Rhò

Un nuovo album, Neon Desert, uscito da pochi giorni. Il primo live di presentazione in programma il prossimo 23 marzo all'interno di Manifesto. Abbiamo intervistato Rhò.

Foto di Corrado Murlo

Data di nascita

15 febbraio 1982 (37 anni)

Luogo di nascita

Benevento

Luogo di residenza

Roma

Attività

Musicista

Scritto da Nicola Gerundino il 9 marzo 2018
Aggiornato il 13 marzo 2018

Passare da un disco autoprodotto in casa al relazionarsi con Ridley Scott nel giro di pochi mesi: nella vita può succedere anche questo e Rhò è lì a testimoniarlo. Sono passati poco più di cinque anni dal primo album e, dopo un percorso parallelo lungo binari musicali e cinematografici, è arrivato il momento per un nuovo lavoro, Neon Desert, uscito il due febbraio per Gibilterra e distribuito da Believe. Rhò lo presenterà live per la prima volta proprio in occasione di Manifesto (23 e 24 marzo, Monk Club), accompagnato da Stefano Milella alle ritmiche e dai visual firmati Mutech. Questa la nostra intervista, sullo sfondo Roma e una passione smisurata per i concerti.

ZERO: Visto che siamo in vista di un concerto di presentazione, partiamo da qualche live che ti ha segnato: ricordi il primo in assoluto a cui sei andato?
RHÒ: Credo qualcosa tipo i Pooh. Ho sempre invidiato chi racconta di padri con gusti alternativi. Mio padre cantava canzoni di Adamo e si vestiva come Celentano… Se dovessi pensare al primo concerto con biglietto in mano, allora mi tocca ricordare uno dei Dream Theater al Palaghiaccio di Marino.

Quello che ti ha fatto dire: «Sai che non sarebbe per niente male salire su un palco e suonare?».
Madonna a Torino, nel 1987. Avevo solo 5 anni e avevo già capito che dopo di lei l’hype sarebbe stato un concetto totalmente relativo.

I concerti per te indelebili visti fin ora?
I due di Sufjan Stevens: The Age Of Adz, universale. Carrie and Lowel, viscerale. Shout Out Louds all’YpsigRock 2013, sotto un temporale: glorioso! Max Richter e l’orchestra sinfonica della Toscana per Le Quattro stagioni e Infra, eterno. James Blake al Sónar 2016: ho ancora i lividi per come suonava.

Gli Shout Out Louds all'Ypsig 2013. Foto di Daniele Mancino.
Gli Shout Out Louds all’Ypsig 2013. Foto di Daniele Mancino.

Quello più bello visto nell’ultimo anno?
Credo sia stato quello dei Soulwax. Inebriante e massiccio.

Sei stato – o magari lo sei tuttora – un tipo da trasferta per i live? Escludendo i festival, soprattutto quelli estivi, il tuo pane quotidiano live lo hai avuto da Roma o, di volta in volta, da altre città?
I miei primi stipendi li ho consumati acquistando biglietti per aerei o treni, programmando trasferte anche solo per un concerto. A volte senza pernottamento, altrimenti costava troppo.

Roma quanto ha contribuito a formati musicalmente? Ci sono stati club o serate in cui ti sei fatto le ossa?
Tantissimo. Vivo qui dai tempi dell’università, quando la facoltà di Scienze della Comunicazione era ancora quella specialità di Giochi senza frontiere che prevedeva una gincana fra i cinema di quartiere Pinciano. Ricordo eventi fighissimi, tipo Enzimi e Dissonanze. Entrambi hanno inaugurato una fase di bulimia di concerti che poi soddisfacevo andando al Circolo degli Artisti e al Fanfulla.

Come trovi la scena live di Roma adesso e come la giudichi rispetto ad allora?
La trovo frammentata, il che può essere letto anche come una cosa buona. Nel senso, sono convinto che ora ci siano più contenitori sparsi per la città. In quanto all’eterogeneità dei cartelloni, noto un rinnovamento in atto da qualche mese a questa parte grazie proprio ad alcuni di questi posti – La Fine, ad esempio.

Il tuo primo live, invece? Ti ricordi quando e dove è stato?
Il primissimo come Rhò lo ricordo bene. È stato al primo Coffee Pot, quello in via della Lega Lombarda.

Sensazioni appena sceso dal palco?
Pensieri e menate circa l’aspetto tecnico e il “com’era il suono fuori”. Un evergreen, insomma.

Il primo brano che hai scritto?
Pillow.

L’ultimo?
Rooms.

Puoi raccontare il tuo primo album? Come e quando è nato?
Il mio primo album doveva essere un esperimento. Nel 2012 ho provato a seguire una tendenza che mi piaceva: fare i dischi in casa. Sono partito da un concetto di produzione lo-fi per riuscire a realizzare un disco che avesse aspirazioni maggiori rispetto a una semplice collezione di canzoni. Credo sia stato il carattere internazionale, ma al tempo stesso intimo, di Kyrie Eleison (questo il nome del disco) ad alimentare la curiosità di chi poi lo ha supportato, anche se all’inizio non aveva un’etichetta o un ufficio stampa. È stato un esperimento andato a buon fine, che mi ha fatto pensare che valeva la pena continuare a autoprodurmi senza rincorrere il mito della discografica che all’improvviso investe su una tua idea.

Dopo la pubblicazione dell’album c’è stato qualcuno o qualcosa che ti ha fatto capire che stavi andando nella direzione giusta?
Il riscontro più stimolante c’è stato quando i promoter dei locali hanno iniziato a contattarmi direttamente per le loro rassegne. Una delle cose di cui vado più fiero è proprio il rapporto di amicizia che è nato con molti di loro.

Sicuramente una parte importante del tuo lavoro musicale è legata al cinema. Lavorare in questo settore quanto ha influenzato la tua musica, soprattutto nel modo di scriverla, di concepirla?
Il cinema ha un elemento che da sempre mi affascina, quello della spazialità. Il cinema, come la musica, riesce a riprodurre un’idea di realtà alternativa, proiettando lo spettatore altrove. La mia musica trova la sua fonte di ispirazione maggiore nelle immagini, per questo motivo cerco sempre di mettere in comunicazione questi due mondi, per trovare nuovi stimoli.

Ti chiedo un tuo breve racconto delle esperienze cinematografiche più importanti. Iniziamo con Killing Kennedy.
Avevo appena fatto un disco nella mia camera da letto e scopro che un gruppo di persone lo stava prendendo in considerazione per un lancio di un film di Ridley Scott. Era Ferragosto e, nonostante ciò, ho lavorato per 3 giorni senza sosta con l’obiettivo di produrre una canzone all’altezza della situazione. E poi a Ferragosto si sta così bene a Roma…

Il padre d’Italia
Riarrangiare There’s A Light That Never Goes Out per la colonna sonora è stata una sfida non semplice. Ma sapere che il provino cantato da me sia stato sottoposto per l’approvazione diretta degli Smiths, ricevendo il loro consenso, mi ha fatto provare una delle soddisfazioni più grandi della mia vita.

The Young Pope: A Tale of Filmmaking.
Questo è stato lo scenario, tu prova a immedesimarti: gli amanti di serie tv avrebbero visto 10 episodi di una serie con un budget musiche allucinante. Poi arriva l’undicesimo, quello speciale diretto da Fabio Mollo e con la mia consulenza musicale, e un budget alquanto diverso. Provaci tu a ottenere lo stesso risultato dell’intera serie senza prostituirti o farti ridere in faccia da tanti progetti musicali che vorresti coinvolgere… Io non ho avuto alternative e nonostante ciò l’episodio speciale voluto da Sorrentino ha una tracklist di tutto rispetto, in cui spicca – concedimelo – una scena in cui penso di aver fatto uno dei miei lavori migliori di sincronizzazione, con un brano dei Kid Wise.

Arriviamo a Neon Desert: che disco è? Se dovessi usare cinque parole per descriverlo quali sarebbero?
È un disco notturno.
È un disco “mangia e bevi”, lo usi come vuoi.
È un disco che suona.
È un disco che fa immaginare.
È un disco che sembra un disco d’esordio.

Come e quando è nato? C’è stato un evento “scatenante” da cui è arrivata l’ispirazione?
Più di un anno fa ho sentito che era giunto il momento di rompere una fase di ascetismo, in cui ho riflettuto abbastanza su cosa volessi fare. Dovevo fare un disco che mi rappresentasse nuovamente, tenendo conto dei cambiamenti. Mi sono chiesto chi potesse essere di supporto per un disco che doveva essere prodotto in un luogo diverso dalla mia camera da letto. Stefano Milella è il producer con cui ho scritto il disco fin dai provini e insieme abbiamo portato avanti tutta la produzione, fino al mastering con Jo Ferliga.

Hai un brano preferito dell’album?
Whatever è il mio preferito. E secondo me è anche il tuo (suono attufato di una cassa in 4 in sottofondo…).

Hai suonato tu tutti gli strumenti o ci sono stati altri musicisti che ti hanno aiutato nella registrazione?
Io ho suonato le chitarre, il flauto e il piano. Il resto degli arrangiamenti sono stati curati da Stefano Milella.

Il nome Neon Desert da dove arriva?
È un’immagine che nasce dall’unione di due parole: il neon permette di dire “buio e notte” senza dover dire “buio o notte”, il deserto è la dimensione ideale in cui vedere cose che non esistono, con o senza droghe.

E la copertina?
La copertina unisce un elemento fotografico che ritrae delle nuvole e un solido dal colore acido in totale contrapposizione con la leggerezza della foto in bianco e nero. Stavros Billionis, un grafico greco che vive a Londra, ha saputo unire sia l’aspetto intimo sia quello evasivo presenti nell’intero disco.
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C’è stato qualche ascolto che ti ha particolarmente influenzato nella scrittura dei brani dell’album?
Molti ascolti hanno avuto un effeto determinante. Dai Son Lux a Kishi Bashi, lo stesso James Blake o mondi più scuri come quello della nuova scena techno di Avalon Emerson.

Parlando un po’ più un generale, visto che so che di musica ne ascolti parecchia e ne vedi altrettanta dal vivo, c’è qualche artista che più ti ha colpito negli ultimi anni?. Qualcuno che ha saputo dire qualcosa di nuovo, che ha aggiunto un qualcosa di nuovo e significativo al tuo universo musicale?
Ora faccio la parte del secchione. Ti dico Nils Frahm: la maniera in cui ha elaborato l’approccio pianistico nella musica contemporanea ha dell’esemplare. Insieme a lui credo che tutti gli artisti della Bedroom Community rappresentino degli esempi di come la musica può ancora stupire senza dover ricorrere ai poteri magici.

Neon Desert lo presenterai dal vivo a Manifesto, che live sarà?
Sarà il primo live per queste nove canzoni e avrò il piacere di presentarlo con dei visual curati da Giuseppe Guariniello (aka Muthec). Facciamo che poi ti racconto come è stato?

Quanto del nuovo album ci sarà nel live?
Sarà un live dedicato quasi totalmente al nuovo album, anche nei visual.

Sarai da solo?
No, sarà la prima volta in cui salirò su un palco con Stefano Milella alle ritmiche. Io mi occuperò dei synth, delle chitarre e del flauto traverso (un grande ritorno).

Che artisti di Manifesto sei curioso di ascoltare quest’anno?
Alessandro Contini, su tutti. Sono anche felice di vedere lo spettacolo di Bruno Belissimo: sarà super divertente. E poi un viaggetto con Nosaj Thing vuoi che non me lo spari?

Ti capita spesso di suonare per festival? Preferisci suonare in un contesto del genere o avere una tua data singola?
I festival sono IL LUOGO ideale in cui suonare. Fosse per me farei solo ed esclusivamente festival. Però questa cosa non la posso dire in giro altrimenti gli stessi promoter di cui parlavo prima mi unfriendano su Facebook.

Ultimamente in che festival ti sei particolarmente divertito?
Ti dico che sto godendo della rinascita del Sònar. Credo sia uno dei festival migliori al Mondo in termini di offerta, qualità del suono e tipo di pubblico. Facciamo che se mai dovessi riuscire a suonarci ti metto in lista!