DJ Henry

Il fascino senza tempo delle sottoculture

Scritto da Chiara Colli il 18 novembre 2015
Aggiornato il 16 ottobre 2017

Definirlo soltanto un dj è riduttivo. Divulgatore e agitatore culturale, piuttosto. Appassionato e profondo conoscitore dell’underground – che si tratti di musica ma pure di calcio balcanico, un’altra delle sue passioni – Enrico Lazzeri alias DJ Herny è un’istituzione a Milano: nell’ambito della cultura mod, ma anche di un’ampia fetta di popular music che va dagli anni 60 ai giorni nostri. Shanty Town, Milano Mods, Rollin’ and’ Tumblin, La Società Psychedelica: difficile non abbiate mai sentito il fruscio di un suo 45 giri se frequentate concerti e serate a Milano. Henry non è solo un manuale di storia della musica, ma pure un esempio in quanto attitudine e amore profondo verso le sottoculture. In una lunga intervista telefonica, ci ha raccontato della sua formazione, della Milano in cui è cresciuto, dell’interesse per “un certo tipo di calcio” e di come trasformare una passione in professione. Mantenendo sempre viva la curiosità e lasciando possibilmente a casa l’ego.

ZERO: Come è iniziata la tua passione per la musica?
DJ HENRY: Ho avuto la fortuna di essere stato precoce, da adolescente entrai in contatto con una crew di freakkettoni tramite il fratello minore di uno di loro, che era in classe con me. Andavano ai concerti e cominciarono a portarmi dietro, era la metà degli anni ’70 ed ebbi modo di vedere un sacco di live e formazioni di culto, le ultime fasi di quel rock elefantiaco prima che il punk desse lo scossone. Il primo concerto che ricordo è quello dei Popol Vuh alla Statale (correva l’anno 1975, NdR), dove venni trascinato e rimasi folgorato. Fu uno dei punti più alti degli anni ’70, che sono stati indimenticabili… Anche se, in realtà, per sdoganare il krautrock ci sono voluti 20 anni, con il post rock: allora si conoscevano bene la California e i gruppi inglesi, ma se parlavi di krautrock eri un alieno! Ero avanti perché mi sono trovato in una congiuntura fortunata di conoscenze personali, il mio merito è stato quello di appassionarmi.

È stata quindi la musica sperimentale tedesca degli anni 70, il cosiddetto krautrock, a essere uno snodo fondamentale per la tua formazione, una sorta di primo amore?

Questo immediato interesse per il krautrock – a memoria credo che il primo disco che ho comprato sia stato proprio Wolf City degli Amon Düül II – mi ha abituato fin da subito a un concetto free form della musica, del quale ho trovato anni più tardi una specie di apoteosi nella struttura allargata del free jazz. Il krautrock è stato il primo approccio a un’idea libera alla composizione, per via dei suoi forti schemi improvvisativi, e mi aveva già predisposto verso un’attitudine alla curiosità e alla sperimentazione. Credo sia per questo che dentro una sottocultura come quella mod, che abbraccia più stili musicali, mi sono ritrovato con lo strumento adatto per intercettare, anche in uno spazio ampio, tutto ciò che poteva essere considerato modernista nel corso delle varie decadi. Anche nei Chemical Brothers o nei Beastie Boys puoi trovare un approccio modernista nei suoni, per non parlare di certo hip hop. La sottocultura mod, abbracciando più stili, permette di scoprire sempre cose avveniristiche.

Ti ricordi episodi determinanti per farti intuire che la musica non sarebbe stato solo un hobby nella tua vita?

Dopo l’esplosione del punk arrivò la wave e uno dei ricordi più belli che ho – a questo punto vissuto in autonomia, ricordo che compravo già le riviste di settore – è stato il live di Siouxsie and the Banshees in piazza Vetra, insieme a Mink DeVille e Echo And The Bunnymen. Era il 1982. Un altro concerto che cito sempre tra i più importanti della mia vita, come neofita che aveva però già una passione smodata per la musica, sono stati i Police al Palalido con i Cramps di spalla. E poi c’è stato l’incontro con il dj che mi ha cambiato la vita, sebbene non abbia mai lavorato con lui: Vaughan Toulouse. Era il 1984 e lo sentii mettere i dischi prima degli Style Council al Teatro Tenda. Nella sua musica c’era questo suono soul oscuro e underground, che solo col tempo capii essere northern soul. Una colonna fondamentale della mia vita, quella notte mi si è aperto il mondo. Uscii da quel live col cuore in gola, perché volevo sapere cosa fosse quel suono pazzesco che avevo ascoltato e non conoscevo. Fu una folgorazione.

Oltre a essere un profondo conoscitore di questo suono oscuro che ha scaldato i dancefloor di mezzo mondo, uno dei tuoi moniker è proprio MilanoMods, cultura – quella mod – legata a doppio filo col suono northern soul.

In quegli anni a cavallo tra ‘70 e ‘80, sull’onda del film Quadrophenia, la cultura mod dall’Inghilterra arrivò in tutta Europa, avviando la storica scena del cosiddetto mod revival. Il fenomeno a quel punto non era più legato solo alla fase mod classica del ’64, ma si andava contaminando con il punk: per questo aveva una grande urgenza, un approccio dinamico, dettato dal miscuglio di punk e pop che poi diede vita al power pop. Il mod revival aveva un legame con l’età classica del mondo mod, quello dei sixties, ma a suo modo era totalmente nuovo, come lo è stato il brit pop o l’acid jazz, tutte fasi nuove del mondo modernista che andava rinnovandosi.

Questa ondata, unita al punk, come ha trasformato Milano?

Negli anni 80 a Milano c’era un grandissimo fermento: club, locali, un mondo vivo legato alla sottocultura che si sviluppava in via Torino alle Colonne di San Lorenzo e poi alla Porta Ticinese, che era una sorta di Carnaby Steet. Era un po’ questa la grande novità rispetto all’assetto monolitico che c’era prima dell’esplosione del punk, dove avevi o il freakkettone erede di una mentalità hippie o chi lavorava in un contesto fortemente politicizzato – quelli che andavano ad ascoltare gli Area, ad esempio, erano persone fortemente legate alla politicizzazione della musica. Il punk ha creato uno scossone generale e azzerato questo tipo di approccio settario.

In termini pratici, com’era la situazione delle serate e dei club?

Se nel momento dell’ascolto, della costruzione e della conoscenza in quegli anni le sottoculture erano comunque separate e non c’erano vere e proprie interazioni, quando si andava al club – ricordo ad esempio il No Ties in Foro Bonaparte o il Viridis a San Giuliano Milanese – i dj mettevano un minestrone di suoni nuovi: potevi trovare wave, neo rockabilly, il suono mod ‘79, a volte il soul e la Motown.
viridis
Più anime andavano a convivere nella stessa notte, sotto il calderone wave passava un po’ tutto, anche perché non c’erano ancora le possibilità di avere ognuno la propria serata. Ricordo anche un altro club, il Motion a Madone, in provincia di Bergamo, che era famoso per queste serate underground che mettevano insieme un sacco di sottoculture.

“Sottocultura” è un termine a cui sei molto legato, una traccia che ha guidato e guida ancora oggi la tua ricerca. Credi che oggi ci sia ancora spazio per forme di “cultura alternativa”?

Il concetto di sottocultura, oggi, è molto sfumato perché si rischia da un lato di avere un approccio museale alla musica – e quindi non renderla materia viva – e dall’altro di contaminarsi troppo, di perdere la propria connotazione se si è troppo sperimentatori, alla luce della vastità di input che ci offre anche la rete.

Mods
Mods… A Milano
Direi che le sottoculture, oggi, vanno prese non più come fenomeno antagonista, ma come fenomeno culturale in senso più ampio. Ancora oggi, comunque, se dovessi collocarmi in una sottocultura sarebbe sicuramente quella mod.

Come è iniziata la tua attività di dj?

Il mio primo lavoro è stato come dj radiofonico, era il 1979 e – sempre grazie a queste persone che avevano una forte aderenza con la musica in città – mi trovai ad avere un piccolo spazio di 15 minuti in una radio che si chiamava Radio Lombardia, che non ha niente a che vedere con l’attuale radio omonima. Era una radio legata al partito comunista, il mio spazio era dedicato alle novità del punk inglese e americano.

Quindi eri già orientato a scoprire musica nuova e sotterranea. Ma allora come recuperavi le novità internazionali?

C’erano già negozi di dischi che lavoravano con l’import, Zabriskie Point – che ha avuto varie sedi, ma quella storica nel periodo punk wave era in Galleria Arcimboldi. Andavo da Disco Club, sotto la metropolitana Cordusio, esisteva già Buscemi e c’era già un grosso fermento presso i negozianti di dischi, perché rispetto alla metà degli anni ’70 il mercato era meno bloccato, iniziavano a esserci un po’ di riviste musicali specializzate – prima quelle storiche dei freak, Muzak e Gong, e poi soprattutto Rockerilla e Il Mucchio Selvaggio: la comunicazione e l’informazione cominciavano a essere un po’ più alla portata di tutti.

Con la rete e le informazioni fin troppo in abbondanza alla portata di click il meccanismo, probabilmente, è quello di affievolire la curiosità delle persone, o quantomeno renderci ascoltatori e lettori meno arguti. Quale è stato secondo te il momento in cui l’equilibrio tra offerta musicale e informazione è stato quasi perfetto?

Negli anni ’80 il mercato legato alla distribuzione stava cambiando e si stava aprendo, ma se non andavi nei negozi giusti non è che trovassi tutto… E l’underground che avevano era comunque quello recensito sui giornali. La fase di massima, che proiettava verso la rete, è stata la metà degli anni ’90, momento di esplosione della comunicazione che ha poi trovato il suo exploit, con pregi e difetti, nella rete. A quel punto, il mercato era davvero soddisfacente. Tu pensa al grunge, che pure ha avuto nomi altisonanti ma del quale si faceva ancora fatica a conoscere le band di culto o quelle che avevano preparato la scena. A fine anni ’70, ma anche negli ’80, non si era neanche a conoscenza di quanto fosse grande il movimento punk e wave in America o Inghilterra, conoscevi solo la punta dell’iceberg.

Ti ho fatto divagare, torniamo al tuo percorso come dj…

Ho continuato a fare sporadicamente radio, con programmi sulle frequenze di Radio Lupo Solitario e Radio Musica a Rogoredo, mi capitava spesso di essere ospite su Radio Popolare, nella trasmissione Shout! di Gianni del Savio, e nel frattempo avevo cominciato a scrivere su Buscadero. Tra la fine degli anni ‘80 e inizio dei ‘90 ero diventato comunque anche dj di sala. A parte le prime serate formative – quelle fondamentali come palestra, in cui si può rischiare di commettere errori – le prime serate vere e proprie che ho fatto, con un’aderenza alla città e una promozione, sono state al Container. Si trattava di un locale che ha promosso un sacco di eventi underground, credeva molto nei suoni black e insieme a un altro dj pensammo di mettere su una grande serata rock che fosse diversa da quella più classica che si faceva al Rolling Stone, dove le scalette erano sempre le stesse. Credevamo fortemente che in una serata un po’ più di nicchia si potesse osare su un patrimonio rock più vasto: non si trattava di scovare nomi incredibili, ma mettere brani anche di gruppi famosi che non erano sfruttati. Ti faccio un esempio: anche al Rolling Stone si sentivano i Led Zeppelin, come da noi, ma magari sempre Immigrant Song! Tieni poi conto che chi ha vissuto, anche di rimando come me, la musica degli anni ’60 ha avuto modo di scoprire che ci sono dei gruppi cerniera tra quella decade e il punk. Se in una serata metti Who o Kinks, poi puoi andare agli Undertones, ai Buzzcocks, ai Pistols, ai Clash… In questo modo stai facendo un percorso nel tempo coerente, perché hai creato un ponte. Del resto, il punk fu un grandissimo scossone ma musicalmente si rifaceva all’urgenza dei sixties.

So che per te sarà lusinghiero, ma la consapevolezza che hai della storia della popular music e dei suoi legami più o meno sotterranei mi ricorda parecchio un dj che anche chi non frequenta il dancefloor conosce, Andrew Weatherall. Nel tempo, che metodo ti sei costruito per stare dietro alla consolle, facendo divertire le persone ma senza mollare mai questo enorme bagaglio di cultura musicale che hai messo insieme negli anni?

Innanzitutto bisogna avere bene in mente la concatenazione dei suoni negli archi temporali. E poi è importante saper scegliere nella mente, sul momento, dei brani che abbiano una sequenza di suono, di battuta e tonalità omogenei. È fondamentale saper guardare la pista e riconoscere i segnali che manda: la pista è un corpo vivo che cambia continuamente, quando il pubblico desidera un cambio di marcia, e questo le persone te lo chiedono trasmettendolo attraverso i loro volti, devi saper usare dei pezzi ponte. Non è che puoi cambiare all’improvviso. I pezzi ponte abituano il pubblico a questo cambio… Per questo in consolle non ci deve essere nessuno a rompere le scatole: il dj deve guardare i volti delle persone, che mandano dei feedback. Se guardi le persone mentre ballano capisci tutto. Ed è chiaro che un dj deve sempre avere dei pezzi che permettano dei passaggi.

C’è stato un maestro che ti ha aiutato a capire queste nozioni base, che in realtà così scontate tra chi mette i dischi oggi non sono?

Il mio maestro di consolle è stato Franz di Rimini (Francesco Lisi, NdR), dal quale ho imparato una delle tecniche fondamentali: un dj può cambiare veramente le carte in tavola, può e deve, se necessario, osare e scombussolare i tasselli, purché quel genere che va a mettere abbia comunque un gancio con quello che stava facendo prima. Cambiare le carte in tavola è una prerogativa importante per un dj, ma va fatto con cognizione del suono che si sta maneggiando, è un tipo di intuizione che ognuno sviluppa secondo la propria sensibilità.

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Prima volta dei Litfiba allo Slego 26.02.1982, artwork e © G.T. Garattoni
Franz lavorava in un localo storico, lo Slego di Viserba di Rimini, un club importantissimo per tutto il mondo wave, neo garage e psichedelico.
Ho imparato da lui che alcuni jolly li puoi giocare in certi momenti giusti della serata. Ti faccio un esempio di archi temporali diversi ma omogenei: pensa ai Velvet Underground, quindi gli anni 60, e ai Sonic Youth: puoi passare da un nome all’altro senza creare scompensi, è un’idea di salto temporale in cui c’è un intervallo di tempo notevole ma è come se la seconda avesse incubato la prima.

Negli ultimi anni, ai tuoi vari moniker come dj, si è poi aggiunta l’attività con La Società Psychedelica. Quando è nata e che corso ha avuto?

Ho sempre avuto una passione per la psichedelia, intesa come attitudine. La Società è nata nel 2006 come moniker e Myspace è stato il mezzo tecnico che mi ha permesso di lavorare attorno a questa idea, attorno alla convinzione che la psichedelia non fosse un genere musicale ma un atteggiamento, che erano state progressivamente rotte le barriere di appartenenza. Myspace mi aveva permesso di far diventare quella pagina un grande aggregatore di band mondiali che apparentemente sembravano divergenti, ma che avevano dei forti contenuti psichedelici, sia che fossero un gruppo con influenze etniche, industrial, dark, con derive ambient, stoner o metal, che facessero folk mistico e visionario o trip hop – a mio parere una delle fasi più innovative della psichedelia, verso la quale Bristol ha creato un vero e proprio approccio. Allora avevo però tre moniker con cui facevo il dj, Shanty Town (la serata tra reggae e northern soul che ha trovato la sua esplosione al Biko, NdR), MilanoMods (contenitore di tutta la filosofia mod, dagli anni 60 al brit pop, NdR) e Rollin’and’Tumblin (dedicata a rock’n’roll, rnb, boogie, NdR) e non avevo tempo per trasportare la Società dal virtuale al reale. E forse fu meglio così, perché probabilmente i tempi erano ancora propizi solo per aggregare energia e non per farne una serata.

A un certo punto però, qualche anno fa, questo periodo di incubazione è finito…

Sì, circa tre anni fa ricevetti un’email da Davide Zolli, allora batterista dei Mojomatics e oggi della Squadra Omega, che stava per trasferirsi stabilmente a Milano. La tempistica fu perfetta, il nome esoterico del progetto gli piacque molto e fin da subito la parte live della Società è stata in mano a lui.
La-Società-Psychedelica
Davide mi ha aiutato a dare energia a questo progetto, sviluppando il format di una serata in cui il live non è un corpo morto, prima e dopo del quale non ci sono fasi interessanti della serata. Quello a cui volevamo dare forma era anche un’idea di club, un flusso di coscienza: quando entri senti già psichedelia, poi c’è il concerto e poi la parte clubbing, così che anche il gruppo non si trova a suonare in una situazione avulsa, ma è parte di un’idea più organica. Credo che oggi il nostro obiettivo sia raggiunto, in quanto La Società Psychedelica è considerata per il live ma anche per il format, perché le persone sanno che ci sarà una bella situazione.

Quali sono, aldilà di questa fondamentale idea di flusso di coscienza, le peculiarità della serata? Ricordo che più di un paio di anni fa, proprio agli inizi del progetto, avevate portato a Milano Jacco Gardner: non che nel frattempo sia diventato “famoso”, però come scelta denotava l’attenzione alle novità e la capacità di individuare rapidamente quelle buone.

Un aspetto fondamentale è che non si tratta di una “serata museo”, non è una serata revivalistica, ma fresca, perché assolutamente connessa con lo sviluppo del concetto di psichedelia nei nostri tempi. Può suonarci un gruppo etno, ambient, stoner… Per dire, uno dei primi nomi che già un paio di anni fa avevamo provato a portare a Milano, prima che diventasse un trend, era Bombino, ma il cachet era già proibitivo.
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E a questo tipo di attitudine si aggiunge l’aspetto visivo, che abbiamo inglobato nelle serate. Un’altra peculiarità è l’uso dei 45 giri, un modo per divulgare un suono su un supporto che fa sì la differenza – perché impone ricerca, sacrificio, la costruzione di un percorso personale, non è una cartuccia di proiettili come può essere una valigia piena di cd. Lavorare con i 45 giri significa portare il proprio percorso personale, un ventaglio limitato di suono che non è clonabile. Il cd o il computer hanno un effetto uniformante: se io compro delle raccolte e tu compri le stesse, non c’è la sensazione che tu abbia avuto un percorso diverso dal mio… Esattamente l’effetto contrario del 45 giri che, invece, ha solo una facciata A e una facciata B. Da questo punto di vista, è forse l’unico elemento didascalico che ha la Società, la volontà di usare un supporto che faccia anche cultura. Una scelta che per qualcuno può essere considerata un elemento di folklore, ma che a mio parere dà alla serata un’impronta originale e implica il fatto di lavorare con maggiore consapevolezza.

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Ti capita di andare ad altre serate a Milano?

Sai, per fare questo mestiere nella vita è importate avere un’innata forma di umiltà, che ti fa capire che è la musica a comandare il gioco, in quanto scibile vastissimo, e non tu. Capita a volte che anche dj emergenti – magari improvvisati o che non lavorano bene – abbiano quel pezzo, quel colpo di genio che se lo porti nella tua struttura completi un percorso, aggiungi un altro tassello. Magari il neofita ha quel pezzo che non hai e che può essere utile per completare il tuo quadro. È per questo che è importante ascoltare sempre tutti. A Milano ci sono locali, penso ad esempio al Biko, con un ventaglio di serate notevoli; aggiungo anche il Lo-Fi e Macao, che con Communion sta sviluppando un’idea molto artistica in città dell’incontro tra psichedelia ed elettronica. Occorre sempre andare alle serate spogliandosi un po’ del proprio schema mentale e dei propri pregiudizi, altrimenti non ci si accorge di quanta innovazione ci stanno mettendo alcuni… E poi magari te ne rendi conto dopo anni. Ti faccio un esempio: tempo fa, andai a sentire un dj tedesco di afro funk, Frank Gossner, che fece una selezione incredibile; quando uscii dal locale, la prima cosa che sono andato ad ascoltarmi è stata la techno di Photek e Roni Size, perché in quell’afro funk ho riconosciuto dei pattern che si sono riversati nella techno… Ma se non ci fosse stato lui, quella sera lì, questo gancio mentale avrei fatto fatica a farlo.

Oltre alla musica, dal tuo profilo facebook mi è parso di capire che hai un altro grande interesse, che a suo modo conferma la fascinazione, in generale, per le sottoculture: il calcio balcanico. Da dove arriva questa passione?

(Risate, NdR) Sì beh, come nella musica non ci sono mica solo i Beatles e gli Stones! La mia passione per questo tipo di cultura molto underground arriva da un primissimo viaggio che feci nel 1978 in Yugoslavia, quando c’era ancora la Cortina di ferro. Andai per qualche anno consecutivo, fino all’81, e scoprii un mondo sul quale qui arrivavano poche notizie, giusto tramite TeleCapodistria – che era comunque una tv italianizzata. Soprattutto quello sotto la Croazia era un mondo dall’approccio fortemente diversificato, anche per quanto riguardava il calcio, e scattò una passione quasi irrazionale. Tu pensa che una città come Belgrado ha più di 30 squadre di calcio. Se poi studi l’origine di queste squadre, diventa un pretesto per approfondire anche l’origine socio-demografica di quella città, perché vai a conoscerne anche la connotazione del territorio, a partire da quello attorno ai quartieri. E poi i nomi, il simbolismo, l’iconografia rimandano ad aspetti strettamente legati alla tradizione e alla cultura orale di quella zona, quindi è un mondo diversificato e soprattutto molto interetnico. Un mélange di lingue ed etnie che crea diversità, curiosità, un magma sempre in ebollizione. Pensa solo alla Bosnia, che al suo interno ha tre mondi etnici – quello croato, serbo e musulmano – quanta sperimentazione, quanti incroci di culture permette di fare. È questo che mi ha in particolare affascinato.

Yugoslavia 1974
Yugoslavia 1974

Sono quindi quasi 40 anni che segui il calcio balcanico. Come si è trasformata questa passione, in relazione alle trasformazioni dei mezzi di informazione e del tessuto socio-politico?

Il calcio lo seguivo fin da quel primo viaggio, per quello che poteva arrivare, con TeleCapodistria, che faceva vedere anche il campionato e la coppa. Ovviamente negli anni, quando sono arrivate più informazioni, anche con la rete, ho sviluppato una conoscenza molto più verticale. La guerra ha creato un’esplosione delle singole Repubbliche in Stati, allora lì avevi ancora più materia perché erano emerse molte più squadre che prima erano relegate in terza e quarta fascia. In un certo senso, la guerra ha fatto emergere realtà ancora più marginali.
ticket football
Un punto fondamentale è che lì l’ambiente è ancora fresco, molto legato all’aspetto orale, andare a una partita è come negli anni ’50 e ’60, è un calcio poco competitivo anche a grandi livelli – compreso nel calcio croato, che avrebbe più possibilità – e questo perché sono rimasti a un’idea di calcio pre-intervento della grande finanza in questo sport.

Questa passione per il calcio intesa come sottocultura o comunque come espressione della cultura popolare è diventata, negli ultimi anni, anche una trasmissione radiofonica, C’era una volta O Rei. Ce ne parli?

C’era una volta O Rei è un programma nato qualche anno fa, che va in onda ogni giovedì dalle 15 alle 17 sulle frequenze di Radio Milan Inter e che parla del calcio in relazione alle tradizioni delle persone e alla loro vita quotidiana. Il modo di approcciare il calcio è completamente diverso da ogni trasmissione calcistica, soggetta a meccanismi connessi all’audience o alla vendita di spazi pubblicitari; il nostro punto di vista è legato ai valori della strada e le tematiche centrali sono connesse alle tradizioni della gente, alle peculiarità e diversità autoctone, il calcio è visto come espressione della cultura popolare e quindi ha un legame forte con le storie particolari dei singoli individui. Devo dire che in un certo senso questo programma ci è sfuggito di mano, negli ultimi tempi è letteralmente esploso.

Football meets Psychedelia
Football meets Psychedelia

Per chiudere, ci dai tre consigli per chi volesse diventare dj?
La prima cosa da fare è lavorare nella verità, deve essere un percorso legato all’attitudine e alla passione. Il dj non può essere fatto per scopi strumentali di altro tipo, come apparire o rafforzare la propria immagine. È necessario lasciare assolutamente perdere l’ego e lavorare sull’attitudine. In secondo luogo, bisogna imparare a guidare il pubblico senza la presunzione di non ricevere da esso alcun feedback. Pubblico e dj interagiscono, il primo comunica al secondo mentre balla, quindi è necessario saper osservare la pista per far vivere una reale situazione di felicità. Infine, è necessario trovare il più possibile il proprio suono. Si parte da un suono, che è anche quello che si vorrebbe sentire. e da lì si sviluppa un proprio approfondimento, tenendo conto che se si ha la curiosità di sapere da dove arriva la musica che si suona allora si può chiudere il cerchio. È solo così che si potrà avere un ventaglio notevole di possibilità: una musica chiama sempre un’altra musica, se studi da dove arriva il suono che ami avrai moltiplicate le possibilità di sperimentare.