Lorenzo Ceccotti

Lo scorso novembre Bao Publishing ha pubblicato il suo Astrogamma, la cui storia è in realtà iniziata quasi dieci anni fa. Ne abbiamo approfittato per intervistare il suo autore, Lorenzo Ceccotti, una delle migliori matite in Italia

Scritto da Nicola Gerundino il 29 dicembre 2015
Aggiornato il 23 gennaio 2017

Foto di Andrea Giangrandi

Quanti fumetti ambientati a Roma conoscete? Quanti con un protagonista che si chiama Davide, quanti con un prologo che si svolge a Ostia? Probabilmente nessuno, anzi, uno: Astrogamma. La sua storia inizia quasi 10 anni fa, nel 2006, ma solo lo scorso novembre il suo autore, Lorenzo Ceccotti – in arte LRNZ, ovvero uno dei disegnatori attualmente più importanti in Italia che con ZERO collaborò illustrando la Guida di Torino nel 2010 – ha raccolto tutti gli episodi, intervenendo su disegni e testi, e li ha fatti uscire in un unico volume per BAO Publishing. Occasione imperdibile per scambiare due chiacchiere con Lorenzo, che a Roma è nato, che a Roma ci vive e che con questa città ha per sua stessa ammissione un rapporto “viscerale”.

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Una delle prime scene di “Astrogamma”.

ZERO: Iniziamo dalle presentazioni.
LORENZO CECCOTTI: Lorenzo Ceccotti, nato a Roma il 3 aprile del 1978.

Quando hai iniziato a disegnare? Non necessariamente fumetti, diciamo disegni che avessero forma e stile propri.
Boh… Ti direi subito. Non avendo memoria di un momento in cui non disegnassi già, è difficile rispondere altrimenti.

Lo stimolo per iniziare a disegnare è arrivato direttamente dai fumetti o da altro?
Mio padre è un architetto e avevamo casa piena di carta (grandi formati) e pennarelli stupendi (pantone a strafottere). La roba per disegnare non è mai mancata e passavo il 90 percento del mio tempo a disegnare. Poi è arrivata la tv con l’animazione americana e giapponese, subito dopo i videogiochi. Se parliamo dei primissimi stimoli, tutto sommato i fumetti sono in coda, quindi. Per ovvi motivi, direi: per la tv e i videogiochi non devi saper leggere. Molti i libri illustrati: mi vengono in mente Richard Scarry e una valanga di materiale sci-fi anni 70 (Foss, Giger, Dean e nomi del genere), che sbirciavo di nascosto nella libreria dei miei.

Un disegno di Giger, ovvero il papà di "Alien".
Un disegno di Giger, ovvero il papà di “Alien”.

Seguivi più i cartoni animati sulle reti “nazionalpopolari” o quelli sulle reti locali? Ne avevi qualcuno preferito?
Reti locali, sempre. Vedere Bim Bum Bam mi faceva sentire deficiente: Bonolis, Uan, eccetera eccetera. Le reti locali erano il mio primo passo nell’underground, forse. I preferitissimi sono Conan di Miyazaki, Kyashan, Ken il guerriero. Poi, pescando a caso: Sasuke, Yattaman/Yattodettaman, Arale, Heidi, Doraemon, Megaloman, Carletto il principe dei mostri, Rocky Joe, L’uomo Tigre, Lupin III, Bem, Ransie la strega, Il magico mondo di Gigì, Gigi la trottola. Mi piacevano tantissimo anche i Masters. Odiavo l’Ape Magà e amavo l’Ape Maia. Ero terrorizzato dalla sigla della Balena Giuseppina.

Frequentavi librerie e negozi di fumetti a Roma? Quali erano? Li frequenti tuttora?
La prima in assoluto è stata Metropolis, ormai chiusa. Ora come ora, vado dove capita.

Il primo fumetto completo e compiuto realizzato da te quando è arrivato?
Credo nel 1992. Era un fumettino esplicativo di quattro pagine per un prodotto che decalcificava l’acqua. Giuro. Prodotto da amici di famiglia, sia chiaro, ma è stata la mia prima commissione e il mio primo fumetto (a colori) in assoluto.

Quali sono stati gli autori cui ti sei ispirato agli esordi e quali ora? Sia per il disegno che per i messaggi e le storie.
Conan di Miyazaki è stato un punto fermo.

Poi potrei dirti che quando avevo fra i 5 e i 14 anni disegnavo solo gente muscolosissima ed ero sconvolto da gente come Liberatore, Corben, Tetsuo Hara e Bisley. Umanoidi associati, cannibali e argentini a pacchi. Ora come ora i nomi sono davvero troppi e non sono solo nel mondo del fumetto, ovviamente. Ad esempio, hanno dato più gli Autechrea Golem di qualunque disegnatore sulla piazza.

Poche settimane fa hai fatto uscire Astrogamma: puoi raccontarci la sua storia che, se non sbaglio, inizia quasi 10 anni fa?
Astrogamma nasce come fumetto seriale su Hobby Comics, rivista ammiraglia dei SUPERAMICI, il collettivo di fumettisti di cui facevo parte all’epoca. Nel 2006 ho scritto assieme a un amico – Adriano Ercolani – un primo episodio di quello che era a tutti gli effetti un fumetto comico. Era orribile, disegnato male e con dialoghi in romanaccio. Un incubo. Non esattamente soddisfatto (vergogna nera), mi sono ritirato per riformulare un approccio migliore alla storia e ho saltato un’uscita della rivista (il numero 1, l’episodio pilota incriminato uscì sullo 0). Indispensabile l’intervento di Sandro Caroni che mi ha aiutato nella scrittura dei dialoghi e ad asciugare la trama. Da quel momento in poi Astrogamma è diventato una storia serissima, per quanto fantasiosa e action al limite del fumetto muto, efferata e velocissima. L’edizione BAO raccoglie quest’ultima istanza del fumetto, con un terzo abbondante del libro ridisegnato per uniformarne lo stile, discontinuo a un punto tale da danneggiarne la leggibilità a causa degli enormi intervalli di tempo e le prese di coscienza stilistiche trascorsi fra la realizzazione di un episodio e l’altro.

 

Di cosa Parla Astrogamma?
Il sistema gerarchico delle specie si inverte: le creature deboli come insetti ed esseri monocellulari diventano immensi e iniziano a sterminare la razza umana. Così, di botto. Seguiamo 3 ragazzi che fanno quello che possono per sopravvivere.

Ho letto in una tua intervista che il nome deriva da una stella marina che compare nel fumetto, e che la stella marina si trova nel mare di Ostia. Ambientare una storia in Italia o addirittura nella propria città, dare ai personaggi un nome comune come, faccio un esempio, Francesco, non ti crea problemi? Sulla carta un fumetto i cui protagonisti sono «i più valorosi guerrieri della galassia» parte già con dieci lunghezze di vantaggio su uno il cui protagonista è Francesco da Ostia, almeno in quanto ad appeal iniziale…
Io sono cresciuto leggendo e guardando storie di bambini americani e giapponesi, che si chiamano John, Jiro, Tetsuya, Jack etc. Che si muovono nelle loro città. Che vanno a scuola. Che fanno sport dietro casa. Non vedo perché non dovrei fare come gli autori di quelle opere che ho tanto amato: anche a me piace parlare dei miei luoghi, dei posti che conosco alla perfezione. Del quotidiano. Giapponesi che raccontano storie sulla Banda della Magliana? Americani che scrivono storie di Samurai? Possibile, ma non senza un fortissimo filtro letterario/creativo. O l’opera manierista e superficiale è dietro l’angolo. Per lo stesso motivo Davide vive a Ostia e scappa verso Roma. Non fa una grinza, no? Per finire: mi piace che le storie, grandi o piccole che siano, vengano raccontate da un punto di vista di cui so qualcosa davvero, ma ciò non toglie che gli eventi possano essere completamente fuori scala.

Come te lo immagini il futuro? Sarà catastrofico e umanoide come tanti fumetti hanno profetizzato? Sarà un domani in cui l’essere umano avrà la giusta punizione che merita?
A me il futuro interessa solo come allegoria del presente. È uno strumento. Non ho idea di cosa succederà. Francamente, le variabili, specie quelle politiche, sono enormi.

Dopo Astrogamma cosa ci sarà? Stai già lavorando a un nuovo fumetto?
Sì, Monolith per la Sergio Bonelli Editore e Geist Maschine per BAO Publishing.

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Unimmagine da “Geist Maschine”

Facendo una considerazione più generale, qual è lo stato di salute del fumetto in Italia? A giudicare dal numero di disegnatori, di rassegne e festival e dalla ricettività del pubblico direi buono, ma sono pronto a essere smentito.
Dal fallimento delle grandi riviste e dall’inizio della rivoluzione in libreria di varia, non è mai stato migliore, credo.

Un’esperienza fondamentale del recente fumetto italiano ti riguarda da vicino: i SUPERAMICI, che hai anche citato qualche domanda fa. Cosa erano i SUPERAMICI?
I SUPERAMICI si sono formati su un principio semplicissimo: eravamo amici ed eravamo terrorizzati dalla bravura di ogni membro del gruppo. Bravura che, oltretutto, si palesava in percorsi artistici diversissimi uno dall’altro, quindi il senso di incompetenza reciproco era senza fine. Era impossibile si generasse una qualunque forma di indulgenza di squadra, di cartello creativo. Era il contrario di una community moderna, basata su un sistema compiacente di riconoscersi l’uno con l’altro, di essere fan di qualcosa, di perdonarsi alcune debolezze dogmatiche. Noi non avevamo dogmi, eravamo completamente liberi e il massimo dello stimolo si creava nell’attrito fra le diversità. Sullo stesso tavolo c’erano Akira e Cico e Pippo. Detto questo, ho scritto tanto tempo fa che non avrei mai più parlato della mia scissione con il gruppo e terrò fede alle mie parole.

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E il fumetto a Roma, che importanza ha la città nel panorama italiano?
Ora come ora, immenso. Fra Bonelli e Marvel non sono pochi i nomi grandissimi che orbitano attorno alla Capitale. Gli studi spuntano uno dopo l’altro, sempre più competenti, sempre più pronti a lasciare il segno sulla produzione nazionale. Credo sia difficile trovare più professionisti – specie se sotto i quaranta – del settore nella stessa città. Roma e il fumetto – e non fosse che è una cosa ancora tutta nascosta nel privato delle vite dei suoi protagonisti – sembrano andare molto d’accordo. Ho molta speranza nell’ARF Festival, che sembra l’iniziativa ideale per portare alla luce del sole il mondo creativo incredibilmente variegato del fumetto romano.

Parlando sempre di Roma, mi piacerebbe un tuo racconto, brevissimo, sui lavori che hai fatto per alcuni festival come Meet in Town o la Festa del Cinema: una parola sui soggetti, sull’esperienza, sulla sensazione di andare in giro per le strade e vedere i manifesti con un proprio disegno.
Anche Dissonanze fu una bella esperienza, in questo senso. Be’, io Roma la AMO. E quando Roma reagisce a qualcosa che faccio mi sento particolarmente felice. È stata un’esperienza meravigliosa, è chiaro.

LRNZ per Meet In Town, 2010.
LRNZ per Meet In Town, 2010.

Qual è il tuo scorcio preferito di Roma? Lo hai mai usato in un tuo fumetto?
La scala che scende da piazza Sapeto verso la Fontana della Carlotta: è nel primo episodio di Rocco, su Lampi Grevi, la prima autoproduzione a fumetti a cui ho lavorato.

La Fontana della Carlotta a Garbatella.
La Fontana della Carlotta a Garbatella.

In una parola, qual è il tuo rapporto con Roma?
Viscerale.

Ci indichi un bar o un ristorante che ti piace frequentare?
Asian Inn e Remo.

So che oltre al fumetto ti dedichi alla musica, come Buromaschinen. Mi viene spontaneo chiederti che musica ascolti?
Tutta, davvero. Senza restrizioni.

10 parole per descrivere la tua musica?
Scegli tu o è: electro, jtech, Detroit, hardware, sci-fi, cracktro, procedurale, dark, pattern, soundtrack. Ripetitiva, melodica, astratta, sci-fi, emotiva, scura, sintetica, sporca, naive, narrativa.

 

Che macchine utilizzi? Se la memoria non mi inganna ne sei anche un discreto collezionista.
Lo ero. Ormai ho trovato la pace con tre macchine: Monomachine (il mio synth preferito di tutti i tempi, la macchina che mi ha permesso di bandire il computer dal mio processo creativo, l’unico oggetto alimentato elettricamente da cui non vorrei separarmi MAI), Machinedrum e Analog4, tutte di Elektron Music Machines AB. Ho coronato il mio sogno di suonare in studio e dal vivo con lo stesso identico setup e tanto mi basta. Conservo una MC-202 a cui sono particolarmente legato e registro tutto su uno Studer REVOX B77 HS.

Meglio disegnare o suonare?
Suonare è mostruosamente divertente, ma la soddisfazione quando hai finito di disegnare una roba impossibile non si batte.

C’è un’influenza reciproca tra musica e disegno, o sono mondi per te separati?
Sono due sensi della stessa creatura, non c’è dubbio. Ho iniziato a suonare per avere musica ripetitiva da sentire mentre disegnavo, quindi figurati.

Visto che hai fatto da regista per qualche video musicale, farai anche un video per te stesso? O magari l’hai già fatto…
Ancora no, ma è un sogno che ho sempre covato. Ho almeno 3 o 4 soggetti per altrettanti pezzi. Solo che il tempo è quello che è ed è una roba tosta da mettere insieme. Mai dire mai.

Ultima serie di domande, a risposta secca: disegnatore preferito?
Impossibile, o meglio dovrei risponderti con Winsor McCay, ma non vale. Piuttosto ti dico il mio disegnatore italiano vivente preferito: Claudio Acciari.

Fumetto preferito?
Impossibile anche qua, ma mi butto e ti dico Black Jack di Osamu Tezuka.

Festival o rassegna di fumetto di riferimento?
Lucca Comics.

Musicista preferito?
Autechre e Zappa, ex aequo.

5 album da portati su un’isola deserta?
Zappa – We’re Only in It for the Money/Lumpy Gravy, Autechre – Oversteps, Boards of Canada – A Few Old Tunes, Kraftwerk – Trans Europe Express, Tindersticks – Tindersticks. The Dark Side of the Moon dei Pink Floyd non serve che lo porti perché ce l’ho tatuato nel cervello e mi basta mettere la testa in un giradischi.

Considerato che disegni, suoni e, sempre che la memoria non mi inganni, sei anche un videogiocatore, quanto ore dormi di media a notte?
4/6, ma ne dormirei volentieri 13.