Tiger & Woods

A cinque anni dall'album di debutto, Tiger & Woods tornano sugli scaffali dei negozi di dischi con il nuovo On The Green Again. Ci siamo fatti raccontare tutto in questa intervista, a partire dalla prima traccia composta assieme.

Scritto da Nicola Gerundino il 15 novembre 2016
Aggiornato il 20 febbraio 2017

Alcune delle migliori ore di ballo matto e disperatissimo degli ultimi 5 anni me le hanno regalate con i loro live, quindi mi sento in diritto/dovere di sentenziare che Tiger & Woods (aka Larry Tiger e David Woods, o Marco Passarani e Valerio Del Prete, se preferite) è il progetto groove-elettronico italiano più riuscito degli ultimi 5 anni. Nel 2008 l’inizio della collaborazione, nel 2011 il primo album su Running Back, Through The Green, pochi giorni fa l’uscita del secondo, On The Green Again, per la neonata T&W Records. Impossibile, quindi, non chiamarli in causa per un’intervista in cui ripercorre questi primi anni di carriera, partita da Barcellona e passata per tutto il Mondo, con Roma come “tana”.
t&w new york ok

 

ZERO – Iniziamo facendo un salto di cinque anni indietro, visto che siamo proprio nel quinquennale del primo album a nome Tiger & Woods. Ci potete raccontare la nascita del progetto?
Tiger & Woods – Tiger & Woods nasce nel 2008 durante la Red Bull Music Academy a Barcellona. Eravamo tutti e due coinvolti con ruoli diversi: partecipante (Valerio), lecturer (Marco). Ci conoscevamo già, ma lì abbiamo avuto l’occasione di lavorare in studio su alcuni loop che avevamo fatto insieme. E così è partito il progetto.

C’è un albero genealogico musicale dal quale potremmo far discendere Tiger & Woods?
Tiger & Woods, come tutto quello che facciamo e abbiamo fatto in passato, è la traduzione di ciò che ci ha influenzato negli anni. Per noi c’è sempre tutto dentro: house, techno, disco, italo o r&b… Il risultato finale in questo caso potrebbe far pensare a delle radici più disco/boogie, ma per noi dentro c’è questo tanto quanto la techno, per esempio.

A chi è venuto in mente il nome? Siete appassionati di golf (o di tigri)?
Di golf non sappiamo niente e fino a 8 anni fa non avremmo mai considerato una tigre come animale guida… Era semplicemente un gioco di parole nato dal fatto che il disco che ha ispirato più di tutti il nostro progetto – R+B Drunkie di Mark E – era uscito su Golf Channel. Progetto che era nato per produrre un 12” e basta, senza alcun seguito. Quindi non diciamo che abbiamo scelto la prima cosa che ci è venuta in mente, ma quasi. Dopo è stato divertente lavorarci sopra fino al risultato finale delle identità di Larry Tiger e David Woods, dove direttamente e indirettamente rendiamo omaggio a due cose che amiamo davvero: i produttori Jimmy Jam & Terry Lewis e il comico americano Larry David. I primi sono tra i nostri produttori preferiti in assoluto, al punto che apprezziamo addirittura la ritmicità del loro nome; il secondo perché semplicemente è un autore comico che ha cambiato la nostra esistenza.

Qual è stata la prima traccia che avete scritto assieme? È stata buona oppure l’avete cestinata?
Le prime due tracce a cui abbiamo lavorato insieme sono quelle che poi hanno composto il primo ep, che non a caso si chiama Hole in One! Quando vieni fuori dal nulla è più semplice, non hai nulla da perdere, bissare qualcosa che ha funzionato è invece più difficile, e in quel caso magari qualche traccia potrebbe essere cestinata.

Con che macchine siete partiti per scrivere i primi brani? Sono le stesse che usate anche ora?
Alcuni strumenti ce li portiamo dietro da decine di anni e sono quelli che hanno identificato non solo il suono di Tiger & Woods, ma anche di tutto quello che abbiamo fatto in precedenza. E dubitiamo fortemente che ce ne priveremo in futuro. In linea di massima, però, cerchiamo sempre di evitare di essere attaccati allo strumento in quanto “feticcio”, ma di vedere la sua funzionalità all’interno di quello che facciamo, stesso motivo per cui siamo sempre aperti all’utilizzo di nuovi strumenti o tecnologie.

Il live di Tiger & Woods visto dalle macchine.
Il live di Tiger & Woods visto dalle macchine.

Come siete entrati in contatto con Gerd Janson e la Running Back?
Gerd è un amico di vecchia data, con cui condividiamo parecchio sulla visione della musica dance. Il progetto è nato insieme – c’era anche Gerd quei giorni alla Red Bull Music Academy: eravamo seduti intorno allo stesso tavolo quando tirammo fuori il nome. Per noi, lui è la & fra Tiger e Woods.

Non c’è stata nessuna label italiana che vi ha voluto produrre oppure avete cercato uno sbocco all’estero da subito?
Come dicevamo, il progetto è nato tra noi tre, questa è stata la formula definitiva fin dal primo momento. Ci sentiamo molto vicini alla visione di Gerd Janson non perché è tedesco o italiano, ma perché l’affinità musicale è totale. Non vediamo territori: sentiamo suoni.

Gerd vi ha proposto da subito di pubblicare un album?
Inizialmente non doveva esserci nemmeno un secondo ep, quindi l’album non era nemmeno lontanamente nei piani.
Ma dopo diverse uscite ci siamo resi conto che c’era abbastanza materiale per creare una “collezione”, più che un album, che abbiamo poi integrato con materiale inedito. Through the Green è nato così.

Possiamo dire che l’anthem di quel primo periodo è stato Gin Nation? Mi ha sempre incuriosito il titolo e mi sono sempre immagino una traccia composta dopo una bevuta colossale di Gin&Tonic. Qual è la sua storia?
Il titolo era un semplice gioco di parole per rendere omaggio a gli autori dell’originale: ImaGINATION. Gerd ha sempre avuto un’abilità particolare con i nomi e i giochi di parole e nel primo periodo di Tiger & Woods ha dato il meglio di sé, specialmente quando suggerì questo nome. Oltretutto il gin ci fa schifo, quindi di sicuro non c’è stata una bevuta di gin! La traccia in sé è stata composta a metà fra Londra e Roma e l’obiettivo era quello di usare delle parti del brano originale come strumenti. Tant’è che abbiamo usato la parte più simile all’originale alla fine della nostra versione. Abbiamo sempre creduto che questa traccia fosse più vicina a una lenta sample house che al mondo delle edit.

Passando alla dimensione live/club: vi ricordate il primo show a nome Tiger & Woods?
Impossibile da dimenticare: 30 ottobre 2010 al Robert Johnson di Francoforte. Partenza con tanta tensione e sfacciataggine: in uno dei templi dell’house e della techno ci siamo presentati con il primo brano del live a 103 bpm. Suonavamo live – come per tutti i primi 4 anni di serate – ed eravamo abbastanza emozionati. Era tutto nuovo per noi, abituati molto più alla nostra comfort zone da dj. In più, abbiamo rifiutato serate per più di un anno prima di decidere di suonare dal vivo, quindi c’era tanta aspettativa e pressione. Appena partiti con il live però, tutto è sparito ed è stato un discreto successo. Abbiamo preso il fatto di suonare dal vivo molto seriamente, cercando di fare una vera e propria performance pur non essendo dei musicisti da palco. Abbiamo dovuto compensare le nostre mancanze da performer con ore e ore e ore di prove e un’organizzazione scientifica per poter avere sufficiente margine di “improvvisazione controllata”. Il tutto ha funzionato e ci ha permesso di divertirci e imparare settimana dopo settimana a performare dal vivo, fino al punto dove siamo oggi in cui il live e il dj set si possono fondere senza alcun disagio.

Da Francoforte a oggi avrete fatto centinaia di date: quali sono state le più significative?
Per quello che riguarda il live, sicuramente c’è la data per il Sónar 2011 a Barcellona, la prima a New York in una venue senza nome a Kent Avenue (Williamsburg), la prima volta al Plastic People di Londra. Più di recente – e nella nostra fase “dj tigrati” – il Video Club a Bogotà e il Primavera Sound a Barcellona.

A quel Sónar c’ero e il ricordo di quel floor pomeridiano in delirio è ancora molto vivo. Quella data è stata uno snodo decisivo per il progetto Tiger & Woods, la famosa “consacrazione” di cui spesso si scrive?
No, non particolarmente. Ma è stato divertente ritrovarsi sul palco della Red Bull Music Academy per la prima volta: nonostante il progetto sia nato all’interno dell’Academy, a causa al nostro folle gioco delle identità segrete neanche chi ci lavorava sapeva chi ci fosse veramente dietro Tiger & Woods… Quindi, a coda dei primi 15 mesi di serate, siamo finalmente tornati all’interno della famiglia dell’Academy.

Faccio un piccolo passo indietro e vi chiedo che ruolo ha avuto Roma nel progetto Tiger & Woods.
Pensiamo che Tiger & Woods sia un progetto completamente slegato dal territorio. Non c’è stata alcuna interferenza positiva o negativa da parte del nostro circondario. Il progetto è nato a Barcellona e in quel momento uno di noi viveva a Londra. Neanche lo studio del Pigneto è stato così determinante, o almeno non tanto quanto il momento in cui ci siamo riuniti nella stessa città un paio d’anni dopo la nascita di Tiger & Woods. A quel punto, lo studio di via Perugia è diventato un collante forte, ma come lo è stato sempre per tutti i progetti fatti con il resto della famiglia Final Frontier. Pensiamo di non aver fatto palestra a Roma, anzi, in quegli gli anni la nostra presenza in città si era ridotta a una bellissima festa natalizia con i ragazzi di Exe-Cute (Discopanettone) e a una sempre divertente comparsata annuale con i ragazzi di L-Ektrica. In palestra non ci si va due volte l’anno.

Al momento della nascita del Progetto Tiger & Woods eravate entrambe di stanza a Roma? Fate ancora base qui?
Abbiamo sempre vissuto a Roma – tranne Valerio che si è trasferito a Londra per due anni – e siamo orgogliosamente attivi nella nostra zona nativa, Monte Sacro. Viviamo, lavoriamo, ci intratteniamo principalmente nel quadrante Nord-Est della città.

L'animale guida di Tiger & Woods in posa al Colosseo.
L’animale guida di Tiger & Woods in posa al Colosseo.

C’è una vostra traccia che assocereste a Roma? Come se fosse una colonna sonora perfetta per la città?
A dire il vero no. Se proprio vogliamo trovare un minimo di collegamento, magari potremmo parlare di Gin Nation, dal momento che il campione originale è degli Imagination, autori di Just an Illusion, classico tema di fine serata al Piper, dove siamo cresciuti in diverse annate. Ma è veramente una forzatura. Come abbiamo detto più volte, la nostra musica non è concettuale, ma è puramente groove da pista: potrebbe venire da qualsiasi posto.

Arriviamo al presente e al nuovo disco, On The Green Again. Che disco è? Cosa avete voluto mantenere e cosa cambiare?
Abbiamo mantenuto la texture sonora senza usare campioni. O meglio, abbiamo usato solo pochissimi campioni autorizzati su tre brani, mentre per il resto abbiamo sviluppato una nuova tecnica che consiste nel creare delle finte vecchie tracce da campionare. Un vero e proprio studio delle strumentazioni e tecniche degli anni passati. Tutta questa ricerca per creare dei falsi ritornelli e false strofe da campionare, distruggere e reinventare.

Lo avete scritto qui a Roma o in giro per il Mondo, tra una data e l’altra?
Principalmente è stato tutto fatto nel Tiger’s Lair, il nostro nuovo studio a Monte Sacro. Ma ci sono un paio di brani che sono nati in aereo.

In generale come scrivete i pezzi, vi chiudete in studio assieme o vi mandate idee su cui ognuno poi lavora in separata sede?
Passiamo tutto il nostro tempo in studio. Ma può succedere che la notte qualche file viaggi sulle nostre caselle di posta: idee e sketch realizzati nelle rispettive cucine, a due chilometri di distanza. Niente di esotico.

Come mai è passato così tanto tempo trai due album?
Abbiamo individuato il ritardo in due fattori: 1) il cambio di studio dal Pigneto a Monte Sacro, un trauma epocale per cui l’adattamento è stato lungo e doloroso. 2) Il tentativo (fallito) durato un anno di fare la sample clearance per un album pieno di campioni realizzato due anni fa. Missione impossibile, anche quando l’etichetta è d’accordo a mettere nero su bianco. Troppe persone coinvolte, troppe persone scomparse, troppa burocrazia.

C’è stato qualche ascolto che vi ha influenzato in particolare per quest’album? Qualche suono – nuovo o vecchio – che vi ha ispirato?
Non particolarmente, ma aver ricominciato a fare dei dj set ci ha fatto tornare la voglia di espandere le influenze verso tutti gli angoli più remoti del nostro gusto.

Avete una traccia preferita di On The Green Again? Vi dico la mia: Come And Get My Lovin, anche se il giro di basso di Radiotiger è uno di quelli che va in loop in testa.
Ogni scarrafone è bello a mamma soja.

Da quanto tempo state suonando in giro i pezzi nuovi? Com’è il feeling del pubblico quando li suonate?
Da diversi mesi, ma ci siamo limitati a suonarne uno o due. Non volevamo stancarci prima dell’uscita del disco. Suonando troppo le tracce prima dell’uscita ufficiale si rischia di auto nausearsi con la propria musica. E comunque le reazioni ci sono sempre sembrate positive.

Assieme al nuovo album è arrivata anche la T&W Records, come mai avete deciso di fondare una label?
Non è una label vera e propria, ma un branch di Running Back. Avevamo la necessità di avere una nostra piattaforma per evitare di sovraccaricare Running Back con le nostre svalvolate da studio. Diciamo che facendo questa linea T&W siamo liberi di fare uscire più dischi senza dover dare spallate a nessun collega.

Cosa ascolteremo su questa etichetta, solo vostre produzioni o anche altro?
Per il momento solo le nostre produzioni e non necessariamente firmate come Tiger & Woods. Ma uno dei nostri obiettivi è quello di fare delle re-issue di alcuni classici dimenticati. Stiamo lavorando in questa direzione, ma ci vorrà un po’ di tempo.

Andiamo in chiusura con una serie di botta e risposta: cosa state ascoltando di più ultimamente?
Marco: Erykah Badu, Christ..
Valerio: J Dilla.

Album preferito di sempre?
Marco: Impossibile rispondere, ma oggi ti dico Sign o’ the Times di Prince.
Valerio: Impossibile rispondere, ma oggi ti dico Songs in the Key of Life di Stevie Wonder.

Artista preferito di sempre?
Marco: Prince.
Valerio: Prince.

Miglior club in cui avete suonato?
Il prossimo e il precedente.

Miglior festival in cui avete suonato?
Sónar e Primavera.

La città perfetta per il clubbing?
Per il clubbing vi piacciono le località poco famose che però, alla fine, nascondono luoghi speciali. Vedi Bogotà con il Video Club.

Il paese con il pubblico più scalmanato e quello con il pubblico più composto?
Ricordiamo un pubblico veramente fuori controllo al nostro primo show di Philadelphia o a una qualsiasi serata a Leeds. Ci sono invece state serate nelle province più remote degli Stati Uniti dove la nostra performance è stata seguita più come un concerto e quindi la curiosità ha preso il sopravvento sul ballo sfrenato.

Visto le vostre fedi calcistiche antitetiche non vi chiedo chi vince lo scudetto quest’anno, ma se avete preso impegni per il prossimo 17 dicembre, giorno di Juve-Roma?
Marco: Siamo in trasferta quindi non so neanche se riusciremo a vederla. E comunque il risultato conta poco per quello che mi riguarda.
Valerio: Evito pronostici che poi finisce come sempre…
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