Ad could not be loaded.

Rewire 2026: il racconto di Zero

Cosa abbiamo visto e cosa ci porteremo da questa nuova edizione del festival con base a Den Haag

Scritto da Nicola Gerundino il 22 aprile 2026

Foto di Alex Heuvink

Quest’anno il Rewire ha toccato forse la sua vetta più alta dal punto di vista della proposta artistica. Non solo per la quantità delle performance, ma anche per la loro qualità. Negli orari di punta c’è stata la possibilità di scegliere tra quasi una decina di live (più o meno) in contemporanea, cosa che ha aiutato a gestire gli afflussi, così come una grande mano l’ha data l’utilizzo massiccio delle sale dell’Amare, particolarmente capienti. Certo, non sono mancate le code, specialmente durante i primissimi live della giornata che già vedono centinaia di persone schierarsi all’ingresso della venue designata, avide di musica e di arte.

Aumentano le prime mondiali, i progetti creati ad hoc o commissionati da altri festival e da altre istituzioni di qualità assoluta (dal CTM alla Filarmonica di Parigi); aumentano le proposte esperienziali e multidisciplinari, come la magnifica coreografica bionica proposta dalla compagnia Chunky Move (con musiche di Gabber Modus Operandi e costumi di Future Loundry) o l’ambiente allucinato e allucinante in cui gli Asian Dope Boys si sono immersi per ore; aumentano anche gli esperimenti cinematografici, con musicisti che si ritrovano a collaborare o a omaggiare con registi internazionali e/o artisti contemporanei che lavorano con il video: Laurel Halo con le visioni oceaniche di Julian Charrière, Drew McDowall con Pedro Maia, KMRU con Nick Verstand, gli Xiu Xiu con il loro feticcio David Lynch, i Supersilent con il vincitore del Turner Prize 2019 Lawrence Abu Hamdan.

Proprio quest’ultimo live apre una finestra su un messaggio comune che durante questa edizione 2026 è stata tanto bello quanto doloroso da ascoltare. Tante sono state le testimonianze su conflitto globale che si espande e non trova pace, specialmente nelle zone del Medioriente, con un numero sempre maggiore di artisti che si ritrovano con le proprie famiglie sotto le bombe, se non addirittura loro stessi. Oltre alle devastanti immagini proposte da Lawrence Abu Hamdan e musicate dai Supersilent – ognuna delle quali rappresentava l’ultimo frame videocamere appartenute a giornalisti attivi nei territori palestinesi, prima che venissero colpite dal fuoco israeliano – sono state particolarmente cariche di amarezza anche le parole dei libanesi Sary Moussa (dal vivo in trio) e Mayssa Jalladdi (in prima mondiale assieme allo scandinavo Civilistjävel!). Quest’ultima, in una maniera tanto semplice quanto disarmante, ha ricordato al pubblico commosso della Lutherse Kerke quanto sia bello poter camminare per strada senza il rumore dei droni nell’aria, pronti a esplodere da un momento all’altro, o che esiste una sola grande verità da riconoscere: siamo tutte e tutti sotto lo stesso sole, e questo dovrebbe bastare per spingerci alla fratellanza, all’armonia e al rispetto reciproco.

Tornando alla musica, il giovedì si è contraddistinto per un meraviglioso doppio appuntamento con Caterina Barbieri: la prima mondiale di partitura eseguita dal vivo insieme all’ensemble ONCEIM, seguita da un live in solo più classico ed elettronico, con un intermezzo vocale delicato e corale, in cui la Barbieri ha dimostrato di avere anche una voce stupefacente. Ancora da rodare invece il duetto tra Suzanne Ciani e Actress. Il venerdì a essere stata epocale è stata l’esibizione di Sam Slater, dapprima melodico e introspettivo, accompagnato dal sassofono di Andrew Bernstein (degli Horse Lords), poi esplosivo e distruttivo con un grand ensemble al completo (Lucy Railton al violoncello, Maria W. Horn alla voce, Hillary Jeffrey al trombone, Petra Hermanova alla voce e all’autoharp e ancora Andrew Bernstein), il tutto accompagnato dai video del regista Lukas Feigelfeld. Commoventi le esibizioni dei Tortoise e di JJJJJerome Ellis, trascinanti quelle di YPY e Valentina Magaletti e Oneotrhix Point Never. Letteralmente una fucilata la combo tutta giapponese che ha visto il noise estremo (mutato poi in elettronica matta a 240 bpm) di ∈Y∋ (Boredoms) e del visual artist C.O.L.O.

Sabato la scena è stata tutta per il progetto The Silver Thread, capitanato da Shackleton e Waclaw Zimpel che, insieme agli indiani Siddhartha Belmannu e Giridhar Udupa, hanno dato vita a una trance psichedelica collettiva di un’ora, tra elettronica, jazz e musica tradizionale, strappando applausi e standig ovation. Non meno memorabile è stata la combo che ha visto Moor Mother ruggire insieme al trio Suma, e il post-punk algebrico degli Horse Lords, insieme ad Arnold Dreyblatt. Sempre una spanna sopra tutti la settantenne Kim Gordon, unica in grado di unire in maniera naturale ritmi trap a suoni wave e noise; sempre una certezza esplosiva il set di Slikback, al Rewire in assetto a/v supportato dalle immagini del visual artisti newyorchese Jacob Payne Barber. Della carezza amara di Sary Moussa abbiamo parlato sopra, così come dei Supersilent insieme a Lawrence Abu Hamdan e di Mayssa Jalladdi insieme Civilistjävel!, che sono stati tra gli highlight della domenica. Ultimo giorno che ha visto in rassegna anche una Juana Molina in forma smagliante, sempre a pieno agio tra loop di chitarra e voce, e un incredibile prima mondiale con protagonisti Okse e Billy Woods: un tandem jazzcore/hip-hop da perdere la testa. Arrivederci allora al 2027: mantenersi così in alto non sarà facile, ma il festival con base a Den Haag ha dimostrato di saper trovare e scalare montagne sempre più alte, pedalando a proprio agio come solo i migliori passisti sudamericani, abituai alle altezze e all’aria rarefatta delle Ande, sanno fare.