e da cui ho imparato molte cose. Ogni volta che chiedeva qualcosa e tu domandavi  per quando servisse, la risposta era “per ieri”.  Mi ha anche insegnato a non fermarsi davanti a un primo “non si può fare” per progetti che sembrano folli solo a pensarli.

E invece con Vicente Todolì com’è?
Vicente è di una generazione diversa, ha fatto e visto mostre che io posso solo studiare sui libri, ha  uno stile e un approccio curatoriale molto preciso. Anche in lui ammiro la rapidità di pensiero, e soprattutto mi piace il saper vedere e immaginarsi una mostra nella testa prima ancora che sulla carta.

Petrit Halilaj, "It is the first time dear that you have a human shape", 2012. Courtesy the artist and Chert, Berlin. Foto: Petrit Halilaj It is the first time dear that you have a human shape, 2012 Courtesy the artist and Chert, Berlin Photo: Kunst Halle Sankt Gallen, Gunnar Meier
Petrit Halilaj, “It is the first time dear that you have a human shape”, 2012. Courtesy the artist and Chert, Berlin. Foto: Petrit Halilaj
It is the first time dear that you have a human shape, 2012
Courtesy the artist and Chert, Berlin
Photo: Kunst Halle Sankt Gallen, Gunnar Meier

Una giornata tipo all’Hangar?
Inizia prima di arrivare, perché ora il tragitto è più lungo e se vengo in metro riesco persino a leggere. Lunedì o martedì inizia senza caffè perché la caffetteria Dopolavoro Bicocca è chiusa (ride – n.d.r.). Lo staff è relativamente ampio, siamo circa 18 persone, ma sufficientemente piccolo per parlarsi e conoscersi tutti. Solitamente la giornata tipo inizia in dialogo con gli assistenti curatori e con il team che si occupa della produzione delle mostre e poi con chi si occupa delle strategie di comunicazione. Ogni giornata è una via di mezzo tra condivisione di pensieri, email, riunioni, appuntamenti e letture, per continuare a studiare e a fare ricerca.

Petrit Halilaj Photo: Enver Bylykbashi
Petrit Halilaj
Photo: Enver Bylykbashi

Cominci con la mostra di Petrit Halilaj, come mai proprio con lui?
Ho sempre apprezzato il suo lavoro e lo conosco da quando era studente all’Accademia di Brera. Mi sono sempre domandata per quale motivo non avesse mai esposto con una personale in Italia, nonostante avesse già fatto mostre importanti fuori. Mi piaceva iniziare da una parte con qualcosa di molto milanese e che sentivo anche molto vicino e personale e dall’altra con un progetto internazionale e aperto come la programmazione di HangarBicocca. Poi penso che fosse il momento giusto anche per lui e soprattutto era la mostra che desideravo vedere.

Petrit Halilaj, "They are Lucky to be Bourgeois Hens II", 2009. Courtesy of the artist and Chert, Berlin
Petrit Halilaj, “They are Lucky to be Bourgeois Hens II”, 2009. Courtesy of the artist and Chert, Berlin

Che cosa ti piace in particolare del suo lavoro e cosa vorresti che i visitatori cogliessero?
La prima cosa che colpisce del suo lavoro è che è come se viaggiasse su due livelli, da una parte è personalissimo, parla tantissimo di lui (come se fosse un libro aperto: la sua famiglia, la sua storia, il Kosovo) e dall’altra riesce a trattare questioni che sono della collettività. Nel momento in cui fa un progetto sul Museo di Storia Naturale del Kosovo che non esiste più, in realtà sta parlando di temi, come quello della conservazione del patrimonio, che si trattano sul tavolo dell’UNESCO e alle Nazioni Unite. Quindi partendo dal micro parla di cose assolutamente macro. Poi c’è il fatto che in modo molto spontaneo e naturale passa da installazioni enormi, gigantesche con materiali anche molto poveri o organici, a disegni e opere su carta fragilissime e elegantissime e le due cose si sposano perfettamente. Non è un artista univoco. Vedi due lavori che apparentemente sembrano diversissimi poi però, a guardarli bene, diventa chiaro il legame e l’appartenenza al medesimo universo e questo non è scontato.

Petrit Halilaj, "Untitled (celebration)", 2013. Courtesy of the artist and Chert, Berlin
Petrit Halilaj, “Untitled (celebration)”, 2013. Courtesy of the artist and Chert, Berlin

Che cosa ti auguri da quest’esperienza in HangarBicocca?
È un percorso che sta iniziando, ancora tutto da intraprendere. Mi auguro che sia un’esperienza interessante (fino ad ora lo è) e di poter contribuire all’ulteriore crescita di HangarBicocca che per Milano e l’Italia è sempre di più un luogo in cui viene voglia di fare un salto (questo weekend sono venute 1600 persone). Il pubblico viene sia per le mostre di qualità altissima sia perché è un posto dove si sta bene.