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Io, Giampaolo Speziale

Intervista all’artista cresciuto tra Roma e Londra, che firma il suo debutto solista per la neonata Pom Pom Records

Scritto da Aureliano Petrucci il 11 maggio 2026

Nel quartiere di Monteverde vecchio, sottratto dal caos e dalle urgenze del centro, c’è un piccolo cortile seminterrato in Via Fonteiana che a prima vista sembra ancora quello che era — una vecchia bisca. Basta scendere pochi gradini per scoprire, invece, che quello spazio ospita oggi uno studio di registrazione. È qui che ha sede Pom Pom Records, etichetta indipendente nata attorno a un collettivo di artisti, che in poco tempo ha ottenuto riconoscimenti anche e soprattutto fuori dai confini nazionali. Un esempio su tutti è quello della NPR, nota ai più per il celebre format Tiny Desk, che l’ha definita una realtà che sta “promuovendo una scena indie rock a Roma”.

A guidarla, insieme ad altri, c’è Giampaolo Speziale (in passato About Wayne e Malihini), che qui ha registrato il suo primo disco solista, “I”, un lavoro costruito in isolamento, poi lentamente aperto agli altri, che percorre fratture, chiaroscuri e rinascite degli ultimi anni della sua vita. Seduto in mezzo ai synth che ha accumulato nel tempo, Speziale ci ha raccontato, tra le varie cose, la genesi del disco, perché abbia scelto finalmente il suo nome, e la visione che sta alla base di Pom Pom Records.

Partirei dal titolo, I, cioè “io”. Dopo più di dieci anni tra progetti come About Wayne e Malihini, esce il tuo primo album, con il tuo nome. Perché adesso? Sembra quasi un atto di affermazione, un coming out artistico.

Ho alle spalle anni di esperienza nel mondo delle band ma a un certo punto ho sentito la necessità di registrare da solo ed esprimere quello che avevo dentro. Era una cosa che non avevo mai fatto prima di questo disco. Nelle band scrivi sempre per qualcun altro, anche quando pensi “questa è la mia canzone”, in realtà la stai condividendo, plasmando insieme agli altri. About Wayne è stata un’esperienza fondamentale, ero giovane, mi ha fatto crescere tantissimo, poi è arrivato Malihini, che ha avuto una risonanza ancora più grande, anche a livello internazionale. Nella fase finale di questo progetto c’era però una dimensione personale molto intensa, perché era condiviso con la persona con cui stavo, quindi riverberava nella vita di tutti i giorni. E lì ho sentito davvero la necessità di dire quello che volevo dire io. Nel corso degli anni ho sempre sentito di essere un po’ imbrigliato, e invece con questo disco ho fatto esattamente quello che volevo, nel modo più libero possibile. Nel discorso sul nome, ci ho messo qualche anno a capirlo. Ho provato vari pseudonimi, ognuno mi rappresentava solo in parte e alla fine ho detto “Ok, Speziale mi suona bene”, e da adesso mi tengo questo, come l’anagrafe.

Come nasce il disco?

In più fasi. Ho cominciato a scrivere i primi pezzi quando vivevo ancora nella mia vecchia casa e Malihini esisteva ancora. Le canzoni nascevano nei momenti in cui mi ritrovavo solo. Questa prima fase di scrittura è durata forse un paio anni. Poi, quattro anni fa, quando ho aperto questo studio, i miei soci erano in tour in Europa e mi sono chiuso qui dentro da solo per due settimane ed ho scritto tutto, senza nessuno intorno con cui confrontarmi. Alla fine ero convinto di aver chiuso il cerchio perfettamente, per me era una bomba, ma era un cerchio troppo sperimentale – non c’erano bassi, non c’erano batterie, mancavano gli elementi di un disco finito. Poi ho avuto mesi per ragionarci sopra, e ho capito che volevo includere altre persone. Ho chiamato Emanuele Triglia, il mio bassista preferito, e Francesco Aprili, il mio batterista preferito. Siamo stati due giorni in studio, hanno registrato su tutti i pezzi e ho integrato le loro parti. Nella fase finale del mix ho chiamato anche Edoardo Elia, il mio socio di studio, per portare tutto a completezza.

Il titolo, appunto, dice tanto, ma come si riflette nel contenuto dell’album?

Sono riflessioni molto personali, canzoni intime che non avrei mai scritto con una band. Raccontano gli ultimi anni… la fine di una relazione lunga, che si era protratta più del dovuto, e poi tutta la rinascita emotiva che ne è seguita. Il disco è pronto da quasi due anni, ma ho scelto di non avere fretta. Sono successe tante cose: mi sono sposato, casa nuova, viaggi, esperienze a cui ho voluto dare priorità. Sul titolo, siamo a Roma, e quindi i numeri romani: la I rappresenta l’uno, il mio io, ma è anche il primo disco di una lunghissima serie.

Quindi il secondo disco è già in cantiere?

Esatto, il secondo si chiamerà II, probabilmente dovrei registrarlo questa estate. E poi c’è qualcosa di bello nel fatto che il due rappresenti anche la coppia. Da quando ho scritto questo disco ho conosciuto Victoria [Reed, ndr] e ci siamo sposati, quindi il secondo si chiamerà II, e ha già un significato preciso. Poi ci sarà III, poi IV. Sono convinto di mantenere questa uniformità, perché ogni disco è un viaggio a sé.

Entrando nell’album invece, e ascoltando “Chimneys” oppure “The Beast”, mi viene in mente un certo dark pop con strofe molto cupe, che trovano una risoluzione in ritornelli più leggeri, melodici, quasi fischiettabili. Come emerge questo gioco tra luci e ombre

È fichissimo che tu citi proprio quelle due, perché “Chimneys” e “The Beast” sono le ultime canzoni che ho scritto, le uniche nate dopo quella prima sessione intensa in studio, quasi un anno dopo. Ed erano anche il periodo in cui stavo conoscendo Victoria, una fase di transizione dalla mia vita un po’ sulle nuvole, verso qualcosa di nuovo, la scoperta dell’amore e tutto quello che ne viene. Quindi quella dicotomia che senti, tra le strofe più cupe e i ritornelli più leggeri, probabilmente si legge proprio lì.

È in generale un album molto eclettico, penso per esempio a Yves Tumor. Chi ti ha influenzato?

Yves Tumor mi ha influenzato sicuramente. Verso la fine di Malihini ci ho anche fatto una lunga chiacchierata al Primavera Sound perché abbiamo suonato lì. L’ho visto in un club dove tra l’altro ho assistito a una scena assurda: non hanno fatto entrare Mac DeMarco perché non l’hanno riconosciuto. Comunque l’ho ascoltato molto in quel periodo. Come “Blonde” di Frank Ocean che ho scoperto con anni di ritardo, ma quando l’ho preso me lo sono tenuto stretto per tanto tempo. E un altro nome sono i Cocteau Twins, e lì c’è una riflessione che mi sta a cuore: loro dimostrano quanto una lingua non-lingua possa comunicare qualcosa di preciso. Il fatto che non usino parole vere è, per me, l’esempio più alto di come il suono conti più del testo. La musica funziona diversamente dal linguaggio. Se leggi la parola “chitarra” su carta, ti viene in mente quell’oggetto. La musica fa un passo ulteriore. È difficile pensare a qualcosa di concreto quando ascolti una canzone. Ti porta altrove, in situazioni non descrivibili letteralmente. Esprime emozioni in modo puro, senza rappresentare concetti. Per questo credo che la ricerca sul suono sia fondamentale, per qualsiasi artista.

Parli di ricerca sul suono, come hai costruito il tuo? L’album è pieno di synth

Ne ho usati vari, tutti analogici, suonati a mano e quasi niente MIDI, solo per i ritmi delle drum machine. Il primo è un Korg MS-2000, il mio primissimo synth, comprato ai tempi di About Wayne. Poi un Roland SH-1000, un monofonico bellissimo che ho preso a Londra, l’ho registrato in uno studio a South London dove King Krule ha inciso “Six Feet Beneath the Moon”. Poi il Korg Lambda, di cui mi sono innamorato durante il secondo disco di Mahlini, era dello strumento del nostro produttore Richard Formby. E infine il Prophet 6, l’ultimo entrato in studio. Con questi quattro ho fatto bassi, melodie, un po’ tutto. Strato dopo strato, costruiti a mano partendo sempre da una demo vocale molto scarna. Ogni pezzo è nato in modo diverso, senza un ordine definito. La maggior parte l’ho scritta di getto, tranne “B.O.Y.” Lì mi sono bloccato un’intera giornata, la voce non mi convinceva per niente. A un certo punto sono uscito a prendere aria, e fuori ho sentito un bambino nel passeggino che canticchiava una melodia, alla stessa tonalità del pezzo. Una cosa che non mi era mai capitata. Sono rientrato in studio e ho riregistrato la voce ispirandomi a quel loop. Il titolo non è un acronimo, ma una dichiarazione d’affetto alle giovani generazioni, a quella fase della vita in cui si è a cavallo tra l’adolescenza e l’età adulta, quando si ricevono mille informazioni e ci si struttura come persone. Me compreso, qualche anno fa.

Per quanto riguarda i testi invece?

Il processo è molto istintivo. Il 90% delle canzoni nasce con il telefono in mano, microfono aperto, registro le idee che arrivano sul momento. Non mi siedo quasi mai con carta e penna, di solito prendo lo strumento che ho davanti e racconto quello che sto vivendo emotivamente in quel momento, spesso senza nemmeno concentrarmi troppo sulle parole. E molte volte quello che canto nella demo è già molto vicino a quello che resterà. Sono bilingue, cresciuto tra Roma e Londra, e ho sempre ragionato in inglese, per la musica è sempre stata la lingua naturale. I testi nascono come schizzi emotivi, con alcune canzoni sento poi il bisogno di andare più in profondità, di trovare un senso più simbolico come con “The Beast”, dove ho fatto una vera ricerca su quello che stavo vivendo in quel momento e su come trasferirlo in parole. Altre volte invece il testo non c’è, come in “Song 11”. Ho sentito che quella sensazione non poteva essere vincolata alle parole.

Visto che sei cresciuto tra Londra e Roma ti chiederei qual è il rapporto con quest'ultima

Roma è la mia città preferita. Ho visto tantissime città nel mondo, ma Roma ha un’energia potente, e quella cosa è sempre fonte di enorme ispirazione, soprattutto quando torno da un viaggio. È un posto magico, difficile da spiegare, e secondo me è proprio quell’energia forte che a volte rende i romani un po’ pigri, come chi vive al mare. Parte della mia famiglia è calabrese, e lo capisco: il mare in Italia è leggero, ti culla, è come un grande rumore bianco che ti rasserena. Non ha niente a che fare con l’oceano in Messico o in America, che è carico di bassi, quasi pericoloso. Quella leggerezza crea una pigrizia di fondo, e credo che Roma, in maniera diversa, abbia qualcosa di simile: tanta storia, tanta energia, tanta potenza, al punto che il romano tende a pensare di essere già il migliore. Questo a volte si traduce in lentezza, in una certa stasi, in poca propensione al cambiamento. Però quello che sto notando negli ultimi anni è che stanno emergendo tantissime realtà – piccole, medie, anche grandi – che stanno portando multiculturalità in città. Non ho dubbi che nei prossimi dieci, vent’anni Roma diventerà centrale nel circuito dell’arte europea. Sta solo salendo.

A quali realtà fai riferimento?

Mi piace molto questa nuova tendenza dei listening bar a Roma, posti dove si ascolta musica in vinile, selezionata. Dieci anni fa questa cosa non esisteva, e per me è un segno dei tempi. Così come le piccole etichette che stanno crescendo, anche la nostra Pom Pom Records, che dieci anni fa non avremmo mai immaginato. Oggi invece c’è la possibilità di cominciare a costruire il futuro della musica italiana, che sarà più vario, più inclusivo, più poliglotta. La stamperia dove stiamo stampando i vinili è di Formello, è romana. Ci sono micro etichette che fanno musica sperimentale. Queste cose sono importanti per l’evoluzione del panorama musicale italiano. È l’unico modo per cambiare la macrostruttura: costruire microstrutture che funzionino bene e abbiano sempre più risonanza.

Arriviamo così alla vostra etichetta, la Pom Pom Records. Raccontaci un po’

Pom Pom Records è la nuova creatura, gestita dal punto di vista della direzione artistica principalmente da Victoria Reed. Il nome Pom Pom però ha una storia più lunga. È stato creato quasi dieci anni fa da Luca Di Cataldo, il primo socio fondatore, per lo studio. Il primo studio nasce a Gianicolense, poi c’è stato un allagamento parziale, e Luca ha colto l’occasione per spostarsi. Aveva già preso un bar qui vicino e ha trovato questo spazio che era la vecchia bisca di Monteverde. Negli anni Ottanta c’erano i tavoli da biliardo, poi è diventato uno studio di yoga, e quando siamo arrivati noi era uno spazio grezzo. Abbiamo costruito tutto da zero, con le nostre mani e l’aiuto di qualche operaio. Ci abbiamo messo un annetto, tanto tempo e tanto amore, fino ad aprire qui a Monteverde quattro anni fa. L’etichetta invece è appena nata. Quando Victoria è entrata a far parte della nostra famiglia – non solo come moglie, ma anche nella rete di amici musicisti che gravitano intorno al Pom Pom – ha fatto notare che avevamo già una realtà e un’identità estremamente riconoscibili. La sua proposta è stata “perché non fare il passo in più e fondare un’etichetta indipendente?”. È stata accolta a braccia aperte, e così è nata Pom Pom Records. Siamo ancora in costruzione, ma ci siamo. In generale l’idea vorrebbe essere, ma non so se sarà sempre così, che gli artisti che produciamo con Pom Pom Records, a prescindere da quale sarà il produttore, li registriamo qua dentro.

La prima regola di Pom Pom Records…

Quella sarebbe la linea guida che ci piacerebbe rispettare. Questo studio ha un suono molto suo, un’energia particolare che secondo me entra nelle registrazioni che nascono qui. E a lungo andare credo che questo ci porterà ad avere una produzione variegata ma con un’anima comune, che si riflette su tutti i progetti, con artisti locali e internazionali. Il nostro primo artista internazionale è Sam Blasucci, con cui abbiamo appena finito un disco prodotto da me un paio di settimane fa. E devo dire che mi sto buttando nel mondo della produzione con grande felicità

Ad oggi che artisti avete prodotto?

La prima uscita è stata “Pepsi Perfect”, un disco fatto da me e Luca in due fasi: una notte in studio a registrare delle demo chitarra e voce, rimaste nell’hard disk per due anni, poi Luca le ha ascoltate e ha detto “facciamoci un disco”. In una settimana abbiamo registrato basso e batteria sulle demo ed è stata un’esperienza unica, secondo me sarà un disco cult tra sessant’anni. La seconda uscita è “Diamanti”, il disco di Victoria. La terza è “Far From Home” di Dum Dave. La quarta è questo mio disco. E probabilmente la quinta sarà Sam. Poi a luglio arriva un artista di New York, di cui non posso ancora dire il nome, e a settembre e ottobre altri due artisti. Con loro non sappiamo ancora cosa nascerà.

Spesso organizzate eventi ristretti, avete in mente di farne altri aperti al pubblico?

Sì, ne stiamo parlando con varie realtà amiche a Roma. Qua lo spazio non c’è, quindi vogliamo uscire. Detto questo, le feste private le faremo sempre, l’atmosfera che si crea qui è come invitarti a casa mia, quella vibe è irreplicabile altrove. Cinquanta persone massimo, invito diretto. Mi piace essere invitato alle feste, e quindi mi piace invitare. Quando ti arriva un messaggio diretto sai che quella persona sa chi sei, ci tiene, vuole che tu ci sia. E poi cambiano le persone che vengono, si creano legami nuovi, l’amico dell’amico diventa il tuo amico. È un modo di costruire comunità che trovo molto più interessante di un post su Instagram. Dal prossimo semestre probabilmente cominceremo a fare qualcosa di leggermente più ampio, ma il concetto dell’invito diretto rimarrà centrale.

È un modello interessante e in un certo senso è anche la filosofia di Pom Pom Records, no? Lasciare che le cose nascano in modo spontaneo. Come questa intervista del resto

Spero tantissimo che realtà come questa comincino a diffondersi, perché ho l’impressione che la nostra generazione che ha vissuto sia l’era analogica che quella digitale, sappia ancora riconoscere la differenza. Il concetto di bellezza è insito in tutti noi, sappiamo quando qualcosa è più bello di qualcos’altro. E credo che la relazione umana diretta, l’ascolto attivo, l’esperienza diretta di un artista, la sua musica, la sua personalità, diventerà sempre più centrale in un mondo in cui siamo circondati da contenuti che non sai se sono veri o falsi, o dietro i quali non c’è necessariamente un essere umano. Una cosa che vogliamo fare è portare artisti internazionali di alto calibro a suonare qui a Roma. Sono convinto che questa cosa sia in rapida evoluzione, e spero che eventi di questo tipo si diffondano, in piccole realtà in giro per Roma e per l’Italia.

E se c’è un obiettivo?

Diventare leggendari! È l’obiettivo che abbiamo in testa, e sono convinto che sia una strada percorribile, creando una realtà a Roma che risuoni in Italia e in Europa. Ci vorrà tempo, ma facendo produzioni di un certo livello credo che ci vorrà meno tempo di quanto si pensi. L’idea è giusta, la filosofia è giusta. Questo studio è sempre stato un posto in cui si fa terapia, quando un artista bravo entra qui, nasce sempre qualcosa di profondo. La leggenda non è domani, ma se nei prossimi dieci anni facciamo trenta dischi bellissimi, magari diventiamo un nome. La nostra prima esigenza non è pubblicare qualcosa per tutti. A volte è un po’ più difficile da digerire, ma avere il sì delle persone che ci piacciono. Quello ci dà la forza.

In parte quell’approvazione l’avete già avuta dalla NPR, per citarne uno. Una cosa che a volte non arriva mai o arriva dopo anni

Sì, stiamo costruendo mattoncino dopo mattoncino. Devi scegliere quelli che si incastrano perfettamente nella struttura, altrimenti crolla tutto. Finora sono quelli giusti. E il fatto che da qui al prossimo semestre stiano arrivando nomi molto interessanti mi fa stare bene. Siamo sulla strada giusta.

Programmi a breve? Mi parlavi di un tour a settembre

Ci vediamo al Trenta Formiche il 12 maggio, poi il 14 suoniamo a Stoccolma il 17 a Marsiglia e il 19 al Biko a Milano. Vorremmo organizzare un tour più lungo in Europa tra settembre e novembre, ma è ancora un grande punto interrogativo. Dipende anche da quello che succede in studio con Pom Pom Records, dalle produzioni in arrivo. In realtà mi piace tantissimo suonare dal vivo, ma forse mi piace ancora di più stare in studio e creare. Se mi chiedi cosa preferisco tra i due, non lo so ancora, non ho ancora una risposta.