Trans Upper Egypt

Nuovo disco, 'vecchia' attitudine: uno dei gruppi fondamentali della Roma off degli ultimi dieci anni ci racconta come 'partire sempre dal basso'.

Foto di Lorenzo Vecchio

Scritto da Chiara Colli il 7 dicembre 2018
Aggiornato il 10 dicembre 2018

Colonna portante della “scena di Roma Est” sin dai tempi della mitica compilation “Borgata Boredom”. Esempio perfetto delle mille connessioni sotterranee tra realtà, band e spazi indipendenti dentro e fuori il GRA. Groove minimale e ipnotico che negli anni è diventato sempre più compatto e riconoscibile. Attitudine inclusiva, esplorativa e mai settaria che è rimasta invariata negli anni grazie a una visione sempre aperta, lucida e ostinata sul presente. In autunno i Trans Upper Egypt sono tornati, dopo quattro anni di silenzio discografico, con uno dei migliori album (“psichedelici”, ma non solo) del 2018, “TUE”, licenziato dalle label di casa NO=Fi e My Own Private Records.

In attesa dell’allucinazione collettiva con il loro live acidissimo a La Fine il 27 dicembre, abbiamo parlato con il trio romano delle radici nella “Borgata”, di ripetizione, underground italico e dei cambiamenti interni alla band – oggi in assetto a 3 con l’ingresso di Simone Donadini (già nei Rainbow Island), alla batteria al posto di Samir, in aggiunta al basso dell’instancabile Manu / Bob Junior (ai synth negli Holiday INN e condottiero sui generis del Fanfulla 5/a) e alla voce e synth di Leo Non (Wow). Sviaggiate informati.

ZERO: Come nome e come suono i Trans Upper Egypt esistono da quasi dieci anni, però ci sono stati alcuni cambi di line up e 4 anni di pausa con il nuovo album che hanno traghettato il gruppo verso una nuova “fase”: partiamo da quelli che secondo voi sono i punti di continuità del gruppo, cosa è rimasto invariato e riconoscibile rispetto agli inizi?

TUE: I Trans Upper Egypt sono nati nel 2009, dopo lo split dei Last Wanks (gruppo mitico di Roma Est composto da Bob Junior, Antonio Giannantonio – oggi Grip Casino – e Raniero Berardinelli, che era stato il punto di partenza del lungo articolo di Valerio Mattioli intitolato “Borgata Boredom”, termine che come ormai sappiamo tutti è poi andato a indicare “la scena di Roma Est” raccolta nell’omonima compilation, NdR). Manu aveva iniziato a suonare alcuni pezzi dei Last Wanks con il basso, anche loro già molto lineari e lunghi, e voleva continuare con quello strumento. Samir, che è francese, stava a Roma, suonava con Maria Violenza nei Capputtini’i’lignu e lavorava al Fanfulla, Leo aveva anche lui diverse band oltre ai Wow, e dopo Antonio era l’unico cantante che ci piaceva di tutto questo giro. È difficile cantare, molto. Insomma dopo lo split un po’ traumatico dei Last Wanks, c’era una necessità molto urgente di ricostruire una band e creare un altro universo.

Il punto di partenza era molto tribale, con intenti ipnotici, al limite della trance. Nella nostra musica c’è un filo conduttore abbastanza chiaro, e molto fisico, tra il free jazz a cavallo tra 60 e 70 – Art Ensemble of Chicago, oppure nello specifico i lunghissimi pezzi pieni di spiritualità di Pharoah Sanders – e il post-punk malato e ripetitivo di P.I.L. Siamo partiti da là, da questo filo, che era soprattutto una necessità, una volontà di provare a percorrerlo. A nostro parere questo è rimasto invariato.


Cos’è cambiato invece con “TUE”, quali sono i punti di rottura? Credo siate riusciti a mantenere una riconoscibilità in termini di atmosfera e di ricerca psichedelica con influenze dub e free jazz, ma rendendo meno dispersivo e più compatto il suono e il contorno delle canzoni. La batteria di Simone mi sembra più complessa, direi quasi cervellotica e dai contorni più definiti rispetto a quella di Samir…

I grandi cambiamenti sono stati ovviamente quelli legati alla line up. Oltre a Samir, i due primi dischi e tutti tour che abbiamo fatto sono stati in compagnia di Luca Tanzini, grande mago del teremin, di oscillatori vari e pericolosi con effetti incredibilmente potenti. La band era composta di 4 elementi e Luca aveva questa missione suprema di fare esplodere la psichedelia attorno alla sezione ritmica: era tipo un tappeto volante di suoni! Poi si è trasferito a Milano e il collante si è perso; la band era già in difficoltà, Samir esitava anche lui a rimanere a Roma, non trovava più grandi soddisfazioni e dopo 2 anni è tornato a vivere in Francia. Questo fatto spiega in sostanza questi 4 anni senza produrre un disco. Abbiamo poi proposto a Simone Donadini di entrare nel gruppo: oltre a essere molto simpatico, era l’unico batterista “non rock” del giro e, secondo noi, anche l’unico in grado di rilevare le batterie assai complesse di Samir. Per fortuna ha accettato, perché era indispensabile provare a mantenere una continuità del suono, della proposta musicale in generale.

Su “TUE” forse il cambiamento più evidente è la struttura dei pezzi, più a forma di canzone… Meno lunghi, meno improvvisati. Un’influenza forte è anche l’attività di Leo con i Wow, che scrivono pezzi pop molto belli e strutturati. Lo stesso vale per Simone, abituato a costruire ritmi complessi già con i Rainbow Island, che qui vanno a supportare le linee di basso minimali e ripetitive, facendo incastrare tutto al limite dello squilibrio. Il fatto di proseguire in tre ci ha obbligati a essere un po’ più precisi, frontali, più “groovy”.

I primi due dischi sono usciti sulla texana Monofonus Press, i contatti con etichette e booking esteri credo non vi manchino. “TUE” però è una co-produzione tra due realtà che più local non si può, potremmo quasi definirla un’autoproduzione - considerato che è Manu a gestire My Own Private Records e che NO=FI di Toni Cutrone è "l'etichetta della porta accanto". Uscire con un progetto radicato in un contesto molto familiare e indipendente è stata comunque una scelta?

L’esperienza con Monofonus Press è stata molto bella e preziosa, anche per la fiducia da parte di una label che ha fatto uscire tanti dischi di musicisti che apprezziamo molto. Al livello di booking, invece, siamo stati un po’ frenati dalle insicurezze interne del gruppo e abbiamo dovuto rifiutare alcuni inviti importanti, come il Psych Fest di Lisbona o il SXSW ad Austin. La decisione di uscire per due etichette locali è più di onestà che di strategia… Simone sta vivendo a Londra, Leo è molto impegnato come anche Manu, tra Fanfulla e Holiday INN: non potevamo promettere a una label di partire in tour e fare tanti concerti quest’anno – che è la cosa che giustamente chiede un’etichetta quando ti produce un disco. E però l’album era pronto, quindi abbiamo deciso di farlo uscire assieme a No=Fi per farlo esistere e sentire in qualche modo… Anche se limitato!



Non penso ci siano “ruoli” e “gerarchie”, ovviamente, ma qual è l’equilibrio interno al gruppo? La sensazione è che siate un po’ un crocevia di input e di bagagli musicali diversi che in questo disco hanno trovato un’espressione molto coesa e robusta, oserei dire matura e consapevole...

Né “ruoli” né “gerarchie”, ognuno viene come si sente e porta ciò che può, ciò che pensa, ciò che ha ascoltato. Poi ci correggiamo. Continuiamo a partire dal basso – in tutti sensi… – e poi si crea l’enveloppe. Forse ci siamo persi un po’ meno su questo ultimo disco, meno dilungati… Siamo stati più frontali e forse anche più coesi come fai notare.

I Trans Upper Egypt sono abili manipolatori di quello che forse è l’elemento chiave della psichedelia (ma poi neanche solo della psichedelia, se pensiamo ai The Fall…): la “ripetizione”. Che valore/ruolo ha nella vostra musica? "Tradizionalmente", la ripetizione conduce un po’ a uno stato di trance, a un passaggio da qualcosa di estremamente fisico e circoscritto a qualcosa di quasi spirituale e di abbandono e questo è estremamente potente nel vostro suono - direi da sempre. C’è poi qualche “maestro” della ripetizione che ha un posto speciale nella vostra “formazione”?

Non vorremmo parlare di maestro, né di maestria. Abbiamo visto troppe persone affogarsi ed entrare in depressione per non essere riusciti a completare un esercizio, una frase, come se fossero compiti… Chiamiamoli “ascolti”. A venire in mente sono ancora i pezzi lunghissimi e costruiti senza fretta di Pharoah Sanders, “Tauhid” per esempio. È un buon ascolto.

La ripetizione ci interessa perché è minimale e può diventare essenziale. Non distrae, anzi concentra; e ogni tanto crea pure un cammino, una linea sufficientemente intensa e dinamica. Per certi versi linee complesse, cambi di strofa e/o di tonalità sono quasi “disturbanti”. È essenziale in un certo tipo di musica “pop” ma deve essere percepita come totalmente naturale, sennò rimane un esercizio, una formalità di passaggio verso cui siamo assolutamente contro. Come la tecnica: non ci interessa vedere e sentire qualcuno che fa cose troppo complicate e meccaniche, perché toglie l’ascolto. Puoi (devi?) ripetere finché non si costruisce una matrice, o un solco, non importa la forma. Se un riff suona e ti entra nella testa lo devi portare avanti, fino ad esaurimento – o magari lasciarlo sospeso. Questo è il senso del viaggio.



La fine dei Duemila e il successivo periodo in cui usciva "Borgata Boredom" vengono spesso rievocati come fossero “un’epoca d’oro”, sicuramente di grande fermento a Roma. A mio avviso il fermento c’è ancora ma trovo quel periodo fondamentale non tanto in chiave “nostalgica” quanto come momento di passaggio “strategico” in cui, anche inconsapevolmente, sono state gettate le basi per un’identità musicale che rende ancora oggi l’underground romano un posto dove prendono forma realtà “non omologate”. Senza quella fase e con tutti i problemi di immobilismo che a un certo livello attanagliano Roma, adesso ci ritroveremo una città davvero senza idee, senza spazi indipendenti in cui rigenerare e declinare in maniera diversa quell’attitudine che si è ritagliata un proprio “ruolo” e una propria identità anche a livello nazionale. Di questa scena i Trans Upper Egypt sono stati e sono ancora dei pilastri e, passatemi il termine, dei “veterani”. In che modo il contesto in cui è nato e cresciuto il gruppo ha avuto un impatto su di voi e la vostra musica?

L’unica nostalgia è che facevamo tante cose senza saperle fare, ed è proprio questo che ha reso possibile tutto. Oggi però siamo più consapevoli e direi che lavoriamo anche meglio: guarda l’incredibile collettivo di persone e suoni che è diventato Tropicantesimo, infinito e totalmente trasversale. Un ruolo fondamentale ce l’hanno avuto i luoghi, dal primo Fanfulla alla Pescheria di oggi. C’è chi ha continuato a mettersi in gioco e ha fatto spazio anche a realtà più giovani: tanti componenti di progetti sperimentali che si esibiscono in questi luoghi “storici” non hanno più di 25 anni… Il non saper far carriera o il non rivendicare l’anzianità come priorità ha aiutato molto a gettare nuovi basi, il fermento c’è e credo sia dovuto anche all’asfissia generale e alla chiusura di tanti luoghi. C’è stata la presa di coscienza che una certa attitudine, un certo spirito, un modo di accogliere, ospitare e ascoltare rimarranno sempre più importanti del “trovarsi un lavoro”, anche nel “settore”. Altro che identità: un caos di singolarità, pronte e desiderose di incontrarsi e confrontarsi.

Il disco è stato registrato a Cuneo nello studio di Boto dei Movie Star Junkies e, in generale, anche con le vostre altre band girate molto in tour in Italia. Uscendo da Roma Est c’è sicuramente una rete sotterranea di contatti, gruppi, realtà italiane con un’attitudine affine, che si supporta e fa cose insieme. Prescindendo dai suoni e dalle codificazioni, cosa resta dell’Italian Occult Psychedelia? Questa espressione, come è normale che sia, ricorre sempre meno ma credo ci sia una rete underground nata prima che si codificasse quel termine e che esiste ancora. Ci sono delle nuove realtà, quali sono i contesti, le nicchie che senza troppi proclami tengono viva la musica “davvero” indipendente italiana?

Nel tempo si è creata una rete di persone – spesso legate anche a dei luoghi – che suonano, girano, a loro volta fanno suonare altre band. Ospitare un suono è importante quanto proporre un suono: questo ci fa crescere, non “in alto” ma proprio “in orizzontale”, ci espandiamo, sempre di più. È il caso di Boto (Movie Star Junkies) alla Farm di Cuneo, di Stefano (MSJ / Gianni Giublena Rosacroce / Lame) o Tommaso (SabaSaba) a Torino; oppure Occult Punk Gang a Milano, TwoMonkeys a Brescia, Scoia degli Hallelujah! a Verona, Jonathan Clancy con Maple Death Records – prima a Bologna, oggi da Londra -, Stefania / ?Alos con Santarcangelo Festival, i Cacao a Ravenna, da sempre e prima di tutti Bob Corn in bassa Emilia, Giacomo degli Espada a Perugia, i Lourdes Rebels a Parma. E poi tante altre realtà a Napoli, Bari, in Sardegna con l’Here I Stay Festival… E questo si espande alla Francia, la Germania e alla Svizzera.

Parlando di “Italian Occult Psychedelia”, solo per precisare ed essere sinceri, non ci sembra di averne fatto parte, non c’è niente di “occult” in ciò che facciamo. Non amiamo l’idea, forse perché non ci piacciono le costruzioni e i concetti. Invece se parliamo di persone/realtà che hanno contribuito a portare avanti questo discorso, una figura come Onga di Boring Machines, che per noi è tutto tranne “occult”, ha fatto un lavoro e ha/ha avuto una volontà e sincerità che poche persone sono in grado di avere in Italia.

I Trans Upper Egypt ma anche tutto ciò che in qualche modo è legato a voi - Holiday INN, Rainbow Island, Fanfulla, My Own Private Records, per certi versi anche i Wow - sono una forma di resistenza?

C’è una maturità nelle forme di resistenza… Prima erano proposte, ormai sono resistenze. Come lo dimostra l’esperienza di BAD PEACE – proposta da China e Leo dei Wow – al Fanfulla oppure a Short Theater. Proviamo non solo a difenderci, ma anche ad affermare con più nettezza le nostre priorità e le nostre esigenze. È difficile oggi lavorare e non mentire, difficile sostenersi e non fare “mafia”; eppure è quello che vogliamo assolutamente mantenere. Devi avere cura delle persone, non possiamo prendere in giro loro – e nemmeno noi stessi. Non basta l’evento, il nome, la comunicazione, la visibilità, sperando fare due soldi o di diventare un po’ più famoso… Quello è un altro lavoro: se scegli quella via la devi assumere, non puoi giocare su tutti piani, è disonestà. Poi sì, può capitare di diventare famoso e di riuscire a cantare le stesse canzoni che cantavi per 50 persone, davanti a 15.000. Ma non è che hai “vinto”, è solo che sei riuscito a farti piacere e a dare piacere a più persone: è del tutto rispettabile… ma non invidiabile!



Contenuto pubblicato su ZeroRoma - 2018-12-16