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L’Ultimo Uomo indipendente!

Una chiaccherata con Daniele Manusia ed Emanuele Atturo sulla storia del loro magazine, il presente e soprattutto il futuro. Tra un settore editoriale a pezzi e la fiducia nella comunità di lettori.

quartiere Pigneto

Scritto da Giulio Pecci il 23 novembre 2022
Aggiornato il 12 giugno 2023

A volte, mentre sono allo stadio o guardo un incontro qualsiasi in televisione, accadono di quei piccoli miracoli tipicamente sportivi: epifanie subitanee regalate dall’agitarsi dei corpi, da momenti di sospensione della realtà e di emotività pura e incontaminata. Dopo essermeli goduti appieno, cercando di cristallizzarli, penso con appagamento che c’è già qualcuno che li sta trasformando in racconto. Penso a L’Ultimo Uomo e a come il giorno dopo mi faranno rivivere quegli attimi, a quale angolatura diversa dell’evento mi faranno scoprire. Insomma, come arricchiranno ulteriormente quel vissuto, aggiungendoci un livello intellettuale che, incredibilmente, spesso riesce a preservarne tutta la purezza esperienziale.

Credo ci siano pochi dubbi sul fatto che un lavoro del genere sia preziosissimo. Considerando soprattutto che parliamo solo di una piccolissima parte della proposta del magazine di sport e cultura fondato da Daniele Manusia e Timohty Small; oggi condotto dallo stesso Manusia (direttore responsabile) ed Emanuele Atturo (caporedattore centrale), con base operativa sempre a Roma. Approfondimenti lunghissimi, analisi tattiche, curiosità e pazzie diffuse. Un modo diverso di raccontare e analizzare lo sport, lontano dai cliché tossici che ben si conoscono. Dopo un’evoluzione organica e diversi passaggi di proprietà, oggi per la prima volta L’Ultimo Uomo è completamente indipendente e, con una scelta coraggiosa e in un certo senso pioneristica, ha scelto di affidarsi al sostegno dei lettori. Per approfondire un po’ il tutto abbiamo chiamato in causa direttamente Emanuele e Daniele.

Tra l’altro non perdetevi la festa di sabato che i ragazzi de L’Ultimo Uomo hanno organizzato con i loro vicini di ufficio, 42Recors: musica, cultura, sport e tante sorprese.

 

Vi va di iniziare con una breve cronistoria de L’Ultimo Uomo? I quando, i come e i perché?

Daniele Manusia: Per non ripetere la solita storia che racconto sempre, te ne do una versione alternativa: l’Ultimo Uomo compirà dieci anni a luglio 2023, ma la sua seconda data di nascita arriva poco dopo, proprio quando a me si unisce Emanuele. Insieme abbiamo iniziato a scegliere ed editare pezzi, oltre che a cercare nuovi autori. Penso che l’idea di unire le forze – ma parlo ovviamente per me – sia dovuta essenzialmente al fatto che non esisteva una proposta equivalente e credevamo entrambi che ci fosse bisogno di un approccio come il nostro per raccontare lo sport da diversi punti di vista e con registri diversi.

Immagino che avete iniziato questo lavoro pensando di intercettare una necessità nei lettori o magari in voi stessi. Pensate che queste "necessità" siano cambiate? Come?

DM: Per quel che mi riguarda, la “necessità” è intatta, anzi, il contesto intorno a noi, almeno per riviste e siti da leggere (pagine social e derivati non sono la stessa cosa), si è addirittura impoverito.

Cos'è rimasto oggi di quel grande fermento che ha visto la nascita di tantissime riviste online, una decina/ventina di anni fa? quali erano le vostre preferite?

DM: Molto poco. Un po’ è finito in pasto ai social, penso alle pagine anche belle e scritte bene che lavorano per Zuckenberg sperando di arrivare ad altre entrate con la popolarità, ma anche agli scrittori-giornalisti-influencer che – direi anche giustamente, considerando il mercato – puntano molto sulla propria immagine fregandosene dei contenitori in cui si esprimono. Però ecco, a me un po’ mancano i blog pazzi che c’erano dieci anni fa. Funziona così, lo capisco, e siamo anche consapevoli che un’impresa più collettiva come la nostra sia non solo difficile da mettere in piedi o da far durare nel tempo, ma sia soprattutto, in un certo senso, controculturale.

Emanuele Atturo: Faccio qualche nome restando in Italia, considerando che dieci anni fa eravamo proprio agli sgoccioli dell’ultima epoca con una residua fiducia sul potere dei giornali – del resto prima ero troppo giovane. Su Lacrime di Borghetti potevi trovare cose veramente sopra le righe, che hanno formato una parte del mio gusto di scrittura. In particolare la rubrica “Tutto il resto è noia” curata da Nesat, con i recap sul campionato albanese o lituano. Ricordo anche il periodo più brillante di Nazione Indiana, che aveva un grande potere nell’immaginario di chi studiava lettere all’università. Poi ovviamente Prismo, IL del Sole 24 ore e anche il Domenicale dello stesso giornale, tutte le riviste create da Timothy Small (oltre a UU). Leggevo anche la rubrica di Daniele su VICE, “Stili di Gioco”, e, in generale, VICE aveva sempre i suoi tic, ma era fresco. In quel momento c’era forse più l’idea di far parte di una rete di scrittori e attivisti culturali che ora invece esistono solo su twitter. O almeno così sembrava da fuori, io non ne facevo parte.

Avete attraversato diverse fasi, oggi siete per la prima volta indipendenti. Quali modelli avete studiato e sono stati di ispirazione? Com'è stato fare questo salto?

EA: Quando l’Ultimo Uomo ha cambiato proprietà per la prima volta, nel 2018, era impensabile provare a sopravvivere in Italia attraverso un sistema di abbonamenti, cioè chiedendo soldi per dei contenuti di giornalismo digitale. Sono passati quattro anni che però corrispondono a diverse ere geologiche nell’industria editoriale. Abbiamo guardato soprattutto all’estero, dove da un paio d’anni è nata una rivista interamente a pagamento come The Athletic, ma anche in Italia, dove apprezziamo particolarmente il progetto de Il Post. Ci piace la loro idea di mantenere un sito interamente gratuito, chiedendo però un sostegno dei lettori, da ricompensare poi con alcuni contenuti che restano chiusi. Rispetto a un modello classico di abbonamenti può apparire come una differenza sottile, persino ipocrita, ma non lo è. Crediamo che il giornalismo di qualità, sul digitale, debba restare gratuito, ma per sostenerlo è anche giusto chiedere un aiuto ai lettori che possono permetterselo e che pensano che il nostro lavoro sia importante. A noi ha aiutato anche l’esperienza accumulata con la piattaforma Patreon, di cui ci siamo serviti per il podcast La Riserva e che ci ha dato fiducia sul fatto che avessimo costruito una comunità abbastanza forte per provare a fare questo ulteriore passo.

DM: Vorrei aggiungere che al di là dei modelli e di quella che qualcuno chiama “visione strategica”, noi ci muoviamo anche da una semplice constatazione che viene dalla nostra esperienza, e cioè che i veri clienti delle riviste dovrebbero essere i lettori e non i brand o le concessionarie pubblicitarie. Magari per qualcuno funziona, ma noi ci siamo trovati di fronte una scelta: continuiamo a fare il nostro lavoro redazionale o indirizziamo risorse, tempo e soldi per andare in giro a vendere pubblicità? Ammesso che poi l’avremmo trovata: non facciamo trenta pezzi al giorno, non facciamo video: insomma siamo un po’ fuori dalle cose su cui oggi il marketing preferisce investire. Siamo stati fortunati ad avere il sostegno di finanziatori privati, ma a un certo punto, dopo dieci anni, ci sembrava il momento di girare le carte e vedere che succedeva se avessimo deciso di seguire le nostre idee.

Vi siete spesi molto per spiegare la transizione e far capire cosa stava succedendo. Quale è stata fin qui la risposta?

EA: Per ora siamo contenti di come sta andando. La risposta è stata buona a livello quantitativo, ma soprattutto abbiamo ricevuto diversi messaggi di stima e affetto che ci hanno dato grande energia. Per la prima volta abbiamo davvero l’impressione che stiamo costruendo qualcosa insieme alla comunità di lettori che ci sostiene. Lavoriamo ogni giorno per essere all’altezza della stima che hanno nei nostri confronti e della fiducia che ci stanno accordando. Vogliamo migliorare insieme.

DM: Ottima! Chi ci conosceva ha capito benissimo la situazione, anche senza magari arrivare al dettaglio preciso o anche con quella confusione che su internet mi pare inevitabile. Molti non avevano neanche capito che fino al 1 ottobre 2022 Sky era la proprietaria di Ultimo Uomo, pensavano fosse una specie di partnership tipo quelle che fanno altri media, e Sky a suo tempo ci aveva rilevato da altri proprietari. Quando abbiamo scelto di riprendere UU non è successo dall’oggi al domani, né è stata una discussione durata cinque minuti… Chi ci segue si è fidato dal primo istante, anzi, mi pare ci sia stato entusiasmo, nel senso che i lettori come noi hanno preso la cosa come un “facciamolo insieme”. Noi ci crediamo davvero e secondo me è importantissimo questo. Detto questo, sappiamo anche che in Italia non c’è ancora l’abitudine a pagare per leggere online – non ancora almeno, ma è solo una questione di tempo. Perciò la risposta che c’è stata in meno di due mesi, anche attraverso messaggi privati pieni di affetto, per me è già stata una grande successo. Dice molto del valore reale del nostro lavoro.

Vivete la situazione dell'editoria e del giornalismo sportivo-culturale dall'interno. Come la spieghereste a chi non fa parte di questo mondo?

EA: È un caos pieno di idee e privo di soldi. I grandi giornali non sono stati realmente in grado di fare la loro transizione verso il digitale senza perdere per strada idee e qualità. Da quel momento si è scoperchiato un vaso di pandora dove chi voleva scrivere di sport o cultura ha trovato molto spazio sui social network, ma poche redazioni in grado di pagare per i contenuti. Si è creato un sistema di sfruttamento su vari livelli: giornali che pagano pochissimo il lavoro, social network che non pagano niente – tranne chi fa l’influencer e lavora coi brand ovviamente, ma non li considero. Oggi, anzi, da qualche anno a questa parte, le voci più interessanti si trovano sui social: schiere di giovani giornalisti che producono contenuti gratuiti per Twitter, Instagram, Twitch o Facebook. Magari usano questi canali sognando, un giorno, di arrivare a un lavoro retribuito: magari restando sui social e monetizzando direttamente lì, ma senza mai arrivare all’editoria vera e propria. È molto difficile trovare un compromesso tra queste dimensioni – social e lavoro vero, ma anche tra una voce realmente autoriale e una da semplice influencer. Veramente una fatica. Mi sembra che siamo tornati molto vicini alla situazione descritta da Luciano Bianciardi ne “Il lavoro culturale”, quando questa industria veniva raccontata in modo molto simile a un lavoro a cottimo in fabbrica per un padrone smaterializzato, di cui non riusciamo nemmeno a intuire il profilo. Si dicono ancora cose tipo “la penna pesa meno della zappa”, “scrivere è sempre meglio che lavorare”, ma oggi siamo molto lontani da quella realtà. Almeno per chi prova a rendere la scrittura un lavoro. Il risultato, mi pare, è che i ragazzi e le ragazze più brillanti che cominciano a scrivere di calcio, per esempio, poi mirino a lavorare non per i giornali ma per i club, in veste di comunicatori, di analisti, di scout, etc. Un po’ mi rattrista, ma è anche sano.

Cosa bisognerebbe fare oggi per rendere un progetto editoriale economicamente sostenibile e accessibile a tutti?

DM: Ogni progetto fa storia a sé. Noi abbiamo la fortuna di esserci fatti conoscere per dieci anni e di avere molti autori davvero bravi, che in un contesto più ricco economicamente o virtuoso sul piano delle idee i giornali “veri” forse ci avrebbero già strappato. Noi abbiamo numeri grandi – anche se non al livello di chi aggrega magari quindici siti o pubblica sessanta notizie al giorno – e costi relativamente bassi, e comunque il nostro rimane un tentativo rischioso in questo contesto economico e culturale.

EA: L’Ultimo Uomo sta provando ora a rendersi sostenibile, magari torniamo con una risposta tra un po’ di tempo.

Parlando strettamente di scrittura. Quali sono i pezzi che oggi “funzionano” meglio? Quali quelli che vi divertite di più a scrivere?

DM: Be’ questo dipende da ogni singolo redattore e autore. Io ad esempio mi diverto molto a scrivere pezzi di commento a video assurdi, perché la scrittura gioca un ruolo importante. Però i pezzi che mi piace di più leggere sono di altro tipo, fermo restando che il primo piacere per me è leggere un pezzo scritto “bene”, con delle intuizioni sul piano delle idee e della scrittura che possano farne una finestra da cui guardare un tema o un personaggio da un punto di vista nuovo. Poi con autori che conosco da tempo so già cosa aspettarmi e ognuno di loro ormai ha una voce molto chiara e distinta nella mia testa. Su cosa “funziona” dipende, anche perché per me non funziona solo quello che fa molti clic, il discorso è sempre soggettivo.

EA: La cosa che preferisco del mio lavoro è avere idee da dare agli altri, perché ci siamo accorti col tempo che possiamo avere anche idee estreme, pazze, originali, anche sul mero piano della stupidità, e i lettori ci premiano. Non intendo dire che facciamo pezzi stupidi, ma che a volte partiamo da idee “stupide” a un primo sguardo che però nascondono risvolti più interessanti a un secondo. Quelli sono i pezzi che funzionano di più secondo me, quelli che puoi trovare solo da noi e che partono da idee controintuitive o da uno sguardo nuovo sull’attualità sportiva. Mi sembra che diverse cose che succedono nello sport non sono realmente coperte dai media: mi piace trovarle o trovare angoli nuovi per quelle già coperte. Personalmente mi diverto a scrivere i pezzi miscellanea, come quello sull’Europa League che faccio con Marco D’Ottavi, in cui in pochissimo tempo sei costretto ad avere diverse idee forti e originali (e spesso sceme) su cose di interesse minore. Quando scrivo mi piace sempre cavare l’interessante da cose che non sembrano proprio esserlo. In generale preferisco più pensare i pezzi che scriverli.

Pensate che ci stiamo avvicinando alla fine dello storytelling come approccio alla scrittura? C'è una saturazione di racconti che finiscono per diventare esagerati e rendere tutto incredibile?

DM: Ma lo storytelling cos’è di preciso? Io mica l’ho capito. Nel dubbio continuo a pensare che una stessa storia possa essere raccontata in modi molto diversi, più o meno bene.

Qual è la vostra relazione con i podcast? Come arricchiscono la narrazione sportiva, cosa pensate apportino rispetto alla “sola” scrittura?

DM: Abbiamo iniziare a fare podcast per avere un rapporto più intimo e diretto con il nostro pubblico. La scrittura è sempre asimmettrica, le parole hanno un peso diverso sulla carta o sullo schermo e finisci inevitabilmente per avere una certa autorevolezza che crea distanza. I podcast ti entrano nelle orecchie, la tua voce, anche solo per il timbro che la distingue da qualsiasi altra, crea un rapporto più personale. A noi mancava approcciare lo sport anche in questo modo, che per forza di cose diventa più leggero.

EA: Mi piacciono i podcast ma faccio fatica sia a registrarli che ad ascoltarli. Però sono d’accordo con Daniele che il rapporto che crei è impagabile.

Com'è cambiata Roma da quando esiste UU? E secondo voi, come sarebbe potuta cambiare se il progetto dello stadio di Pallotta si fosse realizzato veramente? È una domanda che potete prendere molto seriamente, molto ironico-distopicamente, o entrambe le cose.

EA: Dopo una settimana dall’inaugurazione dello Stadio di Tor di Valle c’è un’esondazione del Fosso di Vallerano, sottovalutata durante tutti i lavori, che sommerge prima lo stadio, poi Tor di Valle, poi la città intera. Roma come Atlantide, creata da Enea e distrutta da Pallotta e dalla ossessione dei suoi cittadini per il calcio. A sopravvivere solo i tifosi della Lazio, saliti a bordo di un’Arca fabbricata da Lotito, che ricostruiranno il proprio culto lontano da Roma in memoria della città imperiale. Scusa, scherzo.

UU è sempre stato capace di intrecciare sport e cultura in modo organico, trasversale. Quali sono gli artisti, scrittori, musicisti romani che oggi trovate più eccitanti? Per metterla ancora più sul pratico: di chi vi piacerebbe scrivere approfonditamente?

DM: Io continuo a scoprire nuove fisse e passioni ogni settimana, sinceramente spero di non finire mai di eccitarmi per cose di cui fino a poco prima non so niente. Roma è una città grande e piena di buchi, oltre che di buche, in cui è difficile fare rapporti anche con chi stimi. Personalmente mi considero fortunato ad avere un amico come Valerio Del Prete (aka Delphi) con cui parlare di musica (e Roma). C’è un pittore che fa astratto-geometrico, di qualche generazione precedente alla mia, che si chiama Gualtiero Savelli e vive nel quartiere dove sono cresciuto io, a Montesacro, lo conosco da vent’anni e quando posso vado a trovarlo. Al Pigneto dove abbiamo la redazione c’è Madro – scultore che mette anche opere in spazi pubblici – che non conosco personalmente ma di cui vedo le cose nel suo giardino-studio quando ci passo davanti o nelle aperture che fa. Sono un fan ai limiti dello stalker, nel senso che gli ho scritto e ogni tanto vado a trovare anche lui in studio, di Raniero Berardinelli, artista visivo che per me fa cose molto fiche e divertenti. Abbiamo la fortuna di avere come vicini 42 Records, ogni tanto entro da loro mentre lavorano e spulcio tra i vinili nuovi, anche se mi sa che non si dovrebbe fare; quando vado a fare terapia a Testaccio magari vado anche a rompere le palle a Valerio Mattioli che lavora da Not, dove c’è anche una casa editrice di libri fotografici, Union Editions, che fa cassette di musica elettronica, ambient (non lo so, le categorie non mi interessano) con cui sto in fissa totale. Ma anche la cooperativa dove faccio terapia è uno stimolo gigantesco per me che si lega a una storia molto romana (sarebbe lungo da spiegare). In generale mi piace girare per Roma, o stare fermo nel traffico, sapendo quanti creativi e quante storie ci sono dentro. Un giorno sono andato a Trastevere a sentire Christian Raimo e Nicola Lagioia che parlavano di Cortazar, in una cosa organizzata in una pizzeria con un amplificatore di quelli per le giostre, col riverbero, e a un certo punto la cosa è partita così in caciara che mentre Nicola leggeva Cortazar, e un personaggio di Cortazar dava un pugno a un altro personaggio, Nicola ha dato un pugno sul braccio a Christian che gli stava facendo una foto e gli è volato il cellulare. Ecco, tornando a casa ero proprio felice che in una città che casca letteralmente a pezzi e le cose belle si confondono coi rifiuti, succedano questo tipo di cose che sbavano i confini tra arte e vita.

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DM: Spero sempre che Zaniolo diventi il più forte giocatore al mondo. Spero.

EA: Certo, anche per me Zaniolo, perché è una cosa nostra, un nostro figlio. Non so come spiegarlo ma i romanisti hanno capito. È un tesoro da proteggere a tutti i costi, finché rimarrà con noi, spero per sempre. Poi certo, non mi andrei a mangiare una pizza con lui, magari più con Abraham.

Come procede con il calciotto?

DM: Continuiamo a giocare ogni settimana, anche se piove, anche il 15 agosto abbiamo giocato. Quindi bene.

EA: Sì, sono un paio d’anni che riusciamo a non fermarci nemmeno nella settimana di Ferragosto. Prima dovevamo ridimensionarci nel calcetto, ultimamente pure il 16 o il 17 agosto troviamo sedici persone per giocare, che sono tutti amici. Quindi sì, benissimo.