Ad could not be loaded.

Breve dialogo tra un Museo e un Buffalo

Abbiamo chiesto al direttore del MACRO, Luca Lo Pinto, e al curatore di Buffalo, Michele Di Stefano, di raccontarci le loro sensazioni alla vigilia dell'edizione 2021 della rassegna dedicata alla coreografia performativa

Scritto da Nicola Gerundino il 10 giugno 2021

Foto di Renzo Zuppiroli

Destino ha voluto che due visioni felicemente inconsuete si incontrassero per l’edizione 2021 di Buffalo, appuntamento annuale nato da una collaborazione tra Teatro di Roma e Palaexpo, ormai tra i più interessanti del panorama cittadino per proposta e ricerca. Da una parte la visione “editoriale” del museo di Luca Lo Pinto, direttore del MACRO, con una programmazione articolata per rubriche, dall’altra l’idea di “non rassegna” di Michele di Stefano, il curatore di Buffalo, alla quale si sostituisce quella di “sistema generativo in cui ogni oggetto vive della porosità dei suoi confini”. Una sinergia tutta giocata sulla capacità di ridefinirsi costantemente e di aprire le maglie del confine tra il dentro e il fuori. Alla vigilia dell’evento, abbiamo chiesto a entrambe di raccontarci le loro sensazioni e i loro pensieri. Biglietti disponibili su vivaticket.com

Luca Lo Pinto. Foto di Giovanna Silva
Michele Di Stefano. Foto di Elio Castellana.

Inizierei questa intervista chiedendo a Michele Di Stefano una sua introduzione alla nuova edizione di Buffalo: le parole chiave, le idee cardine, la scelta delle compagnie, la necessità di doversi confrontare con due luoghi diversi tra loro come il MACRO e l'Istituto Svizzero.

Questa seconda edizione di Buffalo ha uno strano legame con il concetto di “intimità”, la condizione del corpo che si avventura oltre il desiderio di prossimità, che meglio di tutte sa scovare nella profondità più nascosta lo spazio aperto della relazione. Le artiste e gli artisti in programma incarnano la vulnerabilità che questo essere intimi sottende e i lavori che presentano sono tutti malleabili, ripensati per l’occasione, esposti. Buffalo non ha una ambizione da rassegna, è piuttosto un sistema generativo in cui ogni oggetto vive della porosità dei suoi confini. Ci affidiamo soprattutto al pensiero coreografico, senza limitazioni generazionali o di stile o di medium; la coreografia è ovunque, pervasiva, sonora, visionaria. Anche nel protocollo necessario della cronologia di programma – fatto di due percorsi che si intrecciano – molte cose accadono oltre e a lato ed è dunque ancora possibile perdersi, dislocarsi, sentire un respiro più ampio del singolo oggetto performativo.

A Luca Lo Pinto come prima cosa chiederei invece come il MACRO si sta preparando ad accogliere questa esperienza, che si lega con coerenza alla visione multimediale e multidisciplinare del museo che abbiamo già conosciuto, ma che è comunque una novità rispetto alla programmazione finora proposta.

“Museo per l’Immaginazione Preventiva” vuole essere, fin dalle premesse del progetto, una piattaforma aperta a questo tipo di esperienze. Siamo quindi felici di sperimentare insieme a Buffalo la possibilità di esplorare e offrire al pubblico nuove letture del museo, dei suoi spazi e dei suoi contenuti. La scansione editoriale della programmazione, articolata per rubriche, è una griglia pensata per consentirci questo tipo di digressioni, mettendole al tempo stesso in relazione con l’impianto del museo. Dopo i mesi difficili che abbiamo attraversato, che hanno colpito i musei e ancora di più le arti dal vivo, credo sarà un’occasione importante per invitare il pubblico a riappropriarsi degli spazi del MACRO in una modalità inedita e ridare ai corpi – sia dei performer che del pubblico – una centralità.

A entrambi chiedo una considerazione generale su luoghi e contenuti dell'arte: un evento come Buffalo ci dice che l'ibridazione e la mutualità devono essere categorie d'azione permanenti, per una compagnia come per un museo, per un teatro come per un artista visivo. Insomma, ormai è necessario pensare quotidianamente per membrane e non per barriere.

MDS: La danza non fa altro che interrogarsi costantemente sul rapporto della sostanza corporea con il fuori da sé, sulla possibilità di generare ambiente, sulle categorie del molto vicino e del molto lontano. È una condizione acquisita della contemporaneità, che mette il corpo al centro anche per la sua sensibilità nei confronti delle linee di confine, che sono in realtà zone vastissime, piene di confusione e per questo piene anche di invenzione. Siamo in un luogo che ha scelto il polipo come animale guida e simbolo di comunicazione, per cui non posso non pensare alla meravigliosa capacità metamorfica della sua pelle, alla qualità cangiante del suo apparire e sparire epidermico. Il passaggio da una idea più conservatrice di esposizione a un atteggiamento processuale, immaginativo – che chiama artisti e pubblico nello stesso territorio scosceso – è una dinamica che sento condivisa tra chi si occupa di cura e di creazione in questo momento in alcune aree incandescenti della città.

LLP: Penso che questa sia una delle principali sfide che un museo di arte contemporanea deve affrontare oggi, ed è molto stimolante che questa ricerca avvenga “sul campo”, proprio attraverso collaborazioni come quella in atto con Teatro di Roma, così come tra le diverse sedi di Azienda Speciale Palaexpo o altre realtà anche esterne alla città. Per “Museo per l’Immaginazione Preventiva” questa è una predisposizione che nasce già dall’interno, attraverso le sue diverse sezioni pensate per ospitare una molteplicità di linguaggi e concepire il museo stesso come un corpo “performativo”. Penso sia un percorso di ridefinizione necessario e fondamentale per rendere un’istituzione viva, capace di adattarsi costantemente alla realtà che la circonda.

Buffalo nasce come creatura romana, una sinergia, appunto, tra Palaexpo e Teatro di Roma che si riversa poi nei luoghi della città. Qual è lo stato dell'arte della scena di Roma, specialmente per quel che riguarda il mondo del performativo?

MDS: Nello specifico che mi riguarda, e senza troppi giri di parole, è la prima volta in tanti anni che la compagnia con la quale lavoro è associata a un teatro, nello specifico il Teatro India con il progetto “Oceano Indiano”, il che vuol dire potersi pensare alla luce del sole non solo come prodotto, ma come processo creativo, finalmente con l’orizzonte di un territorio riconosciuto e sostenuto di scambio dove misurarsi con la ricerca, con gli altri, con il pubblico in un atteggiamento nuovo. Vivere e osservare una tale intensità nell’edificio teatro, avere il privilegio di tenere un laboratorio di fronte a partecipanti retribuiti come è stato nel recente progetto “Fondamenta”, essere non più la controparte ma il tessuto connettivo di una spinta vitale, sentire la vicinanza, sentire la responsabilità: tutto questo è stato creato da persone in risonanza, nel momento giusto al posto giusto. Ma non portiamo nessun gonfalone territoriale, piuttosto una voglia di trasformazione più ampia e necessaria a partire da dove siamo.

LLP: Mi sembra che Roma stia vivendo un momento felice, non solo dal punto di vista dell’offerta, ma della capacità di produrre e intercettare la presenza di tanti artisti e anche di un nuovo pubblico a livello generazionale particolarmente predisposto a quella commistione tra i linguaggi che caratterizza la contemporaneità. Spero che ora sarà in grado, con le specificità e complessità che caratterizzano questa città, di metterlo a sistema e credo che in questo le istituzioni culturali possano giocare un ruolo importante.

Ancora una domanda per Michele: stai già immaginando l'edizione 2022 di Buffalo? In che direzione immagini che andrà?

Andrà nella direzione che abbiamo intrapreso, che è quella dell’aperto, della dislocazione, della consapevolezza di sinergie. È un percorso appena iniziato, che convoca a rendere ancora più emozionante l’appuntamento col pensiero e la pratica corporea, e che cerca relazioni extraterritoriali, formati e durate sperimentali, grande lucidità fisica, fiducia totale nel corpo. Ed è un percorso di mescolamento, mi piacerebbe che lo fosse sempre di più; lo è già ora, grazie alla grande complicità con artiste e artisti, grazie allo sguardo e all’intenzione solida di quelle figure che hanno reso possibile questa politica di incontro: Francesca Corona, Cesare Pietroiusti, Luca Lo Pinto, Joelle Comé, Giorgio Barberio Corsetti. È importante. Senza pluralità Buffalo non esiste e la pluralità è una conquista, un altro esercizio di dislocazione, questa volta dell’io.

Allo stesso modo, chiedo a Luca la sua visione sul futuro prossimo del MACRO, anche rispetto a collaborazioni sul modello di Buffalo.

Prima di tutto spero che questa collaborazione con Buffalo possa avere una continuità nel futuro perché fondata su una sintonia e una sensibilità condivisa rispetto a un certo tipo di ricerca. Il futuro più prossimo del Museo è la sua programmazione estiva, che parte in questi giorni con un’altra contaminazione, in questo caso rivolta alla sperimentazione musicale. A breve infatti apriremo “Enstasi”, progetto monografico dedicato a un’artista pioniera dell’elettronica come Franca Sacchi nella sala dedicata all’ascolto di musica sperimentale. L’omaggio alla Sacchi dà avvio a una serie di mostre che aggiorneranno progressivamente i contenuti di tutte le rubriche del museo, creando al suo interno un continuo movimento tra temi, linguaggi e protagonisti diversi.