Luca Cerizza

Ritorno a casa - intervista con il responsabile del Centro di ricerca del Castello di Rivoli sul progetto ASILO durante miart

Luogo di residenza

Torino-Milano

Attività

Curatore

Scritto da Valentina Rossi il 11 aprile 2018

I curatori Luca Cerizza e Zasha Colah inaugurano il progetto ASILO con l’artista indiano Prabhakar Pachpute nello spazio di una vecchia scuola materna Montessori. In questa intervista ho parlato con Luca di questo nuovo programma di residenze nato dalla collaborazione tra lui e Zasha, ma anche del suo nuovo lavoro come responsabile del Centro di Ricerca del Castello di Rivoli, che l’ha spinto a rientrare in Italia dopo diciassette anni a Berlino e alcuni lunghi periodi di residenza a Mumbai.

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Nei giorni di Miart inauguri una mostra del giovane artista Prabhakar Pachpute, con la co-curatela della curatrice indiana Zasha Colah. In cosa consiste il progetto site specific?
Non vorrei rovinare l’effetto sorpresa che credo sia importante in questo progetto, anche per il contesto in cui si svolge. Diciamo che è un piccolo viaggio in sotterranea, che ha come tema principale il lavoro manuale, i modi in cui questo influenza le aspettative, i desideri e le ambizioni di chi lo pratica. Ma le opere di Prabhakar dialogano non solo con il lavoro in progress di un cantiere e di chi ci lavora, ma anche con la precedente funzione di questo spazio: un asilo Montessori.

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Questa esposizione fa parte di un progetto più ampio che si chiama ASILO, ci puoi spiegare come è strutturato questo programma di residenze e le motivazioni, anche se facilmente intuibili, che vi hanno portato ad approfondire l’arte del subcontinente? Cosa altro c’è in programma per il futuro?
Come hai intuito, da una parte c’è il contatto e la conoscenza della scena artistica dell’India dove ho vissuto per sei mesi all’anno negli ultimi tre anni e dove conto di passare ancora almeno un paio di mesi all’anno. Dall’altra c’è l’interesse per l’arte indiana soprattutto attraverso mia moglie Zasha. Il lavoro che lei ha condotto negli ultimi anni con lo spazio non commerciale Clark House (link), soprattutto su una giovane generazione di artisti indiani, è stato ovviamente una spinta importante. Prabhakar è stato un membro originario del gruppo di artisti che si è riunito come Clark House dal 2010, insieme a Zasha e all’altro curatore dello spazio, Sumesh Sharma.
L’idea è quella di portare a Milano alcuni artisti più o meno giovani che provengono da quella regione (che include Bangladesh, Birmania, Pakistan e Sri Lanka) e con una particolare agenda sociale e politica. In questo senso il nome della residenza gioca con la precedente funzione dello spazio e l’idea di dare “asilo”, sebbene temporaneo, ad alcuni artisti.

La casa che ospita la mostra è di un nostro amico comune ed attualmente è un cantiere work in progress, come ti sei trovato a lavorare e ad allestire in questo spazio?
Niente di particolarmente nuovo, direi. In vent’anni di attività come curatore ho avuto a che fare con una grande varietà di spazi, più spesso di “riuso” che “white cube” perfettamente funzionali. Sono molto interessato a pensare all’arte come una forma abbastanza flessibile per poter abitare, interagire ed eventualmente trasformare il contesto in cui si trova ad operare. Non credo che la libertà assoluta sia necessariamente un bene per l’arte. Mi interessa lavorare da e con le limitazioni di una data situazione e cercare soluzioni appropriate a diversi contenitori, in questo caso quello di un cantiere di una palazzina vicino a via Porpora. La speranza è sempre quella di trasformare un’eventuale debolezza in una forza: mi auguro che sia successo anche questa volta!

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Sei stato fuori dall’Italia per tantissimi anni, potresti essere considerato un “cervello in fuga” che ora è tornato in patria. Cosa ti ha mosso a rientrare?
Cervello sarà lei ☺
Beh, una somma di motivi, che toccano cuore e cervello. Berlino è cambiata: sicuramente è ancora un posto importante, soprattutto per il livello di artisti che si possono incontrare, ma forse un po’ meno stimolante dopo averci vissuto diciassette anni. Sicuramente più cara per abitarci. Torino arriva a seguito di un’offerta di lavoro e come un posto molto vivibile, elegante alternativa in scala ridotta a due grandi città come Berlino e Mumbai. A Milano. Last but not least, una bambina piccola ha contribuito a indirizzare le scelte. Speriamo che le camicie verdi accolgano questa mezzo sangue nata a Mumbai…

Attualmente sei il responsabile del nascente CRRI, Centro di Ricerca Castello di Rivoli, spazio che si occupa di ricerca, raccolta, valorizzazione e conservazione dei materiali d’archivio. Come è stato il passaggio da curatore indipendente a ricercatore presso uno dei più importanti musei italiani?
Ancora un po’ strano. Ma lavoro attraverso un part-time che mi ha permesso e mi permette di lavorare su altri progetti curatoriali e editoriali. Quello che mi piace è la possibilità di abitare uno spazio di studio e di ricerca sul patrimonio culturale italiano, che continua, con nuovi strumenti, alcune ricerche e interessi cui ero già indirizzato. Per esempio l’antologia di testi di Giovan Battista Salerno su Alighiero Boetti che avevo editato anni fa e, più recentemente, quella dei testi di Tommaso Trini. Oppure il libro su Gianni Pettena su cui sto lavorando.

Gianfranco Baruchello- Incidents of Lesser Account installation
Gianfranco Baruchello- Incidents of Lesser Account installation

Ci puoi anticipare qualcosa che è emerso in questo primo anno di lavoro alla costituzione dell’archivio del Castello di Rivoli?
Forse è diventato ancora più evidente che il CRRI dovrebbe essere uno spazio per lo studio e la ricerca e non solo la conservazione. Un centro attivo che pratica diverse iniziative per mettere in luce il nostro patrimonio culturale dalla metà degli anni ’60 a oggi, anche in collaborazione con altri soggetti.

Gianfranco Baruchello- Incidents of Lesser Account installation
Gianfranco Baruchello- Incidents of Lesser Account installation

Credi ci sarà anche la volontà di creare delle esposizioni con il materiale dell’archivio che state costruendo?
Nei primi giorni di luglio aprirà una mostra nella Manica Lunga del Castello di Rivoli, che presenterà materiali dell’archivio del museo, attraverso una selezione di casi studio della sua storia espositiva, dalla prima mostra Ouverture fino a casi più recenti come la personale di Roberto Cuoghi e alcune vetrine gestite da alcuni artisti che hanno avuto un ruolo importante nella storia del museo.
Ma il programma del CRRI si strutturerà, oltre che altre piccole mostre di materiali d’archivio, anche su conferenze (come quella di Rosalind Krauss lo scorso anno), convegni e iniziative editoriali.

Il tuo primo libro è stato pubblicato nel 2008 e riguardava le mappe di Alighiero Boetti, il secondo invece nel 2010 e s’intitola L’uccello e la piuma. La questione della leggerezza nell’arte italiana, mentre l’ultima tua pubblicazione è un’antologia sul lavoro di Tommaso Trini. Cosa è cambiato nel tuo approccio critico?
Diciamo che negli anni ho approfondito maggiormente la dimensione storica. Ma, spero, non in modo didattico, ma sempre con un taglio direi “curatoriale”, provando a mantenere uno sguardo sul presente. Il libro su Trini credo sia un esempio in questo senso, ma anche del mio interesse per la (buona) scrittura d’arte. Forse anni di vita all’estero mia hanno reso un po’ insofferente all’Inglese “global” (che anche io pratico con discreti risultati) e più attratto dalla qualità della scrittura, come quella di Trini. Era anche il modo di rendere giustizia a una figura che era stata un po’ dimenticata.

Inerente alla tua formazione hai un “maestro” di riferimento, sia questo uno storico dell’arte, un docente o un artista?
Niente maestri, solo mostri…

Per quanto riguarda invece la tua pratica curatoriale, a quale tua mostra sei maggiormente legato? E altri modelli espositivi che invece ti hanno particolarmente influenzato?
Mi ricordo che alcuni anni fa, rispondendo a una domanda simile (alla tua seconda) per un volume sui curatori italiani, risposi che sono tanti i “modelli espositivi” che ho visto con interesse ma non appartengono necessariamente alla storia dell’arte: una vetrina, una sfilata di moda, un concerto, una discoteca, un balletto contemporaneo, un’opera teatrale… Diciamo che quando ho iniziato avevo meno riferimenti storici e più incoscienza. Ora il rischio è di essere troppo consapevole di una storia, ma in verità mi accorgo di tornare negli anni sulle stesse questioni: Per esempio: come costruire un “organismo”, un dispositivo di mostra che, scusa il gioco di parole, metta in “mostra” poco o niente ma muti e cambi con il tempo e con la partecipazione, fisica e intellettuale, del visitatore. Questo mi interessava quando ho iniziato e mi sembra un tema nuovamente attuale in un epoca dove la nostra esperienza dell’arte è sempre più mediata dai dispositivi tecnologici e dalle piattaforme social.

Tra le mostre cui ripenso con più benevolenza ci potrebbero essere: Perspectives (Ryoji Ikeda, Carsten Nicolai, Mika Vainio, via Ventura, Milano 2001), Don’t Expect Anything (Robert Barry, Tino Sehgal, Ian Wilson, Massimo Minini, Brescia 2004), On Air (personale di Tomás Saraceno, Galleria Pinksummer, Genova 2004), The Infinite Library (Daniel Gustav Cramer e Haris Epaminonda, Bologna 2010), e le due mostre recenti di Gianfranco Baruchello (Raven Row, Londra 2017) e di Tino Sehgal (OGR, Torino 2018). Ma anche la mostra di Prabhakar Pachpute al Galleria Nazionale d’Arte Moderna a Mumbai (con Zasha, nel 2016).

Negli ultimi due anni hai curato la mostra di Gianfranco Baruchello alla Raven Row di Londra e quella di Tino Sehgal alle OGR di Torino. Com’è stato il rapporto con un’artista ormai storicizzato come Baruchello e un artist star come Sehgal?
Da questo punto di vista sono state due esperienze praticamente opposte. La mostra di Londra è nata da un rapporto con Gianfranco (e Carla Subrizi) piuttosto recente ma diventato piuttosto serrato. Sentivo e sento la necessità di recuperare il tempo perduto nell’averlo conosciuto tardi! La mostra è stata costruita attraverso uno studio molto lungo e attento delle opere, fatto insieme a Alex Sainsbury, il proprietario e direttore di Raven Row. L’impianto e l’allestimento della mostra sono stati pensati in completa autonomia da noi due, seguendo alcune idee legate alla nostra lettura del lavoro dell’artista e agli spazi in cui andava a collocarsi.
Con Tino ci conosciamo invece dal 2002 e abbiamo collaborato per una mostra da Massimo Minini nel 2004. In questi anni, in cui si è trasformato da giovane promessa a star internazionale, siamo rimasti in contatto e l’invito di Nicola Ricciardi, direttore delle OGR (link), mi sembrava una buona scusa per lavorare insieme ancora, in una situazione molto diversa. Però Tino non è più quel “one man show” di quindici anni prima, ma una macchina organizzativa molto efficiente, anche se fa ancora a meno di uno studio… Quindi il mio apporto è stato indirizzato soprattutto al lavoro intorno alla mostra; da una nostra conversazione pubblica alle OGR, fino alle pagine che ho curato per Domus e alla pubblicazione che abbiamo prodotto come inserto de Il Manifesto.

Gianfranco Baruchello- Incidents of Lesser Account installation
Gianfranco Baruchello- Incidents of Lesser Account installation

Considerando l’attuale studio e dibattito sulla storia delle mostre, c’è un’esposizione del passato che avresti voluto curare?
Ho studiato e insegno la storia delle mostre ma non riesco a pensare in quei termini. Semmai a quello che avrei dovuto fare di diverso nelle mie…

Parliamo per ipotesi…se ti dovessero invitare a curare una manifestazione internazionale, preferiresti curare Manifesta, Biennale di Venezia o Documenta?
Ipotesi, in senso crescente, molto remote: quindi perché preoccuparsi?

C’è un artista con cui attualmente vorresti collaborare? E nel passato invece esiste un artista con cui avresti voluto lavorare?
Anche se in progetti di scale diverse ho avuto la fortuna di lavorare con alcuni degli artisti che più stimo: da Robert Barry a Tino Sehgal, da Giovanni Anselmo a Yona Friedman, da Gianfranco Baruchello a John Armleder, da Haris Epaminonda a Manfred Pernice, per dirne alcuni.
Per rispondere alla tua domanda: con alcuni di loro mi piacerebbe avere altre esperienze, come vorrei essere ancora bravo a intuire un artista che diventerà importante, come mi è successo con Tino e Tomás Saraceno, ma anche con Olafur Eliasson, Ryan Gander o Danh Vo. Vorrei lavorare con Stefano Arienti, John Knight, Trisha Donnelly, Philippe Parreno, Seth Price, tra gli altri. E poi con qualche “grande maestro” torinese, ora che sono vicino di casa…
Certamente avrei voluto lavorare con Michael Asher, Alighiero Boetti, Mike Kelley, Nasreen Mohamedi, Charlotte Posenenske: i primi nomi che mi vengono in mente.

Nel tuo passaggio da Milano, Berlino, Mumbai e Torino, cosa ci puoi dire dello scenario dell’arte contemporanea? Come credi si possa posizionare la panoramica italiana?
Un po’ schiacciata tra gli emergenti e le grandi potenze…Non abbastanza nuova e ricca per attrarre curiosità e investimenti, poco supportata pubblicamente, troppo frammentata e poco strutturata per essere vista come una presenza solida. Una realtà di straordinarie individualità, che fanno poco sistema. Il solito, bellissimo e durissimo individualismo italico.
C’è un paradosso piuttosto doloroso: la nostra generazione di curatori è la prima ad avere acquisito capillarmente posizioni anche importanti nel panorama internazionale, ma gli artisti della nostra generazione non sembrano seguire. Sarà anche stata colpa nostra?
Purtroppo, in questo momento, siamo più attraenti per quello che abbiamo prodotto alcuni decenni fa che per quello che produciamo oggi. Sarà solo una questione di aspettare?

Passando al tuo tempo libero, ci suggerisci qualche posto a Milano a cui sei particolarmente affezionato? E a Torino?
Tempo libero, cosa?! Mah, anni fa ti avrei detto la biblioteca e il campo di basket del Parco Sempione, a Milano. Ora non so. Forse ancora lo Stadio Giuseppe Meazza in S. Siro.
Un luogo di Torino: il mercato di Porta Palazzo.

Bar e ristorante preferito a Milano?
Sui bar c’è stata la fase Capetown, non saprei dirti da cosa è stato soppiantato. Ristorante: non pervenuto. Luini (panzerotti) vale?

Bar e ristorante preferito a Torino?
I caffè-pasticcerie storiche di Torino sono state la grande rivelazione: S. Carlo, Stratta, Caffè Torino, Caffè Roma, Mulassano, citando a memoria. Caffè Elena, su Piazza Vittorio, per il pranzo. Ristorante: sono fermo ai classici. Ma stiamo cercando un buon ristorante indiano.
PS. Dovevi chiedermi i luoghi di Mumbai, che ero più preparato…
Si, per i lettori di zero.mumbai! ☺