Alessandro Beretta

Intervista all'ex versatore di vino diventato direttore artistico del festival di cinema (e birrette?) di Milano

Scritto da Emilio Cozzi il 10 settembre 2015
Aggiornato il 23 gennaio 2017

20 anni. Da tanto il Milano Film Festival anima le serate meneghine di settembre. Al solito, per un paio di settimane, fra sagrato dello Strehler e parco Sempione, esploderà la voglia – più o meno sincera e più o meno radicata – di vedere film di cui, probabilmente, non sentiremo più parlare in vita nostra. Il che è una figata pazzesca. Intendiamoci, la voglia più o meno sincera e più o meno radicata di novità in pellicola, non il fatto che della maggior parte delle opere presentate non sentiremo più. Anzi, questo è bhuu…
E allora è il caso di ammetterlo: il merito forse più significativo del festival inventato da Esterni è lo stare trasformando un evento che 20 anni fa era perlopiù l’occasione di far bagordi a suon di birra con l’alibi del cinema nell’opportunità di godere di film preziosi perché piccoli e introvabili, senza averli cercati, senza scucire cifre da laguna e al limite bevendoci una birra sopra. Insomma, “i pesi” si sono invertiti. O quasi.
Come nelle squadre, il merito va a tanta gente. Ma per comodità lo accreditiamo soprattutto a due persone, Alessandro Beretta e Vincenzo Rossini, i due direttori artistici della kermesse negli ultimi anni.
Ecco perché, nei giorni del festival, non potevamo esimerci dall’interpellarne uno, Beretta, per chiedergli qualche dettaglio in più sulla metamorfosi di MFF. In fondo, il Kafka è lui. A proposito, da appassionato di letteratura qual è ci siamo trovati a parlare di un minestrone anche più vario del festival. Trovate tutto qui sotto. Buon appetito.

Zero – Cominciamo con vezzo à la Marzullo: chi è Alessandro Beretta?
Alessandro Beretta – Sono un ragazzo di Milano, ormai ex former young – ride; pedino cinema, libri e fumetti come passione e ossessione fin dall’adolescenza. E sono riuscito a fare un lavoro inerente alle mie passioni.

Perché, appunto, hai diverse collaborazioni a livello giornalistico…
Sì, scrivo per “Il corriere della sera” dal 2000 e mi occupo di narrativa contemporanea; però la narrativa è altrettanto contemporanea nel cinema, ambito in cui non ho mai esercitato la scrittura critica, ma fin da quando avevo 18 anni – fin dai tempi di questa associazione storica milanese che si chiamava “Pandora”, insomma, – ho sempre esercitato l’arte del programming.

Alessandro_Beretta_Milano_Film_FestivalHai anticipato una domanda: come sei arrivato al Milano Film Festival?
Iniziando a collaborare con associazioni cinematografiche milanesi appena terminato il liceo, proprio da cassiere quasi. A un certo punto, uno dei fondatori del Milano Film Festival, anche lui associato alla Pandora, mi prese da parte per chiedermi se fossi disponibile a dar loro una mano. Cominciai con la seconda edizione del festival in veste di versatore di vino in sala – ride. Poi, diciamo dopo aver seguito le due edizioni successive, iniziai anche a fare delle critiche ai film proposti e venni invitato a partecipare a una selezione.

Critiche scritte, pubblicate da qualche parte?
Critiche scritte per il concorso e destinate solo a quello. Per farla breve, mi chiesero di venire a vedere i film. Erano anni, e questo l’abbiamo scritto sull’editoriale del festival per il suo ventesimo compleanno, in cui organizzarne uno voleva dire girare con lo zaino con 30 chili di vhs, uno zaino da backpacker di casa in casa…

In effetti in passato mi capitò una brevissima esperienza come stagista per Milano Film Festival. Arrivava una cosa come 900 corti…
Oggi ne arrivano 2mila, ma con una differenza: quest’anno è il primo in cui abbiamo vietato di spedire una copia fisica e abbiamo fatto tutto via link, con una password privata e tutto il necessario. Una volta si tentava di vederli insieme, i vhs, perché si rovinavano le copie, quindi è anche cambiato il modo di fare selezione.

Alessandro_Beretta_3_Milano_Film_Festival

Interessante, ma ne parliamo dopo. Torniamo alle origini, da miscelatore di vino a selezionatore, tutto in un amen?
Di selezionatore controllato a vista, direi. Ho iniziato lavorando sugli italiani, poi italiani e stranieri, quindi ho programmato rassegne ed è stato quello il mio primo ruolo vero…

In che senso?
Nel senso che curai in passate edizioni del festival una rassegna dell’Historie(s) du Cinéma di Godard, che programmammo per intero in sala e che prima non era mai stata vista per bene a Milano. Poi una retrospettiva dedicata a Franco Maresco – chi non lo conoscesse, corra sul tubo a rivedere stralci di Cinico Tv come quello qui sotto, e il suo Lo zio di Brooklyn, ndr -, che venne a Milano e che per me fu un bel battesimo del fuoco. Negli anni ho anche curato le proiezioni di Avi Mograbi, un grande documentarista israeliano, secondo me tra i più interessanti viventi. Insomma, cominciai a occuparmi di queste figure di confine fra i generi; un altro fu Peter Watkins, che a Milano non passò, ma fu molto collaborativo via mail su tutte le scelte dei film e sui testi che li accompagnavano.
Bisogna ricordare che nello stesso periodo, su un’altra parte del festival, stava muovendosi Vincenzo Rossini, quasi la mia nemesi; io sono di Milano, Vincenzo di Bari, io sono biondo lui è moro. Lavorava su altre rassegne, invitò Terry Gilliam, curò la retrospettiva di Jim Jarmusch. E un bel giorno, Lorenzo Castellini, Beniamino Saibene e Carlo Giuseppe Gabardini, fondatori di Esterni e ideatori di Milano Film Festival, ci dissero: «Basta, adesso tocca a voi». A quel punto, anche su loro indicazione, cominciammo a lavorare per cambiare un po’ un festival nato più come festa. Una delle cose fondamentali è stata proprio allargare il team editoriale che vede i film e ne discute.

Oggi quanti siete?
In otto sui lungometraggi e almeno 12 sui corti

Per esaminare una media di?
Fra gli 800 e i 900 lunghi e, come detto prima, 2mila corti

Tutto volontariato?
Domanda impertinente. Rispondo dicendo che questo è stato un anno difficile a livello di budget perché, e non credo riguardi solo Milano Film Festival ma tante altre manifestazioni culturali della città che lavorano come ibridi tra pubblico e privato, ci sono state grosse difficoltà a costruire i budget necessari.

Expo_Milano_CulturaSembra un paradosso nell’anno di Expo
Esatto. Ma il famoso evento ha bloccato un po’ di investimenti, meglio, li ha assorbiti tutti. È stata sì una grandissima occasione di celebrazione per la città e la sua immagine a livello europeo. Anzi, speriamo che dei tanti stranieri in città, molti vengano alle nostre proieizioni. Ciò detto, è altrettanto vero che c’è stato un effetto Expo di attrazione degli sponsor privati

Sembra opportuno spiegare come campa Milano Film Festival
Grazie ai biglietti e alla parte di festa, perché è innegabile ci sia una parte sociale. In fondo ci hanno accusato per anni dicendoci che siamo il festival delle birrette

Siamo stati i primi a scriverlo, in effetti
Lo so benissimo. Ma le birrette, cosa comune anche a festival ben più blasonati come il South by Southwest o addirittura le prime edizioni del Sundance, sono un sostegno fondamentale per il pareggio dei conti. E questa è una cosa notevole; cioè, in Italia, non piace molto questo tipo di ragionamento. Dall’altro lato è evidente che la nostra sussistenza è possibile perché siamo “stirati” tra di noi. Il che suggerisce che c’è, chiamiamolo, un quid di passione bello grosso…

Non hai dimenticato di menzionare il finanziamento pubblico?
Vero. C’è, grazie al cielo. Ed è il motivo per cui, tutto sommato, riusciamo sempre a “chiudere in pari”, come si dice

Torniamo al punto dolente. Come dicevamo Zero è sempre stato molto critico nei vostri confronti. Siamo stati sempre convinti che il festival nacque con finalità diverse da quelle strettamente cinematografiche. È chiaro ora stia cambiando; secondo te arriveremo ad avere un festival milanese che possa competere, non dico con Venezia, ma almeno con il Bergamo Film Meeting?
Secondo me già competiamo con Bergamo

milano_film_festival_cinema_milano

Mmm… diciamo Torino allora
Parliamo di storie che nascono in maniera davvero troppo diversa. Cioè, sono cresciuto al Bergamo Film Meeting quando ero adolescente; sono diversi i numeri, sono diversi gli approfondimenti. Non dimentichiamo che Bergamo nasce da una rivista come «Cineforum». Sono diversi i background; cioè il Milano Film Festival nasce da esterni che negli anni 90 si chiamava Aprile e aveva un’altra priorità, a mio avviso piuttosto originale: riappropriarsi degli spazi pubblici e portarci la cultura, in una città dove non succedeva granché. Per dire, il Salone del mobile non era quello cui oggi siamo abituati. Da parte di Aprile c’era un’interpretazione della città che poi è diventata non dico comune, ma giusta, normale. Puntava all’organizzazione di eventi capaci di tirare la gente fuori casa, portandola in giro. Ovvio che il pericolo di dare a un festival cinematografico una sorta di tara c’è stato.
Visto il lavoro che tentiamo di fare, confidiamo però di portare avanti, d’ora in poi, un approccio più cinematografico. Se avessimo budget più alti, è chiaro che tutto cambierebbe. Non sto parlando del doppio, basterebbe un terzo in più per permetterci un’apertura maggiore. I fatti confermano che il Festival, oggi, comincia a essere abbastanza noto anche in Europa. C’è un buon buzz, ma è una kermesse comunque diretta al pubblico. In fondo cerchiamo di parlare ai milanesi fra i 18 e gli 85 anni; anzi, in questi anni allargare la fascia di pubblico alle nostre proiezioni è stato uno degli obbiettivi principali. Poi è certo che ci piacerebbe avere anche una sezione più “professional”.

Tipo venditori e acquirenti, come a Cannes?
Intendo dire un mercato: uno può scegliersi un sotto-settore dove magari non ci siano ancora esperienze di laboratorio. L’hanno fatto Torino e Venezia. A quel punto puoi concentrarti su quello e creare un’esperienza unica e riconoscibile. Poi, ammettiamolo, uno può avere un sacco di progetti e idee, ma devono avere un sostegno istituzionale

Ci state lavorando?
Ci siamo dedicati alla città e abbiamo creato Milano Film Network, che vede associati 7 festival cittadini. Un lavoro di connessioni importante

Che vi ha permesso anche di mettere in piedi una piccola distribuzione per alcuni film, giusto?
Esatto. Attraverso il network anche gli altri festival distribuiscono. Creiamo un catalogo per dare la maggiore esposizione possibile ad alcune opere, che altrimenti rimarrebbero invisibili. Attualmente abbiamo 14 pellicole in catalogo. Cerchiamo di farle circolare anche nei multisala, fra le associazioni, nelle scuole, nei teatri di provincia. Poi, insomma, abbiamo anche le energie che abbiamo. Siamo tutti under 40 e questa è secondo me un’altra nostra ricchezza: siamo freschi, abbastanza esterni all’accademia, se vogliamo più militanti e più attivi. Ma non siamo critici cinematografici, il mio lavoro critico è stato sempre e solo quello di programmare

«…le birrette, cosa comune anche a festival ben più blasonati come il South by Southwest o addirittura le prime edizioni del Sundance, sono un sostegno fondamentale per il pareggio dei conti…»

Come immagini Milano Film Festival fra 5 anni?
Spero che prenda più piede questa parte di network. Per il resto, prima di immaginare, cominciamo col fare bene la ventesima edizione. D’altra parte abbiamo portato avanti tutto l’anno una challenging on line cercando di fare una consultazione pubblica e popolare su cosa potrebbe essere un festival ideale di cinema.

Appunto, com’è il festival ideale di Alessandro Beretta?
Be’, il mio è il Milano Film Festival – ride. Magari più un paio di altre rassegne segrete, a numero chiuso, da organizzare in scantinati e taverne

In questi vent’anni che cosa pensi il Festival abbia preso e restituito a Milano?
Una cosa davvero buona che abbiamo preso dalla città è il suo spirito. Cioè, ci facciamo un mazzo tanto, la passione conta parecchio da queste parti, non c’è solo business. Perché è bene ricordarlo: per chi fa cultura la passione è fondamentale. Abbiamo colto la vivacità di Milano anche nel pubblico, perché appunto non abbiamo un’audience di addetti ai lavori. Ma siamo pur sempre nella città della moda, del design, della grafica e tanti professionisti vengono a vedere i film. Chi la maratona d’animazione, chi i corti, chi i lungometraggi, chi vuole scoprire qualche giovane talento. E questa vivacità è una ricchezza di Milano. Dirò di più: ci sembra di stare crescendo insieme col nostro pubblico. Negli anni si è creata una certa confidenza e questa ci permette di osare di più e confrontarci anche in maniera più diretta con chi ci frequenta, senza calargli dall’alto una qualche verità estetica del cinema contemporaneo. Non è questo il nostro obbiettivo.

Perché il vostro obbiettivo è?
Per quanto riguarda il concorso, senza dubbio intercettare il talento di giovani registi – il concorso è aperto solo a opere prime o seconde, ndr -, quindi forme cinematografiche e storie che spiazzino. Ci piace il cinema capace di creare scompiglio, di non mettere d’accordo. I due vincitori ex aequo dell’anno scorso erano abbastanza fuori dai canoni: Navajazo, un messicano sperimentale e duro nell’essere un documentario sulla frontiera con gli Stati Uniti; The Tribe, con i suoi protagonisti sordomuti, era un’esperienza cinematografica tout court. In Italia diversi critici lo hanno stroncato, accusandolo di portare solo più in là il limite della sostenibilità dell’immagine. Non sono del tutto d’accordo, preferisco ricordarlo come un’esperienza che in sala teneva tutti attaccati alla sedia. Una cosa, peraltro, impossibile con qualsiasi device. C’è addirittura chi è svenuto e poi è rientrato in sala per chiedere come finisse il film. A proposito, The Tribe per noi è stato un bel punto, il primo fra i nostri vincitori poi distribuito in un circuito classico.

«Non una verità estetica calata dall’alto. Ci piace il cinema capace di creare scompiglio, di non mettere d’accordo»

Hai appena toccato un argomento spinoso evocando device portatili e, prima, la digitalizzazione dei film. A ‘sto punto, vien da chiedere se i festival cinematografici abbiano ancora senso. Piattaforme come Netflix già da tempo permettono di vedere in diretta le proiezioni festivaliere…
Abbiamo avuto come partner My Movie e alcuni film che passano da noi li puoi vedere il giorno successivo. La questione sollevata esiste e ce la siamo posta quest’anno, dovendo decidere cosa distribuire in rete e cosa no. Tuttavia sono convinto che sia ancora necessario organizzare festival, perché sono un’esperienza completa. Il festival lo vivi se corri da una sala all’altra, se bestemmi in coda, se commenti non solo sulla bacheca di Facebook. C’è questa esperienza della discussione che non consiste nel semplice «vado in sala a vedere un film». Magari questo approccio persiste tra i consumatori forti di cinema, che peraltro sono sempre meno, gente che vede due tre pellicole a settimana e poi ne discute a cena. Ecco, il festival ti aiuta a concentrarti su questa esperienza di mescolamento di storie e di visioni ed è una cosa unica.

Da voi succede?
Finalmente sì. Ed è la cosa più bella. Vale per tutti i festival di cinema, tranne Venezia, forse, dove costa troppo entrare al cinema – ride. Per Torino vale, per tanti altri festival vale.

Milano_Film_festival_strehler

Avete film in prima mondiale?
Ci è capitato. A dirla tutta però trovo abbastanza odiose le politiche da “premiere esclusiva” di tanti festival. Secondo me se un film è bello, va fatto vedere e stop. Certo, la cosa è sensata in un concorso nazionale, ma sui “fuori concorso” che senso ha? Ultimamente abbiamo delle anteprime milanesi e siamo stra felici di offrirle alla città. Per esempio avremo Lo stradone con il bagliore, un documentario su Jannacci presentato al Biografilm festival di Bologna, con cui siamo in buoni rapporti. Che senso avrebbe dire «questo film non lo programmo perché è già stato in Italia»? Siamo a Milano, magari 40 persone sono andate al Biografilm a vederlo, ma di certo tanti 50enni che amano Jannacci dubito siano partiti per Bologna. Bene, lo vedranno da noi.

Quest’anno c’è una curiosa linea rossa tra i film, che non si capisce quanto voluta. Sono storie, documentari e no, che si confrontano con l’idea del potere. È una ricerca o un caso?.
Nel nostro caso, queste riflessioni emergono sempre dopo. Lavoriamo come pescatori a strascico, mi si passi l’immagine, e alla fine della raccolta ci diciamo «bene, cosa mettiamo sulla griglia?». A posteriori ci siamo accorti di come molte trame in concorso trattassero idee diverse del potere, dal film girato da un regista da 15 anni affetto da sla, e quindi dedicato alla lotta contro il potere di una patologia, a film sul potere nel senso più classico e purtroppo arcaico, come Lamb, rarissimo esempio di cinema etiope incentrato sulla vicenda di un ragazzino pronto a salvare in tutti i modi il suo migliore amico: una capra. Poi ce ne sono altri ben più violenti, come Flocking, per esempio, un’opera svedese in cui si narra di molestie sessuali a una adolescente e di come il potere della comunità la isoli.

https://www.youtube.com/watch?v=w4Im_O67ato

Prima ti sei dimenticato di dirci cosa date voi a Milano
Speriamo un po’ di memoria cinematografica, bei film e argomenti di discussione, perché, per esempio, nella sezione documentaristica si parla di Colpe di stato, uno fra i temi più attuali. E poi cerchiamo anche di valorizzare le risorse di Milano: quest’anno abbiamo coinvolto molte delle scuole che lavorano con le immagini in movimento, Iulm, Civica, Statale, accademia di Brera, centro sperimentale di cinematografia. Cerchiamo di far vedere alla città quanto ci si dia da fare in quest’ambito. E quanto le immagini in movimento abbiano ancora da offrire.