Quelli di Niccolò Berretta sono tra gli occhi che più in questi ultimi anni hanno attraversato Roma, le sue strade e le persone che le popolano. Un’immersione (quasi) antropologica per raccogliere tutto quello che succede sopra e sotto l’asfalto: ai confini del GRA in quartieri invisibili e assurdi, sotto la calura agostana che farebbe fuggire anche i parassiti più coriacei. «Siamo aperti H24», dice Niccolò. Una fetta di questa ricerca continua è stata di recente raccolta e pubblicata in un volume per la nuova casa editrice Emanuele Mascioni Editore, “I Smelled the Spring on the Smoky Wind”. In questo libro le strade di Roma sono sempre protagoniste e si uniscono a quelle di altre città, come Bucarest o Nenagh, in Irlanda, sulle tracce di Shane MacGowan dei Pogues, le cui parole nel brano “Dirty Old Town” hanno ispirato il titolo del volume. In vista di una prima mostra dedicata al libro, in programma il 6 marzo negli spazi di G-Rough (a cura di Giuliana Benassi e in collaborazione con Via Vai), abbiamo fatto una ricognizione in cinque quartieri della città, spaziando dall’infanzia di Niccolò alle ricerche più attuali. Quartiere Africano, Monti, Trastevere, Collatino/Tor Sapienza e Tor Bella Monaca: cinque territori raccontati attraverso scatti, ricordi e impressioni ancora fresche.
Le città e le persone che le abitano sono la parte fondamentale della tua ricerca fotografica. Cosa è che ti attira di questa interazione?
La città è il perimetro su cui si fonda tutta la mia ricerca e va di pari passo alla mia vita. La città è dispersiva, ampia, fitta come una giungla. I romani poi vivono in un loop: abitudini radicate da anni, azioni ripetute (io sono il primo). La città diventa lo sfondo per queste azioni: un corpo che muta, invecchia, si trasforma. Roma è sempre stata caratterizzata anche dall’interazione tra i suoi abitanti, dalla battuta, la chiacchierata, lo sfottò, l’insulto, anche se di questa pratica noto che si sta conservando solo il peggio. Le persone vivono nella città e come piante rampicanti si espandono, compiono azioni di vario tipo, dalle più nobili alle più squallide. Nella mia ricerca sono attratto principalmente da questi estremi, ma spesso mi trovo a galleggiare nella mediocrità.
Cosa ti piace di Roma?
Roma è dove sono nato e cresciuto. Qui mi piace scattare in diversi modi. Il primo è immaginare gli scatti, studiarli a lungo e poi realizzarli. Ad esempio tutte le foto che ho realizzato insieme a Federico Tribbioli, Filippo Silli e Maurizio Montesi con il collettivo ARTCOCK, tra il 2006 e il 2012. Questa pratica l’ho portata avanti anche da solo, ad esempio nello scatto “ESTATE ROMANA” o nello scatto “GRAFFIATI DAGLI ANGELI” di Fellini-Pasolini, una sfilata senza permessi di una ventina di personaggi scelti con cura, lungo i binari di Scalo San Lorenzo alle 13:40, ovvero il momento in cui il sole, in quel giorno, si allineava tra le due tangenziali e proiettava un raggio di sole sul pavimento uguale a una passerella. Per la mia ricerca urbana e documentarista esco di casa, fisso una destinazione e cammino per 20/30km aspettando di incontrare qualcuno che mi interessi. La stessa cosa la faccio anche in macchina cercando situazioni nuove o personaggi assurdi. In entrambi i casi mi piace fotografare le persone e di solito ne vengo attratto come fosse un colpo di fulmine. Non ci penso troppo, non c’è una categoria prefissata.
Ti piacerebbe raccontare Roma in un modo totalmente altro rispetto a quello che hai portato avanti finora?
Ultimamente sto integrando il mio archivio con dei paesaggi urbani in orari notturni o serali. Sfruttare paesaggi vuoti mi sembra un’ottima opportunità per riflettere sulla città e sul suo cambiamento. Un altro filone che ho approfondito poco, ma che ho comunque avviato, è quello degli scatti corali, dei groupshot imponenti in esterna.
C’è un’altra città a cui sei particolarmente legato da un punto di vista fotografico?
Roma è l’unica città a cui sono legato in maniera viscerale. Mi è capitato di scattare per periodi discretamente lunghi anche in altre città, come Milano o Bucarest. Alla Stazione Centrale di Milano ho realizzato uno spin-off di “Stazione Termini” alla Stazione Centrale, circa duecento ritratti scattati in qualche mese. In futuro forse farò uscire qualcosa. A Bucarest sono stato nell’agosto del 2022 per un mese. All’interno del mio ultimo libro “I Smelled the Spring on the Smoky Wind” c’è un intero capitolo dedicato a questa esperienza. Ringrazio ancora chi mi ha aiutato a esplorare quei luoghi.
Preferisci la città di giorno o la città di notte?
Dipende dal tipo di ricerca che sto facendo. Non ho orari, siamo aperti H24! Nel caso di “Stazione Termini” preferivo il giorno, per il semplice fatto che la Stazione era aperta e ci stava un flusso di gente folle e frenetico da cui ero attratto e di cui mi nutrivo. Amo attraversare la città la notte in solitaria, sia a piedi che in macchina. In questo caso preferisco i paesaggi o spero sempre in incontri assurdi.
Preferisci la città del centro o quella della periferia?
La mia ricerca è trasversale: il centro e la periferia sono collegati. Nel libro è presente principalmente la periferia, il centro di Roma non è nemmeno considerato. Ultimamente non mi fa impazzire: troppi cambiamenti, molti locali brutti e i prezzi che sono lievitati. È rivolto tutto al turista e si è persa un po’ di naturalezza. In periferia mi muovo meglio, sono più stimolato dalla geografia e dalla spontaneità delle persone.
Preferisci la città delle strade o delle case?
Per le strade mi muovo meglio, più libero. Entrare nelle case delle persone è sempre un miracolo, un privilegio. Ci sto lavorando molto, non amo invadere gli spazi. Quando faccio le mie foto voglio che tutti siano sereni. Le case a ogni modo sono sulle strade e appartengono alla zona in cui si trovano: mi piace trovare il modo di tenere collegate queste due realtà per non astrarre completamente chi sto ritraendo.
Iniziamo un breve tour di Roma attraverso cinque quartieri, alcuni dei quali sono anche presenti nel tuo ultimo libro "I Smelled the Spring on the Smoky Wind". Il primo è il Quartiere Africano.
Sono nato il 6 Luglio 1986 all’ospedale Fatebenefratelli. Dopo qualche giorno mi hanno portato a casa che era all’ottavo piano della Sedia del Diavolo, al quartiere Africano. Quattro anni dopo ci siamo spostati in una via tra piazza Vescovio e viale Somalia e lì sono cresciuto. Questo quartiere rappresenta per me l’infanzia, la crescita e l’adolescenza. Ho milioni di ricordi. Un’infanzia felice e serena, sono stato fortunato. Da piccoli, dopo scuola, spesso passavamo i pomeriggi per strada davanti al negozio di abbigliamento che in quel periodo avevano i miei. Con mio fratello giocavamo a palla sempre lì davanti. Poi abbiamo cominciato ad andare a giocare a calcio alla Don Gaspare Bertoni. Ci andavamo a piedi. Una volta c’è stato un incidente tra una macchina rubata in fuga e un motorino (uno Scarabeo) con due ragazze senza casco. Insieme ai miei amici abbiamo sentito un grido seguito da un botto. Era dietro il campo da calcio e così siamo andati a vedere: una scena straziante, con quelle due povere ragazze agonizzanti. Il quartiere dove sono cresciuto rappresenta un insieme di ricordi, ma anche di piccoli traumi, di gioie e di dolori. Più in là, sempre in quel quartiere, abbiamo fondato ARTCOCK e cominciato a mettere i primi poster. Da solo ho iniziato poi a scattare in strada, con una Nikon F2, ascoltando alcune indicazioni di mio padre. Il quartiere è dove ho incontrato il primo amore, dove ho fatto mille cazzate ed esplorato la notte, da solo o con i miei amici.
Rione Monti.
Monti rappresenta casa di mia Nonna, Maria Antonietta Rappagliosi. Andavo spesso a pranzo da lei negli anni di liceo al Collegio Nazzareno. Era una bravissima cuoca, anche se purtroppo vedeva poco e a volte capitava che bruciava tutto. I suoi pranzi erano all’antica e pesanti. Primo, secondo, contorno e dolce. Ad accompagnare il pranzo c’era sempre una boccia di due litri di Fontana Morella, allungato rigorosamente con acqua. Solo poco prima di morire mi ha svelato perché lo allungasse sempre: era a letto, non stava bene, ma avvicinando l’orecchio alla sua bocca mi ha sussurrato «allungavo il vino con perché faceva schifo!». Una volta per i miei 25 anni mi regalò cinque euro. Poverina, si era sbagliata! Non le dissi nulla e un po’ sconsolato scesi in piazzetta a Monti: mi comprai un decino di Camel Blu e una Peroni da 66. Nonna era una donna particolare, tosta ma anche molto simpatica. Riusciva a parlare male di te in tua presenza, ne aveva una sempre per tutti. Da giovane era bellissima, amava la compagnia, le feste e le partite a carte, i viaggi e il buon vino.
Trastevere
A Trastevere nel Dicembre del 2011 prendemmo con i miei amici uno studio di 100mq, un ex falegnameria. Lo chiamammo Cloaca-Oblivion. All’interno di questo studio coesistevano i Mastequoia e noi, i fratelli più piccoli, ARTCOCK. Facevamo cose completamente diverse, ma il confronto era quotidiano, molto stimolante. In quei 100mq negli anni è successo di tutto. L’inaugurazione fu una serata di pugilato tra di noi, a porte chiuse e con scommesse. Una volta portammo un cammello per fare un aperitivo: la serata si chiamava Camel Toe Party. Ketama ha portato lì per la prima volta davanti a un pubblico quella bomba di disco che è “Rehab”, uno show bellissimo. Abbiamo realizzato un evento di poker lungo tutta una notte, con diversi tavoli, giocatori, un folto pubblico e uno spettacolo di una pole dancer. Quella sera, in mezzo alla nuvola di fumo che si era creata, apparve anche Clive Owen, che era a Roma per girare un film. A Trastevere ho principalmente scattato all’interno dello studio: le situazioni che capitavano, qualche messa in scena, la gente che passava. È stato un bel periodo.
Collatino/Tor Sapienza. È uno dei quartieri presenti anche nel libro ed è legato soprattutto alla storia di una persona.
Come ti dicevo prima, ho girato spesso per Roma senza una meta fissa, per farmi risucchiare dalle strade con la speranza di trovare qualcosa. A volte le cose accadono seguendo una pista, per una questione di fiuto. A volte capitano per bucio di culo. Avevo notato più volte le prostitute di Via Longoni e mi ero affacciato timidamente. Con il tempo le ho conosciute meglio e ho cominciato a fare i primi scatti. Il materiale che avevo raccolto non mi soddisfaceva, aveva un sapore troppo da reportage. Così ho provato a mischiare un po’ le carte. Ad esempio, ho creato un paio di foto immaginandomi una situazione un po’ surreale, come la foto sul muretto in cui ci sono anche io, Gabriele e le ragazze. Ci sta anche uno strano ragazzo che passava di li per caso. La vera svolta nella ricerca però è iniziata quando ho avuto l’intuizione di dare a Jessica una macchinetta usa e getta per fotografare la sua vita, i paesaggi e i clienti. Il risultato è stato perfetto! Così sono andato avanti per più di un anno raccogliendo un totale di dieci macchinette usa e getta e una lunga intervista drammatica di Jessica che ripercorre le varie fasi della sua vita. L’intervista è stata registrata sempre in via Longoni, vicino al muretto, nell’agosto del 2024.
Tor Bella Monaca, che fa parte della tua ricerca attuale. Cosa stai scoprendo e in che storie ti stai imbattendo?
A Tor Bella Monaca ho scattato tutto l’agosto del 2024, grazie all’aiuto di Roberto e Angelo: la mia ricerca si basa sulla scoperta del territorio attraverso l’osservazione di chi la vive. È sempre una ricerca, non un indagine: non devo scoprire nulla. Ho trovato gente molto disponibile, un quartiere molto autentico, che si confronta spesso con povertà, disagio e problemi di varia natura. Ho avuto la fortuna di conoscere il gruppo di persone che gestisce il parco giochi di Adelandia. Un centro di smistamento di aiuti per le famiglie, di cibo, vestiti e giochi. Si fanno un culo pazzesco. Hanno un forte senso di comunità e i loro aiuti sono spesso fondamentali. Mi fa impazzire che, specialmente l’estate, il supermercato Pewex è il centro del mondo, specialmente nelle ore più calde. Stavo pensando a un piccolo spin-off di Tor Bella e chiamarlo Twink Pewex.




























