Daniele Manusia

Intervista a Daniele Manusia, co-fondatore de L'Ultimo Uomo, ovvero uno dei siti più interessanti degli ultimi anni. Una chiacchierata su giornalismo sportivo, calcio, statistiche e sul prossimo derby Roma-Lazio, in programma allo Stadio Olimpico domenica 8 novembre.

Scritto da Nicola Gerundino il 4 novembre 2015
Aggiornato il 23 gennaio 2017

Ci sono pochi momenti in cui Roma diventa una città silenziosa: intorno a Ferragosto, il 1 gennaio (fino alle 11:00), i 90 minuti del derby (salvo urla primordiali in caso di gol). È un evento che spacca la città in due, prima, durante e soprattutto dopo il suo svolgimento, in caso di sconfitta di una delle due parti. Nonché uno di quegli eventi che permette ai telecronisti di inventarsi quelle introduzioni trionfali tipo «150 Paesi collegati per oltre mezzo miliardo di telespettatori in tutto il Mondo», o cose così. Per affrontare in maniera più propriamente sportiva l’ennesimo capitolo di questa disfida cittadina (domenica 8 novembre, ore 15:00, Stadio Olimpico), abbiamo interpellato Daniele Manusia, co-fondatore (romano) de L’Ultimo Uomo, uno dei siti (sportivi e non) più interessanti degli ultimi anni. Insieme, ci siamo concessi una chiacchierata a 360° su calciatori, statistiche e formazioni, ma anche su, film, libri e giornalismo.

Zero – Come ti chiami, dove e quando sei nato?
Daniele Manusia – Daniele Manusia, nato a Roma nel 1981.

Quando è iniziata la tua passione per lo sport? Tirando calci a un pallone da bambino, come succede più o meno a tutti?
Non lo so, non ho ricordi prima dei dodici anni. In quel periodo però giocavo già in una squadra.

Hai praticato sport anche a livello agonistico o professionistico?
Sono arrivato fino in Promozione a 22 anni. Poi tornei di calciotto, ancora adesso.

Quando, invece, hai cominciato a vedere lo sport in termini “narrativi”, di eventi e storie da raccontare?
Domanda troppo difficile. Non lo so, quando andavo al liceo non c’era internet e alcuni messaggi si scrivevano sui banchi delle aule in comune; ricordo che una volta una ragazza scrisse di aver visto una nostra partita e che «Manusia corre corre e non la piglia mai». Mi è sembrato comunque fico.

Ti ricordi il primo articolo che hai scritto e ti è stato pubblicato? Rileggendolo ora come lo giudicheresti?
Ho una pessima memoria a lungo e medio termine. Forse un articolo per la squadra in cui giocavo, che era di Roma Nord, per una rivista tipo «Parioli Pocket», che dirigeva uno che giocava in squadra con me. Non lo so come lo giudicherei, probabilmente non avrei motivo di leggerlo tutto. Ma ho sempre fatto del mio meglio e la scrittura non è una corsa.

Ci puoi raccontare in breve la storia de «L’Ultimo Uomo», come, quando e con quale obiettivo è nato?
Per la brevità dovreste chiedere a Tim Small, per cui scrivevo su VICE e che, una volta uscito da VICE, mi ha chiesto che ne pensavo dell’idea di un sito di pezzi di sport tipo i miei e di cultura pop. Io dovrei dilungarmi su come è andata giorno per giorno, sugli autori che ho contattato perché mi piacevano, senza conoscerli di persona, sull’entusiasmo che ho trovato negli altri, a partire da Tim. Insomma, per me non c’è stata grande programmazione, si sarà capito. L’obiettivo era scrivere e far scrivere pezzi che ci sarebbe piaciuto leggere. E lo è tuttora.

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Un dettaglio dell’home page de L’Ultimo Uomo. 4 novembre 2015.

Avevi qualche pubblicazione, blog o sito di riferimento al momento della creazione de «L’Ultimo Uomo»?
Grantland direi che è scontato, ma visto che ho la memoria corta è bene ricordarlo ancora adesso che me lo ricordo. Poi c’era Zonal Marking di Michael Cox, c’erano i libri di Jonathan Wilson; a dire il vero non leggevo molto di sport. Di italiano, Brera e Arpino, poi pezzi sparsi, non ricordo.

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L’immagine con cui Grantland ha salutato di recente i suoi lettori prima della chiusura. L’archivio degli articoli è comunque consultabile.

Qualche giornalista o scrittore di riferimento contemporaneo, invece?
Gabriele Marcotti, ma anche Kuper, Wilson, Cox, Toniutti (per non nominare gli analisti de «L’Ultimo Uomo» tipo Barcellona, Battazzi, Tola…).

Tra i tanti articoli che hai scritto per il sito ce n’è uno che ami rileggere?
Rileggere no, ma tengo molto a Gourcuff, perché mentre lo scrivevo provavo molta empatia per il suo problema umano e calcistico, avevo l’impressione di avere davanti un archetipo e quella sensazione è rara.

E tra quelli scritti dai collaboratori?
Rileggo ogni tanto i primi profili di Fabrizio Gabrielli, che sono così ricchi di dettagli da colpirmi ogni volta per una cosa diversa, per ricordarmi quella sensazione di sorpresa che amo leggendo e che voglio riprodurre scrivendo. La tirannia dell’attualità li schiaccia sotto decine di altri pezzi meno durevoli, è un peccato che internet non sia un luogo fisico.

La nascita e il seguito di un sito come «L’Ultimo Uomo» – o di programmi un po’ più datati come Sfide – mi porta a pensare che un po’ la percezione collettiva nei confronti dello sport in Italia stia migliorando. Secondo te è così, oppure viene ancora irrimediabilmente giudicato un’attività domenicale da maschio alfa abbrutito?
No, non è così, adesso ci sono sportivi diversi: quelli che vogliono ragionare e quelli che non vogliono. Ma dipende anche da che offerta gli dai: difficile vengano fuori i tifosi raffinati se i giornali mirano agli istinti bassi, che si esprimono anziché stare zitti perché il livello del discorso non fa per loro. Più che un clima di abbrutimento, però, direi che il problema nel contesto italiano è che lo sport è una questione sempre troppo personale – oddio, mi sembra che per gli italiani siano sempre tutte questione personali, a pensarci bene – un modo per sentirsi intelligenti o soddisfatti o felici o infelici, ma sempre con parole proprie.

Passando allo spunto da cui nasce questa intervista, il derby Roma-Lazio del prossimo 8 novembre, come lo descriveresti a una persona che non sa di cosa si tratti?
Dovrei spiegargli come sarebbe stato se ci fossero state le due tifoserie nelle curve (che non entreranno per protesta contro le barriere divisorie e le misure restrittive volute dal prefetto Gabrielli, nda). E poi gli spiegherei le solite cose: che c’è gente che non ci dorme la notte, che poi a lavoro il collega della squadra nemica gli rende la vita difficile fino al derby di ritorno. E neanche so se queste sono cose che succedono davvero, o sono solo leggende. A me non è mai capitato.

Karl-Heinz_Riedle e Rudi Völler in un derby di inizio anni 90.
Karl-Heinz Riedle e Rudi Völler in un derby di inizio anni 90.

Hai mai visto qualche derby allo stadio? Questo dove lo vedrai?
Quando ho potuto sì, e domenica sarò all’Olimpico.

Immagino che di ricordi ne avrai centinaia, ma provo comunque a chiederti quali sono stati i derby per te più belli ed emozionanti e se hai qualche aneddoto particolare?
Ricordo che non ci sono mai rimasto troppo male quando perdeva la Roma. Che una volta ero a San Benedetto, non so perché, e ho girato mezza città per trovare un bar che lo trasmettesse e che poi la partita è stata un tremendo 0-0. E ho capito che in realtà ci vogliamo emozionare per forza, ma quasi sempre, calcisticamente parlando, il derby fa schifo.

Puoi descriverci in breve la Roma del 2015/2016? Che squadra è?
E chi lo sa? Una squadra di ripartenza, direi, ma difende male e non ha una vera strategia per rubare palla. E poi ama fare possesso, per cui… Non lo so, è una squadra con le idee confuse e molti campioni in grado di dare un senso a partite intere.

Idem per la Lazio
Lo scorso anno giocava forse il miglior calcio in Italia, ma ha la rosa corta e dipende molto da alcuni giocatori scostanti. Organizzata, comunque, con le idee chiare.

Il pregio e il difetto tattico dell’una e dell’altra?
La Roma è veloce, ma si muove poco senza palla; la Lazio è organizzata, ma poco equilibrata, dipende dai giocatori offensivi cui deve lasciare molta libertà. E tecnicamente il livello medio è bassino.

Il giocatore (o i giocatori) che ruberesti all’una e all’altra se dovessi fare un tuo 11 ideale?
Devo fare un 11 ideale mischiandole? Allora Marchetti, Basta, Manolas, De Vrij, Digne, Biglia, Pjanic, Nainggolan, Candreva, Dzeko, Salah (primo cambio: Felipe Anderson).

Di solito si dice che a vincere il derby è sempre la squadra sfavorita: è vero secondo te?
Non può essere vero, non ha senso.

Chi lo vince questo di novembre, Roma o Lazio?
Non lo so, forse un classico pareggio.

Sono due squadre che secondo te possono aspirare alla vittoria finale dello scudetto?
Nel contesto di questa Serie A la Roma sì, ma deve sperare che anche le avversarie non facciano un gran campionato e poi, comunque, è una squadra fragile che potrebbe avere una crisi di risultati a un certo punto. La Lazio non credo, troppi problemi di rosa, ma con un po’ di fortuna sugli infortuni può mirare di nuovo a un piazzamento alto.

Ecco allora la domanda da un milione di dollari: chi vince lo scudetto? O comunque, chi se lo giocherà fino alla fine?
Il Napoli di sicuro se lo giocherà e adesso come adesso lo meriterebbe anche. Credo che se Allegri trova la formazione anche la Juve può tornare in gara. La Fiorentina se lo gioca.

Il giocatore della Serie A che quest’anno esploderà e quello che sarà ricordato come un flop clamoroso?
Stanno già esplodendo Insigne e Pjanic. Se devo azzardare di più dico Muriel. Il flop non saprei, dipende che si intende, uno valutato molto che stecca? Boh… Hernanes? Che poi a me piace pure. Non lo so, non sono bravo in queste cose.

Ti faccio una domanda su un aspetto che mi incuriosisce sempre: quell’entità che viene chiamata “ambiente”, la “piazza” che mangia gli allenatori, che crea tensione, che arriva a evitare o a decidere delle cessioni. Ecco, questa entità, di cui a Roma si parla tantissimo, esiste veramente ed è così potente?
Non credo. Però è vero che c’è una strana aspettativa di vittorie continue che crea malumore. Poi, probabilmente, si parla troppo di calcio in generale…

Oltre che di sport giocato, sappiamo che sei appassionato anche di statistiche sportive: come nasce questa passione?
Sempre dallo sport: per me qualsiasi strumento per capire meglio ciò che amo è utile.

Quanto contano le statistiche, nello sport in generale e nel calcio in particolare? C’è una disciplina di squadra in cui se ne fa il miglior uso possibile?
Bisogna distinguere tra l’uso che ne fanno i professionisti (squadre, allenatori, analisti), che magari devono creare un modello predittivo – e lì, secondo me, siamo lontani, anche se esperienze come quella di Ted Knutson e dell’indice Expected Goals (Knutson è stato arruolato dal Brentford e Midtjylland) sono incoraggianti e dimostrano che l’assunto “il calcio non è adatto alle statistiche” è storicamente falso – e l’uso interpretativo che ne possono fare giornali e appassionati. In questo caso, credo negli ultimi anni il peso dei numeri sia aumentato e diventato un linguaggio più comune. Si può anche farne a meno, ma sono uno strumento in più: è sciocco essere contro a priori.

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Uno dei tipici grafici usati da Knutson sul suo sito: statsbomb.com

È possibile il “moneyball” – ovvero assemblare una squadra partendo dalle statistiche – oppure è solo un’utopia?
Nel calcio ci sono troppi eventi per valutare un giocatore solo dai numeri, devi collegarli a quanto hai visto e anche un po’ all’intuito.

A proposito, hai visto il film Moneyball (tradotto in italiano L’arte di vincere)? Ti è piaciuto? Io penso di averlo visto almeno 10 volte.
Sì, bel film. L’ho visto una volta sola però.

Il migliore libro di sport che ti è capitato di leggere?
Guarda, posso dirti quello che consiglierei: La piramide rovesciata di Jonathan Wilson.

Il miglior film e il migliore documentario di sport?
Film The Damn United, documentario il 30for30 su Ricky Williams.

Un bar o un ristorante di Roma che ti piace frequentare?
Venite a Le Mura a San Lorenzo (qui Daniele cura le proiezioni dei match della Roma, nda).

Fai il fantacalcio? Se sì, quest’anno come ti sta andando?
No, non lo faccio, i voti dei giornali mi fanno solo incazzare.