Tomaso Cimino

Lo sport come inclusione e identità sociale: con Nike e No League il coach spiega il progetto

Scritto da Emiliano Dal Toso il 14 luglio 2021
Aggiornato il 19 luglio 2021

L’obiettivo di Nike e della campagna Play New è quello di riappropriarsi della gioia dello sport. Riportare l’attività sportiva alla sua funzione primordiale di inclusione, a sostegno dei giovani atleti che sognano di affermarsi, e combattendo gli ostacoli che possono essere imposti dalle gabbie sociali. Per questo motivo, Nike prosegue da quattro anni una collaborazione con No League, un progetto promosso dagli operatori di alcuni centri di aggregazione giovanile, di alcune comunità per minori e associazioni della città di Milano, coordinato dall’Asd Sportinzona Melina Miele e da Uisp Milano.

«I ragazzi dei quartieri popolari nascono spesso con il pallone tra i piedi: lo sport è il mezzo che ti permette di entrare subito in una relazione forte».

Otto squadre di diverse zone di Milano: Gorla, via Padova, Dergano, Niguarda, Giambellino, Lambrate, Nolo, Pontelambro. Quattro discipline sportive: calcio a 5, calcio a 7, volley femminile, volley misto. Si chiamano “Europei di quartiere”, hanno coinvolto centinaia di ragazzi e ragazze, ma è soltanto l’ultimo dei tornei e dei campionati che fanno parte di No League, rivolto a giovani e adolescenti, all’insegna dei più importanti valori sportivi: partecipazione, condivisione, integrazione. Chiunque può partecipare: non conta il talento tecnico, ma il desiderio di vivere assieme lo sport. Tomaso Cimino è uno degli educatori e il presidente dell’associazione Asd Sportinzona, che promuove tornei e campionati capaci di costruire negli anni una vera e propria community tra moltissimi giovani delle periferie milanesi.

 

Che cosa significa essere il coach di un progetto inclusivo come No League, che unisce lo sport all'integrazione e all'educazione al rispetto? Qual è il tuo ruolo?

Ho cominciato a lavorare come educatore all’interno di una cooperativa sociale grazie a cui ho conosciuto il progetto No League Social Games, organizzato da Sportinzona, che sin dall’inizio si rivolgeva ai giovani. Entrare in questo progetto mi ha permesso di far convivere la mia anima sportiva con quella educativa. Ho potuto unire la mia preparazione tecnico-sportiva con la formazione sociale, frutto di diversi anni di studio. Ho subito sostenuto e promosso l’obiettivo di No League: dare l’opportunità a ragazzi che non possono oppure non riescono a iscriversi a un’associazione, di far parte di un gruppo, una comunità, che gli permetta di fare sport di qualità senza abbandonare mai la parte aggregativa, combattendo sempre ogni tipo di esclusione e discriminazione.

Come si strutturano i vostri tornei e i vostri campionati? Come sono organizzati e chi può partecipare?

La No League è rivolta ai ragazzi dagli 11 anni in su. I nostri tornei sono diventati metodologici, pur partendo come un piccolo evento di quartiere. All’interno dei nostri tornei si trovano educatori, tecnici, psicologi, che si parlano tra di loro e, a seconda del vissuto e delle situazioni dei singoli quartieri e dei ragazzi, propongono di dare una forma alla proposta. I tornei prevedono una parte rivolta ai più giovani, dagli 11 ai 16 anni, e una dedicata ai più grandi, che magari con gli anni trovano anche la possibilità di sperimentarsi come arbitri e allenatori, oltre a partecipare nei loro campionati.

Quali sono le discipline sportive che sostenete e che insegnate ai ragazzi?

Il progetto è nato sul calcio, perché è lo sport più immediato e popolare. Ma anche la pallavolo ha una grande forza attrattiva e aggregativa. Ci sono però altri sport che abbiamo voluto proporre, come le arti marziali e il rugby, che hanno ricevuto una buona risposta anche se ancora non sono strutturati con i tornei. Il calcio resta sempre il miglior biglietto da visita possibile per entrare nei quartieri e farsi conoscere. In futuro vorremmo riuscire a organizzare anche una vera e propria scuola di rugby.

In che maniera lavorate con i quartieri e con il territorio? Quanto è importante arrivare a promuovere lo sport anche in zone della città dove si potrebbe avere a che fare con situazioni individuali difficili, a livello economico e sociale?

Cerchiamo di offrire un’educazione informale ai ragazzi, che si complementi con l’educazione formale che viene data dalla scuola. Per metterci in contatto con i ragazzi andiamo direttamente sul territorio, anche grazie ai centri d’aggregazione giovanile e alle comunità di quartiere che collaborano con noi. I ragazzi dei quartieri popolari nascono spesso con il pallone tra i piedi: lo sport è il mezzo che ti permette di entrare subito in una relazione forte. Abbiamo coinvolto tantissimi ragazzi che non parlano in italiano, ma la lingua dello sport è universale. Lo sport è una forma di comunicazione alternativa, che abbatte le differenze linguistiche. Abbiamo coinvolto ragazzi che utilizzavano lo sport come sfogo individuale, in maniera talvolta disordinata, nei loro campetti sotto casa, e che poi si sono sentiti inclusi nel progetto di No League. Siamo orgogliosi di aver tirato fuori adolescenti da situazioni individuali di chiusura nei confronti del mondo, permettendogli di farli esprimere, di rimettersi in gioco a livello sociale e trovare una dimensione organizzata nello sport, assieme a una propria identità.

Il Centro sportivo Cameroni, il vostro “quartier generale” dove vengono organizzati i No League Games e il No League Summer Camp, si trova a Gorla, un quartiere popolare di Milano dietro al Parco Trotter e a una zona che negli ultimi anni si è fortemente riqualificata come NoLo, grazie alla presenza di locali e iniziative legate allo spettacolo. Perché lo sport ricopre un ruolo fondamentale per proseguire questo percorso di integrazione e coinvolgimento nei confronti della comunità?

Lo sport è fondamentale per proseguire un processo di riqualificazione e integrazione. Noi sentiamo fortemente una doppia anima che caratterizza questa zona di Milano, che coniuga l’aspetto culturale con quello multiculturale e popolare. Lavoriamo tanto con la definizione che lo stesso Comune di Milano chiama “ricombinazione sociale”. Noi non vogliamo creare un ghetto, non andiamo a cercare appositamente i ragazzi con il maggior disagio possibile. La nostra ottica è invece quella di mettere in contatto tutte le zone delle città, creando relazioni che coinvolgano anche i ragazzi più emarginati, quelli che hanno maggiore difficoltà per definire la loro personalità a livello sociale. La nostra è una prospettiva di coesione e integrazione con lo scopo di essere più inclusiva possibile.

à per definire la loro personalità a livello sociale. La nostra è una prospettiva di coesione e integrazione con lo scopo di essere più inclusiva possibile.

Quanto è stato importante nel corso degli anni l'ingresso e il supporto di partner come Nike perché il progetto di No League crescesse e si diffondesse?

L’ingresso di Nike come partnership è stato fondamentale. Nike ha creduto subito nelle nostre idee e nel nostro obiettivo, dimostrandosi molto ricettiva nei confronti dello sport negli ambienti più popolari. Poter organizzare attività sportive di spessore come sono stati gli “Europei di quartiere” implica dei costi, che vanno dai campi, alle magliette, alle scarpe. Ci sono ragazzi che giocherebbero altrimenti con i sandali o a piedi nudi. Un’organizzazione dei tornei di alto livello e una fornitura preziosa dei materiali permettono di offrire ai ragazzi una qualità che può cementificarsi nel territorio e rientrare nel concetto di “ricombinazione sociale”. Nike ci ha permesso anche di organizzare incontri con calciatori di oggi e di ieri, come Marco Materazzi e Mauro Icardi, che hanno coinvolto ed emozionato tutti i ragazzi e che permettono alla nostra realtà di dare riconoscibilità e importanza.

Che cosa significa condividere lo sport, non soltanto praticandolo, ma anche seguendo assieme le partite?

Significa molto. Ogni partita, che sia tra squadre di provincia, città o nazioni, crea un momento speciale per tutti, in cui ci si ricompatta, si vuole stare insieme e condividere le emozioni. I ragazzi vogliono questo. Lo sport ha la forza ineguagliabile di unire persone che magari non si conoscono, non parlano la stessa lingua, non hanno lo stesso titolo di studi, ma che hanno voglia di abbracciarsi e festeggiare. Vivere un periodo di unione e di coesione, dopo i mesi di inattività obbligati dal Covid e dai lockdown, è stato per tutti liberatorio.