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L’omicidio del Trenino Giallo

La Ferrovia Roma-Giardinetti è stata cancellata gettando nel caos mezza Roma. Raccogliamo le testimonianze di chi lo piange con rabbia.

Scritto da Giulio Pecci il 28 aprile 2026

Roma senza il trenino giallo secondo l'intelligenza artificiale

Sgangherato, rumoroso, sporco, caldo, lento, inaccessibile ad anziani e disabili. Ma aveva anche dei difetti. Il trenino giallo, l’iconico trenino giallo, non c’è più. Qui ne piangiamo la scomparsa, perché la storica linea ATAC attiva dal 1916 quest’anno ha festeggiato il centenario con una bella cancellazione a tempo indeterminato.

Nome sulla carta di identità Ferrovia Roma-Giardinetti, il Tranvétto questo faceva: collegava l’estrema periferia sud-orientale della capitale a Termini, o meglio ai Laziali – altro residuo indispensabile del secolo breve. Scusate se è poco. In odore di cancellazione da anni, oggi questa spada di Damocle che pesava sulla testa di tutti gli abitanti di alcune delle zone peggio servite della Capitale è caduta, decapitando centinaia di migliaia di persone.

Se non si abitano queste zone infatti (Giardinetti, Torre Maura, Centocelle, Alessandrino e soprattutto Torpignattara) forse non si ha la dimensione della perdita. Muoversi in macchina, se si ha la possibilità di averne una, è praticamente impossibile durante le ora di punta, le altre linee (per lo più di superficie) sono assolutamente insufficienti per le necessità di uno dei quadranti più popolosi di Roma.

Torpignattara ha forse ricevuto il colpo più forte, sicuramente è la zona che sta protestando di più, anche perché la più esclusa dalla nuova linea di metro C – la fermata più vicina è Malatesta, da alcuni punti del quartiere sono circa trenta minuti a piedi. Se il V Municipio conta 243.607 abitanti (ufficiali, qualcuno sicuramente da aggiungere) Tor Pignattara da sola ne conta circa 48.000 ed è la zona con la più alta densità abitativa, quasi sconvolgente. Non solo: negli anni qui si è sviluppata un’economia di quartiere che unisce un forte radicamento territoriale a uno slancio internazionale.

È cosa nota che la composizione demografica di Torpignattara sia multiculturale: la famosa scuola Pisacane ospita bambini di più di venti nazionalità diverse. Persone che hanno bisogno di muoversi, perché lavorano in tutta Roma, e che spesso non possiedono un mezzo proprio. Ci sono poi le numerose realtà creative della zona – locali, editori, discografici, cinematografari e via dicendo. Va da sé che per trovare il giusto equilibrio tra Torpigna e il resto della città, per non rimanere isolati in quartiere, il Tranvétto era più che essenziale.

La cancellazione, che mentre scrivo appare a tutti gli effetti definitiva, è andata in scena il 4 marzo, a seguito di un incidente sulla linea che ha evidenziato fragilità strutturali colmabili solo con un ingente investimento. Come spiega l’assessore Eugenio Patané, in una lettera di risposta ai cittadini che circola sui gruppi Facebook di quartiere, si è scelto di non intervenire in questo senso perché nel frattempo, “è in corso il progetto di trasformazione della linea Termini-Centocelle in tramvia moderna a scartamento ordinario: la linea G, Termini-Giardinetti-Tor Vergata, 13,3 chilometri, 25 fermate, 268 milioni di euro di finanziamento già stanziato dal Mit. La gara d’appalto è stata pubblicata il 31 marzo; la chiusura delle offerte è fissata per il 18 maggio. I lavori dureranno circa tre anni.”

Tre lunghi anni.

Nel frattempo? L’assessore spiega come si stia facendo di tutto per potenziare le linee di bus. Probabilmente bisognerebbe anche trovare il modo di farle levitare sopra il traffico infernale, per far sì che questa idea basti a colmare il vuoto. Insomma la chiusura ha mandato nel panico e cambiato la vita di tantissime persone. Ho raggiunto alcuni personaggi più o meno noti che vivono a Tor Pignattara e dintorni, chiedendo un commento a ciascuno circa questa dolorosa situazione. Con in testa la parole della lettera dei cittadini inviata proprio all’assessore Patané: “non siamo contrari al futuro, Assessore: chiediamo soltanto di non essere lasciati indietro nel frattempo.”

 

VALERIO MATTIOLI (scrittore)

Erano anni che cercavano di fare fuori il trenino, e finalmente ci sono riusciti – maledetti. Era l’unico mezzo decente che collegava Torpignattara al resto della città, ma purtroppo qui a Torpignattara siamo fin troppo abituati alle vessazioni da parte del governo della città – hai presente la scritta sul muro, no? “L’AMA odia Torpigna”. Ecco, diciamo che a quanto pare anche l’ATAC non ci vuole molto bene (per me che sono abbonato, è l’equivalente di una relazione tossica). Probabilmente anzi ci odia, così come ci odiano gli abitanti di via Giolitti che a suo tempo formarono un comitato proprio per chiudere il trenino, perché gli dava fastidio che un tramvetto gli passasse sotto casa, loro che tanto vivono al centro. Bene, adesso saranno contenti – maledetti anche loro, sì! La cosa che fa più incazzare è la maniera furba, meschina, con cui il servizio è stato interrotto. La scusa è che tanto il futuro della linea era già segnato, visto che “a breve” partiranno i lavori per trasformarla nella fantomatica Linea G. Ora, dimmi tu: se ti dico “a breve”, tu a cosa pensi? Ammesso che questi lavori veramente partano, quando inizieranno? Quando si concluderanno? Fino a qualche giorno fa, l’apertura della stazione ferroviaria del Pigneto era annunciata per questo giugno. Adesso è già diventato marzo 2027. E il cantiere è rimasto lì abbandonato per ANNI. Capisci bene che, visti i precedenti, uno tende a fidarsi poco – e direi anche con diverse ragioni. Il Trenino Giallo (che un tempo era blu) era senz’altro un’icona, un simbolo, e in questa chiave è stato fin troppo romanticizzato. Ma era innanzitutto un servizio, se non addirittura un ancora di salvataggio. Mi chiedo se chi governa questa città è a conoscenza dell’odio, della rabbia, della vera e propria furia che la chiusura del trenino ha scatenato. Probabilmente sì, ma non gli interessa. Tanto è Torpigna, no? Ancora una volta: maledetti.

 

BRIZIO (lavoratore del comparto musica)

Tralasciando l’intenso rapporto affettivo e ogni forma di romanticizzazione verso quell’ammasso rumoroso di ferro bianco e giallo, la cosa che più mi ha indispettito del Lazialigate è stata l’arroganza tipica del “potere” di imporre decisioni (troppo spesso sbagliate) bypassando completamente il dialogo con la cittadinanza. Questa gestione scellerata (associata anche ai famigerati lavori per la stazione dei treni Pigneto che da anni tormentano il quadrante) mi ha indispettito non tanto per le conseguenze sulla mia quotidianità di privilegiato borghese bianco di mezza età, quanto perché ho empatizzato con tutte quelle persone per cui l’unico modo per muoversi e per vivere Roma è prevalentemente il trasporto pubblico, considerato con sdegno da molti nostri concittadini e concittadine (anche a causa delle condizioni in cui verte localmente) nient’altro che uno “spostapoveri”, piuttosto che lo strumento fondamentale di una metropoli che possa dirsi civile. Vada come vada, questa volta hanno fatto male i conti, e venderemo cara la pelle per il nostro adorato trenino.
P.S. Sono un abbonato ATAC annuale

 

MATILDE (15 anni, studentessa)

Vivo a Torpignattara dalle parti del Parco Sangalli ma vado a scuola in zona Esquilino, quindi il trenino lo prendevo tutti i giorni, sia all’andata che al ritorno. All’inizio lo consideravo vecchio, sporco e rumoroso, ma devo dire che in realtà era comodo, veloce e facile da usare. Arrivavo alla fermata verso le 7.30 e massimo mezz’ora dopo ero già in classe. Adesso invece devo prendere il 105 ed è un trauma! Innanzitutto, il 105 è molto più lento e mi tocca stare alla fermata già alle 7, ma anche così non è detto che arrivi a scuola in tempo perché rimane sempre bloccato nel traffico e ci sono volte che non si muove mai. Poi è sempre strapieno, non si riesce a entrare, la gente rimane schiacciata dalle porte che non si chiudono, tutti urlano, litigano, si insultano a vicenda… è un inferno! Alternative per andare a scuola non ce ne sono. Ci sarebbe la linea C della metropolitana, ma la fermata più vicina è Malatesta che sta a mezz’ora a piedi da dove abito, e poi non mi porta dove devo andare. Oppure potrei prendere il 405 e poi la metro A, ma anche così ci metto un’ora. Mi manca davvero troppo il trenino – lo utilizzavo anche la sera per andare a San Lorenzo con gli amici! Io speravo che prima o poi sarebbe ritornato, ma mi hanno detto che invece verrà sostituito da un tram che però arriverà solo tra qualche anno, e io nel frattempo non so come fare. Non ho nemmeno mai capito perché l’hanno chiuso. Era rotto? Non potevano ripararlo e basta?

 

VERONICA RAIMO (scrittrice)

Abito di fronte alla fermata Alessi del trenino giallo. Non posso dire di aver scelto di vivere lì per questo motivo, ma di sicuro finché il trenino è esistito questa vicinanza mi ha discretamente svoltato la vita. Ho scoperto che il trenino giallo era stato soppresso un giorno che dovevo andare a Termini perché avevo un treno per Bologna nel pomeriggio. Mi capita spesso di dover andare a Termini e in media – quando c’era ancora il trenino giallo – potevo uscire di casa una quarantina di minuti prima. Il giorno in cui è stato soppresso, ho cominciato ad andare in ansia dalla mattina. C’era uno strano silenzio dentro casa. Non sentivo il rumore delle rotaie. Mi sono affacciata alla finestra, mi sono fumata mezzo pacco di tabacco in attesa di vedere arrivare in lontananza il musetto giallo. Niente. Su internet non c’erano informazioni a riguardo, l’app di mobilità lo dava costantemente in arrivo. E invece non è mai più arrivato. Quel giorno sono uscita di casa un’ora e venti prima, ho aspettato quarantadue minuti il 105, sono rimasta imbottigliata nel traffico a Porta Maggiore e alla fine ho perso il treno. Mi ha detto sfiga, probabile. Ma da quando è stata soppressa la linea del trenino giallo, non c’è nessun potenziamento del 105, non c’è nessuna navetta sostitutiva, non c’è niente in generale. Nemmeno una spiegazione. Solo un cartello appiccicato alla fermata, senza una data, né altro. In pratica un cartello con su scritto: cazzi vostri. Mi viene da dire una cosa, magari abbiamo visto foto di politici sorridenti in bicicletta durante la campagna elettorale, o con un’espressione accorata in visita nelle periferie romane, ma di sicuro non ho mai incontrato nessun politico sul trenino giallo o sul 105. E non mi pare un caso.

 

GIUSEPPE GIANNETTI (Trenta Formiche)

La soppressione del “trenino giallo” rischia di trasformarsi in una catastrofe sociale silenziosa, largamente sottovalutata dalle istituzioni. Per decenni, quel convoglio rumoroso, spesso malconcio, segnato da limiti strutturali evidenti sul piano della sicurezza e dell’accessibilità, ha rappresentato molto più di un semplice mezzo di trasporto. Era una presenza costante, capace di garantire un collegamento rapido tra il centro e uno dei quadranti più densamente abitati della capitale. Un’area vasta, stratificata, cresciuta negli anni ben oltre i confini storici della città, dove vivono migliaia di persone che quotidianamente si spostano per lavoro, studio e servizi essenziali. La sua importanza non si misura solo in termini di mobilità. Intorno a quella linea ferroviaria si è costruito un modello di vita urbana alternativo, più accessibile economicamente, che ha permesso a intere comunità di radicarsi. In questo senso, mi piace pensare che il trenino giallo abbia svolto una funzione paragonabile a quella dei corsi d’acqua per gli insediamenti antichi: una direttrice vitale attorno alla quale si organizzano spazi abitativi e opportunità. Definirlo “vitale” per migliaia di persone non è un’esagerazione retorica, ma una constatazione concreta. La sua soppressione, senza un’alternativa tempestiva altrettanto efficiente, rischia di isolare ulteriormente territori già fragili, ampliando disuguaglianze territoriali e sociali. I collegamenti sostitutivi, laddove presenti, non riescono a garantire la stessa continuità, affidabilità e rapidità, trasformando ogni spostamento in un’incognita quotidiana. Questo è lo scenario che si prospetta nei prossimi anni finché non inizieranno e termineranno i lavori della fantomatica super linea G. In questo scenario, appare evidente una carenza di attenzione istituzionale. Non si tratta di difendere un’infrastruttura obsoleta, ma di riconoscere il ruolo strategico che essa ha avuto – e che dovrebbe continuare ad avere, seppur in forme rinnovate – nel sistema della mobilità urbana. Servirebbe un impegno concreto per progettare soluzioni alternative reali, capaci di rispondere ai bisogni di un territorio che non può essere lasciato indietro. Proprio per questo, cittadini, tecnici ed esperti stanno lavorando alla creazione di un comitato capace di portare competenze politiche, sociali e ingegneristiche ai tavoli di coprogettazione promessi dall’assessorato alla mobilità. L’obiettivo è trasformare una crisi in occasione di confronto e proposta, evitando che la fine del trenino giallo diventi l’ennesimo caso di marginalizzazione urbana ignorata. Perché, in fondo, la questione non riguarda soltanto una linea ferroviaria dismessa, ma il diritto alla città di chi, ogni giorno , da quella periferia costruisce il proprio presente.

 

EMANUELE ATTURO E MARCO D’OTTAVI (Ultimo Uomo)

Facciamo tutti i giorni il tragitto Tor Pignattara-San Lorenzo e la prospettiva che il trenino chiudesse ci terrorizzava. Ci dicevamo che quando avrebbero tolto il trenino avremmo dovuto cambiare casa e quartiere, ma una parte di noi non ci credeva fino in fondo. Confidavamo che l’inettitudine romana al cambiamento, una sfiducia profonda nel portare a termine le cose, arrestasse i sogni alla radice. Non potevano chiudere il trenino: come avremmo fatto, tutti quanti? Le promesse di potenziamento del 105 suonavano vaghe come quando un amico ci dice «poi vediamo». Quando abbiamo visto sui social l’immagine del deragliamento, e poi lo abbiamo visto con i nostri occhi fermo vicino allo snodo di Porta Maggiore, abbiamo capito subito: quello che vedevamo era il cadavere del trenino. Eravamo già sicuri: non sarebbe mai più ripartito. Sappiamo come funziona questa città. Si procrastinano le cose finché non diventano inevitabili; si accompagna il progresso con mano malferma. Quel deragliamento era tutto ciò che l’amministrazione aspettava per far fuori il trenino per sempre. Col senno di poi ci siamo accorti che tutti quegli avvertimenti, quei vaghi piani di rinnovo, sono serviti per farci digerire la notizia mano a mano, preparare un distacco che non è stato comunque meno traumatico, perché ora l’orizzonte è incerto: quando torneremo a fare quel tragitto su rotaia? È possibile anche che non accada mai più, che la nostra vita cambierà prima o che il tempo di realizzazione della tranvia sarà così dilatato da diventare inutile. Moriremo prima di vedere la tranvia giapponese sfrecciare, utopica, fra le case abusive del quadrante est? Roma è spesso criticata per essere stagnante. È una città abbarbicata al passato, che rifiuta il progresso talvolta in modo grottesco. Quando è stato abbattuto il “ponticello” del Pigneto la notizia è stata accolta come una catastrofe. Quella però era una cosa folkloristica, affettiva. Stavolta la situazione è grave: non sappiamo più come muoverci. Senza il trenino tutta una serie di spostamenti è diventata più faticosa, in una città dove tutto è faticoso, soprattutto se ti sforzi di viverla in maniera civile. Le alternative al momento non sono affidabili e non c’è rimasto che farsi la bici o “farsela a fette”. Abbiamo anche pensato di usare le rotaie come tracciato, per velocizzare i tempi: tanto chi deve usarle? È una umile proposta, riprendiamoci almeno lo spazio fisico del trenino. Una serie di camminatori che ogni giorno percorrono le rotaie onorando la memoria del trenino, salutandosi con la mano come si fa in montagna quando si incrociano altri camminatori. Lui è morto nello snodo più magico del suo tragitto; nel punto in cui il serpente di metallo si infilava sgangherato tra i palazzi anneriti dallo smog, sotto al nastro di cemento della Tangenziale Est. Fatalisti come siamo, eravamo sicuri che sarebbe rimasto lì per sempre, che nessuno sarebbe mai riuscito a estrarlo dalle rotaie dissestate – come avrebbero fatto, ci chiedevamo. Sarebbe arrivato un elicottero a portarlo via legato a delle corde di acciaio? Lo avremmo visto volare sopra la città come la statua di Cristo nell’incipit de La Dolce Vita? Invece un giorno il cadavere del trenino è sparito, per andare chissà dove. L’hanno sotterrata, quella scatola di metallo incandescente d’estate e gelida d’inverno? Non sarebbe stato meglio lasciarla lì come un monumento della nostra incuria?

 

ISLAM (commerciante e residente)

Per Tor Pignattara c’era solo quello. Tanti dei nostri clienti arrivavano da Centocelle per esempio, adesso ci vuole il doppio, non possono venire qui, vanno da altri in zona anche se mi conoscono personalmente. Un mio collega va a scuola a Termini, ora non può più andarci perché con l’autobus ci mette più di un’ora e perde troppo tempo. Mio nipote anche, è capitato che perdesse la scuola perché ha aspettato un’ora l’autobus e poi si è bloccato a Porta Maggiore. Qui non puoi avere neanche la macchina: io prima lavoravo in un albergo come receptionist, non potevo andarci in macchina perché perdevo le ore fra traffico e parcheggio. Neanche la bicicletta perché la rubano! La lasci e un’ora dopo non c’è più. L’hanno rubata davanti a me un mese fa, lasciata fuori il negozio è passato uno e via. Prima dicevano che riapre, ora dicono che è chiuso proprio. Per ora non c’è nessuna abitudine solo disagio, non so come faremo.

 

FRANCESCO PACIFICO (scrittore)

Prima di vivere da queste parti la filiale della mia banca in cui andavo era in un quartiere più ricco, Piazza Bologna. Quando andavo in quella filiale, mi trattavano bene. Quando vado alla filiale del Pigneto, mi trattano male. E vedo che trattano tutti male. Questo fatto mi ha insegnato che meno è ricca una zona più chi se ne occupa la tratta con disprezzo e mancanza di cura. L’accesso al Pigneto, il cuneo dove cominciano la Casilina e la Prenestina, è una dimostrazione brutale di disinteresse per la vita nei quartieri meno ricchi. Anni fa, è stata modificata la circolazione in vista dei lavori della ferrovia. Da allora, si esce dalla Casilina a senso unico in scioltezza, ma è impossibile rientrare a casa dalla Prenestina.  Questa soluzione è stata data una volta per tutte e anche se la vita del quartiere è diventata un incubo, non è mai stata messa in discussione. Il traffico è aumentato in un modo così paradossale che sono cambiate le abitudini del quartiere. Se non sei costretto a uscire da Roma Est, non esci. Perché è impossibile rientrare. Più sei costretto a fare quel tragitto (in macchina o con i mezzi), più vuol dire che sei povero e meriti il disinteresse di chi governa. A Roma ci si eccita quando apre una cosa dall’aria milanese. Una speculazione elegante per nomadi digitali. Un finto ostello con spazio eventi. Distruggere la viabilità di una zona non ricca e non porsi mai il problema di risolverla deve rappresentare, per un politico, qualcosa di altrettanto eccitante. Come è bello vedere le foto degli spazi di lusso dev’essere bello vedere la gente impazzire perché non rappresenta un investimento altrettanto interessante. Non ho ancora detto niente del trenino, perché è facile considerare il trenino un feticcio di cui vendere la memoria nei locali di merda che aprono lungo la Casilina. Facciamogli il funerale, aprirà subito il posto per l’apericena. Al trenino giallo. Il punto è che la sospensione del trenino giallo capita in questo contesto. Quello dove la viabilità insensata che fa quasi da diga fra tre quartieri e il centro è data per immutabile, e dove, per chi fornisce servizi (pubblico o privato che sia), il disprezzo davanti alla massa non molto abbiente è chiaro come il sole di quelle mattine alla fermata del trenino che non torneranno più bla bla bla.

 

PHAIM BHUIYAN (regista di “Bangla” e “Bangla la serie”)

Cosa abbiamo in comune io, Noyz Narcos e Pasolini? Tutti e tre abbiamo avuto la fortuna di aver avuto il trenino in scena. Arriva su Bangla con la fermata di Torpignattara, arriva sul videoclip di Roma Zoo con la stazione di Centocelle, e arriva anche a Filarete, dietro a Franco Citti in Accattone. Se dovessi raccontare cosa ha rappresentato per me il trenino, lo farei con questa scena:

EST – FERMATA DEL TRENINO GIALLO – GIORNO

Due pischelli attendono il trenino giallo, nella trafficata fermata di Torpignattara

ER GALLINA

“A zi poi voi mette?”

CIPOLLINO

“Che?”

ER GALLINA

“Sul trenino non ho mai usato il biglietto, tanto i controllori non ce salgono mai”

Quest’ultima frase è un’emblema generazionale, per chi come noi figli di quartieri popolari, è stato lo spostapoveri per eccellenza che ha collegato il quadrante di est al centro senza dover sborsare l’euro e cinquanta. Anche se per un periodo c’è stato il rischio di doverlo fare, perché mi ricordo quando avevano messo i tornelli a Laziali, dovevi timbrarlo, e molti scendevano a S.Bibiana pur di non farlo, era una questione di principio. È stato un mezzo di trasporto iconico ma allo stesso tempo fatiscente, perché diciamoci la verità, d’estate non se poteva prendere, visto che non c’era l’aria condizionata, la puzza d’ascelle, le finestre che si aprivano mezzo si mezzo no. Eppure è rimasto sempre affascinante. Ho avuto la fortuna di prenderlo per 30 anni, i ricordi che mi porto dietro sono: le porte che si aprivano con una violenza inaudita, il tempo morto in cui rimaneva fermo a Porta Maggiore che sembrava infinito, la corsa che dovevi fare tipo Usain Bolt se lo prendevi pelo pelo alla fermata Filarete, il giallo iconico che prima era blu. Pensare che prima arrivava da Pantano o ancor prima da Fiuggi era una follia, ma ora i binari rimarranno vuoti per un po’. Tutte le persone sono tristi per la scomparsa del trenino, maledetto pezzo di ferro che ci hai fatto affezionare, evidentemente doveva andare così, non ci resta che attendere mentre ci toccherà sgomitare sul 105 in attesa di una nuova avventura.