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Un milione di anni fa (o forse due)

Perché le venature del granito di Nextones sono ancora le headliner del festival.

Scritto da Carlotta Magistris il 3 luglio 2026

Marc Augé conia il concetto di non-luogo alla fine degli anni Novanta per descrivere aeroporti, autostrade, centri commerciali: si tratta di spazi senza identità, senza storia, progettati per essere attraversati invece che abitati. In soli vent’anni, l’elenco di posti da aggiungere alla definizione è diventato (spaventosamente) ipertrofico, e i festival sono dei candidati sempre più adatti ad entrare nella lista. 

Il meccanismo del festival contemporaneo mainstream ha infatti perfezionato una logistica dell’indifferenza al luogo: l’esperienza è costantemente ottimizzata per essere replicabile, scalabile, esportabile. Il territorio è una variabile residuale, gestita e spesso invisibilizzata per dare il maggior comfort possibile ai fruitori (o paganti).

Il Tones Teatro Natura è una ex cava di granito nella Val d’Ossola. Le sue pareti hanno assorbito decenni di esplosioni controllate, strumenti pneumatici e silenzio industriale: quella storia è ancora lì, nella roccia. Non un palco particolarmente comodo, non pensato per ottimizzare i flussi del pubblico, senza la scalabilità di uno stage modulare. Si tratta di un luogo che nel suo esistere ha subito una trasformazione violenta: svuotata, scavata, strappata alla montagna. Quella storia materiale è ancora leggibile nelle pareti, nelle stratificazioni e nella geometria irregolare che nessun set designer ha progettato. Non una venue con un’estetica interessante, ma uno spazio con una biografia che precede il festival di qualche milione di anni.

 

Site-specific è diventata un’etichetta generalista quasi quanto community o immersive. Si attacca facilmente a qualsiasi festival fotogenico o a qualsiasi live in una location non convenzionale che spesso trascura il vero punto del concetto, ovvero il dialogo reale tra l’opera e lo spazio. Ma c’è una differenza sostanziale tra un evento musicale ambientato in una cava e uno che quella cava la ascolta. Affianco a questo c’è anche la variabile del tempo. La cava porta con sé milioni di anni di formazione geologica, decenni di lavoro industriale, anni di silenzio post-dismissione, mentre la la performance dura una notte. Questo cortocircuito temporale quando funziona è uno dei dispositivi più potenti del concetto di site-specific: mette il pubblico simultaneamente davanti a due scale di tempo radicalmente incompatibili. La roccia non si muove, il suono passa, la luce rimbalza sulla pietra per qualche ora e poi sparisce. 

Il live AV è probabilmente il linguaggio che regge meglio questo dialogo perché lavora su entrambe le superfici. John T. Gast firma per questa edizione un live costruito specificamente per la superficie di quella pietra con un progetto luci sviluppato ad hoc per come la roccia riflette e assorbe. Carrier porta Rhythm Immortal in un A/V costruito insieme alla videomaker Riyo Nemeth che non porta una grammatica visiva generica, la negozia con quello spazio. Anche OKO dj porta un live con un aspetto visuale pensato per il luogo. Non è scenografia, è composizione nello spazio con lo spazio.

Il suono che sfrutta la risonanza naturale della cava non la riempie, la attiva.

Il suono che sfrutta la risonanza naturale della cava non la riempie, la attiva. La luce che rimbalza su quella parete non la decora, la interroga. C’è qualcosa di fondamentalmente diverso rispetto a ciò che accade quando proietti gli stessi visual su un LED wall da 20 metri in campo aperto: la pietra risponde in modo imprevedibile, e lì sta il punto. 

Nextones tiene saldo ciò che il circuito a tratti tende a rimuovere: l’idea che il luogo non può essere un contenitore neutro. Scegliere di costruire attorno a esso invece che sopra di esso fa ottenere qualcosa che nessun budget di produzione può comprare. Per questo il festival non comincia quando sale il primo artista internazionale nella cava: le escursioni agli Orridi di Uriezzo, le passeggiate sonore, le performance alle Terme di Premia e l’apertura nell’ oratorio medievale di San Marco a Veglio aprono l’esperienza. Il festival funziona come una ricollocazione dei sensi: ti porta in un territorio preciso, ti obbliga a attraversarlo fisicamente, e solo dopo ti mette davanti alla musica. 

Mentre ci abituiamo a partecipare a tutto senza abitare niente e la cosa più interessante è sempre quella che non sei riuscita a fare, la mia sensazione è che l’uniformità della percezione e della produzione di eventi e contenuti vadano di pari passo: quello del partecipare a qualcosa pensando a quella dopo, senza reale attaccamento all’immanenza. Forse un giorno ci stancheremo di tutto questo, oppure perderemo la capacità di concepire un’alternativa.

Per ora accarezziamo la pietra e prendiamoci quello che rimane dello spazio che abitiamo. C’è qualcosa di dolcemente anacronistico nel costruire l’identità di un festival a uno spazio geologico così definito e irreplicabile. Edizione dopo edizione, andiamo, stiamo, ce ne andiamo da lì, abitando quella pietra millenaria per una frazione di secondo. Che resta lì, quando tutti se ne sono andati.