Riccardo Cigolotti & Enrico Bettinello

Un festival fuori dai circuiti commerciali, che fa dialogare diverse forme espressive contemporanee - la musica (jazz ed elettronica) e le arti visive (fotografia e video): dal 25 maggio all'11 giugno NovaraJazz torna con la sua 14esima edizione. Ne parliamo con uno dei suoi due fondatori e con il responsabile delle produzioni e relazioni europee.

Foto di Mathieu Brissaud

Attività

Direttore artistico, Giornalista

Scritto da La Redazione il 20 marzo 2017
Aggiornato il 27 settembre 2017

La quattordicesima edizione, le residenze artistiche, le produzioni multidisciplinari, i concerti nel parco, sul fiume, in cima alla Cupola di San Gaudenzio. NovaraJazz è diventato un riferimento nel panorama dei festival di improvvisazione in Europa, con programmi sempre innovativi e un gusto per la musica molto vasto. Si, questo non è il solito jazz. Ne parliamo con il fondatore Riccardo Cigolotti (che guida il festival insieme al nostro Corrado Beldì) e al responsabile delle produzioni e delle relazioni europee Enrico Bettinello.

ZERO: Come nasce NovaraJazz?
RICCARDO CIGOLOTTI: NovaraJazz è nato da una rissa! Nel 2004 con l’amico Achille Silipo ho organizzato una prima edizione del festival, in una versione ancora acerba ma già con qualche seme delle idee che avremmo sviluppato in seguito. Invitammo Butch Morris per una residenza con gli studenti del Conservatorio Cantelli che si concluse con una Conduction. In quei giorni partecipai a una serata di appassionati di jazz della città, che si trovavano ad ascoltare dischi insieme. Quella sera invitarono Corrado Beldì a parlare di Uri Caine; essendo il pubblico molto tradizionalista, iniziai una burrascosa discussione sull’inappropriatezza di chiamare quel “rumore” jazz. Io ne rimasi molto divertito e mi andai a presentare a Corrado.

Quanto hai sentito parlare di NovaraJazz per la prima volta?
ENRICO BETTINELLO: Onestamente faccio fatica a ricordare il momento esatto in cui ho sentito parlare per la prima volta di NovaraJazz, ho più come l’impressione che sia un festival che si è fatto pian piano largo nel panorama nazionale, grazie a un lavoro serio e costante. La prima volta che sono venuto a Novara come critico penso sia stato l’anno di Michael Nyman ed Evan Parker, ricordo di essere rimasto subito colpito dalla felicissima relazione con il territorio, oltre che dall’energia di tutto lo staff.

(da sinistra) Corrado  Beldì, Enrico Bettinello e Massimo Iudicone
(da sinistra) Corrado Beldì, Enrico Bettinello e Massimo Iudicone

 

Cosa rappresenta NovaraJazz nel panorama nazionale?
E.B.: Credo rappresenti uno degli esempi più felici di festival che lavora con criteri qualitativi e strategici europei. In Italia abbiamo talvolta festival con scelte artistiche interessantissime e coraggiose, ma magari meno strutturati dal punto di vista organizzativo e del rapporto con il territorio o, più frequentemente, festival ben strutturati che però dimostrano scarso coraggio dal punto di vista della programmazione. Novara è riuscita a guardare all’Europa, a modalità di programmazione che innescano una relazione virtuosa con le comunità di ascoltatori cui fanno riferimento e che, al tempo stesso, non smette di tenere un livello artistico caratterizzato da originalità e un briciolo di visionarietà. Stretta tra due città dalla forte personalità come Torino e Milano, Novara si è, non troppo paradossalmente, ritagliata una posizione laterale e obliqua che è la più stimolante quando si tratta di guardare con prospettiva originale all’innovazione culturale.

Perché insistere su una città come Novara?
R.C.: Siamo novaresi e legati al nostro territorio, abbiamo sempre sperato che ci fossero delle manifestazioni di rilievo in città e ci abbiamo provato. Novara ha delle potenzialità logistiche incredibili che vengono poco considerate, è tra Milano e Torino, ma è anche a un’ora dalla Svizzera, a 25 minuti da Malpensa e a poco più di un’ora da Genova. Pensiamo che – vista la bellezza del territorio – con una proposta interessante si possa convogliare un pubblico davvero ampio.

NovaraJazz (foto di Emanuele Meschini)
NovaraJazz (foto di Emanuele Meschini)

 

Come si lega la costruzione del festival alla tua biografia personale?
R.C.: Siamo arrivati alla 14esima edizione, quindi il festival è di fatto un pezzo significativo della mia vita, ne è stata una costante che ho sempre cercato di tenere in equilibrio con il lavoro e gli affetti. È come un altro figlio, e spesso mi sono chiesto se non potesse diventare anche il mio lavoro, invece di dovere ritagliare notti e giorni di ferie per poterlo seguire. Ma organizzare in Italia un festival di musica di ricerca non è sicuramente un’opzione valida per mantenere una famiglia!

Mi racconti il tuo concerto indimenticabile di NJ?
R.C.: Sono così tanti ormai, e ognuno ha una sua storia, che diventa difficile sceglierne uno, ne cito tre: Paolo Fresu con Eivind Aarset e Dhafer Youssef, perchè è stato il primo in assoluto a essere organizzato e l’emozione di trovarsi una platea gremita, nonostante la comunicazione casalinga, fu incredibile; Mulatu Astatke, che da noi fece il suo primo concerto in Italia dopo quasi quarant’anni. E poi Louis Moholo con Stan Tracey, straordinario duo.
E.B.: Credo che la pazza liaison tra Michael Nyman ed Evan Parker, voluta da Corrado Beldì, sia stata un momento che difficilmente si dimentica. Però voglio ricordare anche la Fire! Orchestra di Mats Gustafsson, simbolo di coraggio di programmazione sia perché è un’esperienza sonora molto intensa, sia perché porta sul palco un numero di musicisti davvero consistente. La serata al Broletto è stata davvero speciale.

Mi racconti un aneddoto legato alla storia del festival?
E.B.: Mi piace ricordare una visita informale a Casa Bossi fatta con il sassofonista Gianni Gebbia e trasformatasi in una magica session di improvvisazione site specific. Novara è così, apparentemente placida ma capace di piccole e grandi magie dietro ogni angolo. 

Avete lavorato molto sul territorio, cosa ne pensi?
E.B.: Credo che finalmente, dopo tanti anni, NJ sia davvero radicato, la gente aspetta fine maggio e vive la nostra invasione di suoni come una consuetudine di inizio estate. Con gli eventi collaterali è bellissimo, anche per noi, scoprire e far conoscere angoli storici o naturalistici che magari si frequentano poco. I piccoli comuni spesso rispondono con grande entusiasmo alle nostre proposte, ed è un ottimo mezzo per la valorizzazione del territorio.

Ti sei occupato delle ultime due residenze: ci racconti questa esperienza?
E.B.: Mi sono occupato per anni di residenze creative nell’ambito delle performing arts e della musica, quando dirigevo il Teatro Fondamenta Nuove di Venezia. E devo ringraziare Corrado Beldì e Riccardo Cigolotti per avermi coinvolto nella curatela di questo ambito progettuale, che è molto importante per il festival e per tutto il sistema. L’anno scorso abbiamo coinvolto sei musicisti italiani in un gruppo diretto dal cornettista Rob Mazurek, un’esperienza musicale e umana intensissima (in residenza si sta insieme 24 ore al giorno e si condividono pranzi, cene, risate, incomprensioni, stanchezze…) che ha portato a due bellissimi concerti a Bologna – grazie alla collaborazione di Angelica – e a NovaraJazz. Quest’anno sarà invece la volta degli Hobby Horse, una delle formazioni più esplosive e seguite del giovane jazz italiano (oltre a Stefano Tamborrino due musicisti, Dan Kinzelman e Joe Rehmer, sono americani, ma ormai stanno da anni in Italia), che abbiamo deciso di espandere a sestetto coinvolgendo talenti promettentissimi come Filippo Vignato e Glauco Benedetti, e un chitarrista ancora sottovalutato come Gabrio Baldacci. Il concerto al termine della residenza è venerdì 26 maggio alla Cascina Bullona di Magenta, c’è grande attesa per questo. Tornando alla pratica della residenza, credo sia importantissima per i musicisti, perché spinge a un confronto reciproco che a volte i tempi e le economie del jazz non consentono, e poi perché offre agli artisti la possibilità di feedback e sguardi/ascolti esterni che aiutano nella definizione del percorso.

Corrado Beldì e Riccardo Cigolotti
Corrado Beldì e Riccardo Cigolotti

 

Come si legano queste residenze al tuo ruolo di curatore?
E.B.: Sono un momento centrale. Di pratica e di pensiero. Troppo spesso si crede che il ruolo di chi progetta sia semplicemente quello di “scegliere” dei concerti belli. È una concezione riduttiva e provinciale (anche mia nonna può chiamare Keith Jarrett, se ha i soldi per permetterselo), che tra l’altro non fa crescere il settore. Invece è qualcosa di più articolato e anche difficile. Da quando non dirigo più il Teatro Fondamenta Nuove di Venezia, il mio lavoro si è concentrato in modo prevalente sul rapporto tra musica e spazi non convenzionali (come accade nei progetti che svolgo in collaborazione con musei prestigiosi come Palazzo Grassi, o in rassegne come “New Echoes” – dedicata alla musica svizzera – o “Il salotto improvvisato” all’Hotel Londra di Venezia) e sulla multidisciplinarietà. Avendo la fortuna (o sfortuna, vedete voi) di muovermi professionalmente sia nell’ambito della critica e dello studio che in quello della progettazione e curatela, tengo molto a costruire un dialogo tra i vari elementi del nostro ambiente, un dialogo che mi sembra vitale per evitare che ciascuno (musicisti, promoter, critici, istituzioni) si muova un po’ provincialmente sempre nel proprio orticello. Anche perché si tratta spesso di orticelli scarsamente rigogliosi, quindi non ne vale nemmeno la pena.

Cosa non perdere di NovaraJazz 2017?
E.B.: Oltre al lavoro dei Ghost Horse, in cui credo molto, penso che sia il duo tra Rava e Moholo, sia il quartetto di Moholo con Alexander Hawkins, Gianluca Petrella e Giovanni Guidi siano due momenti imperdibili. Ma voglio citare anche Binker & Moses, per la prima volta in Italia, duo inglese sax e batteria tra le cose più coinvolgenti che siano uscite negli ultimi anni… Non a caso piace moltissimo anche a un pubblico giovane. Vorrei poi sottolineare l’attenzione ai giovani talenti: in cartellone ci sono Vignato, Kinzelman, Graziano, Mitelli, Guidi e molti altri; chi viene al festival ascolta davvero “the shape of jazz to come”.
R.C.: Per motivi di lavoro io in realtà lo perdo tutto il festival quest’anno, ma farei carte false per poter essere al concerto di Idris Ackamoor & The Pyramids e a quello dell’insolita coppia Rava/Moholo.

Ti sei occupato di produzioni musica-danza: ci racconti questa esperienza?
E.B.: È un progetto che sta dando delle soddisfazioni inimmaginabili. Occupandomi di performing arts da molti anni, non potevo non notare quanto poco si sia lavorato in Italia nella direzione di mettere davvero insieme (e quando dico davvero intendo non occasionalmente o non in un’ottica di strumentalità dell’una rispetto all’altra arte) i coreografi e i danzatori con gli improvvisatori. Ovviamente ci sono molti esempi (alcuni felicissimi) di un lavoro in questa direzione, ma credo davvero che per i giovani musicisti sia un’esperienza di grande importanza: oggi abbiamo tantissimi musicisti preparatissimi dal punto di vista musicale, ma senza alcuna esperienza legata alla pratica del corpo in scena, cosa che in realtà mi sembra essenziale. D’altra parte a molti coreografi e coreografe manca a volte l’opportunità di relazionarsi con la musica in modo vivo e condiviso. Il duo tra Daniele Ninarello e Dan Kinzelman che abbiamo coprodotto l’anno scorso, “Kudoku”, sta ottenendo un incredibile successo, anche a livello europeo. E anche il nuovo lavoro che abbiamo intrapreso con il Balletto di Roma, “Borders”, che ha debuttato poche settimane fa a Firenze a FabbricaEuropa, ha dato indicazioni emozionanti. In questo nuovo lavoro ho coinvolto il chitarrista Francesco Diodati e il batterista Ermanno Baron insieme alla coreografa e danzatrice Roberta Racis. Mi sa che se ne parlerà parecchio…

Che progetto vorresti realizzare a NovaraJazz?
E.B.: Idee ne ho molte, ma devo dire che già Corrado e Riccardo sono una fucina di spunti, alcuni pazzi e visionari, come è giusto che sia. Non temo quindi che manchino stimoli in questo senso. Vorremmo lavorare di più – e ci stiamo anche già muovendo in questa direzione – per stringere delle progettualità europee che consentano una maggiore circolazione degli artisti (ma anche degli operatori). Ci sono musicisti e musiciste di altre nazioni che sono interessantissimi e che a volte non è facile promuovere qui, così come accade esattamente il contrario per i jazzisti italiani all’estero. Lavorando in sinergia con le migliori realtà continentali penso si riuscirà a rendere più semplice e più interessante questo processo.

Che cosa sogni di portare a NovaraJazz nei prossimi anni?
R.C.: Con Corrado escono così tante idee che abbiamo ormai accumulato una riserva da cui attingere ancora per molto tempo. Mi piacerebbe molto presentare alcuni musicisti della 22A, etichetta londinese che sta facendo dischi molto interessanti tra jazz ed elettronica; gli Young Mothers spero li potremo invitare presto. Più in prospettiva, sogno di poter costruire una collaborazione con Gilles Peterson: pur promuovendo musiche a volte lontane da NJ, ritengo sia un organizzatore e produttore preparatissimo e molto capace di coinvolgere il pubblico. Ha organizzato cose stupende in questi anni, come il tributo alla Strata East invitando tutti gli artisti ancora attivi di quella strepitosa etichetta. Proprio pochi giorni fa, nella sua trasmissione radio, ha tributato con un amico storico di NJ Francis Gooding, Phil Cohran.

 
Come vedi il festival tra 10 anni?
E.B.: Lo vedo saldamente inserito tra i più stimolanti festival europei. In questi anni stiamo lavorando molto anche all’interno di Europe Jazz Network, per stabilire rapporti e condizioni di collaborazione con le realtà che sentiamo più vicine e che ci spingono a migliorare, a ridefinire in modo sempre più efficace il rapporto tra la qualità dei progetti e il coinvolgimento di un nuovo pubblico. È una cosa di cui tutto il nostro sistema jazz ha gran bisogno e credo che Novara abbia in questi anni posto le giuste basi per avere un ruolo importante, insieme ad altri festival e a I-Jazz, nel ristabilire una presenza forte del nostro jazz in Europa. Che è di primaria rilevanza, ma ancora poco sostenuto.
R.C.: Più maturo, con un pubblico internazionale, ma soprattutto con la voglia ancora di nuove idee e collaborazioni .
 
Che cosa vedi nel futuro del festival?
R.C.: Vedo la volontà di raggiungere un pubblico maggiore, di puntare a un pubblico anche dall’estero. Quest’anno ci saranno dei giornalisti internazionali e l’inserimento del nostro festival in EJN grazie al lavoro di Enrico, dovrebbe portare una maturità ulteriore.