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Rough Radio rilancia alla terza

La web radio romana supera il traguardo dei tre anni di vita e continua a crescere, sempre con la comunità al centro

Scritto da Giulio Pecci il 12 marzo 2026
Aggiornato il 13 marzo 2026

Incredibile ma vero, sono già passati più di tre anni da quando davamo il benvenuto a Rough Radio. Una web radio dallo spiccato afflato internazionale, che da subito ha messo al centro la volontà di essere un punto di riferimento fisico e relazionale; non sono digitale, non solo una vetrina per dj di passaggio.

In tre anni infatti siamo già alla terza casa fisica del progetto, oggi ospitato da L863 a Garbatella. Negli ultimi mesi il progetto si è ampliato sia a livello strutturale che artistico, arrivando oggi a ospitare centoquattordici persone con residenze attive. Li abbiamo raggiunti per fare un punto sul percorso della radio, di come questo si sia intrecciato ai cambiamenti cittadini e non solo.

 

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Partirei con chiedervi un veloce punto su questi tre anni: com'è andata?

In questi tre anni RR è cambiata molto, in modo organico. È passata da piattaforma di streaming online a uno spazio culturale ben radicato nella città – e non solo. Avere una base operativa fisica ha cambiato profondamente il progetto, la radio è diventata un canale di trasmissione ma anche un punto di incontro per artisti e comunità creative. La prima esperienza con il booth all’interno di Mint, ci ha dimostrato quanto un dispositivo culturale come una radio possa generare curiosità e scambio. In un contesto urbano come quello del centro di Roma, sempre più segnato da turismo e gentrificazione, l’idea di trasmettere musica e conversazioni in diretta da uno spazio aperto sulla strada ha attirato artisti, passanti e ascoltatori molto diversi. La nostra non è stata tanto una risposta a un vuoto di mercato, quanto un tentativo di dare voce a una scena culturale della città che sentivamo poco rappresentata. All’inizio il progetto era molto aperto, accoglievamo proposte, generi e formati sperimentali molto diversi fra loro, questo per capire cosa funzionasse. In poco tempo la radio ha ospitato decine di trasmissioni ogni mese. Questa fase ci ha insegnato molto, anche a capire che non tutti si avvicinano alla radio nello stesso modo. Per alcuni poteva diventare una semplice vetrina promozionale, mentre per noi il valore stava soprattutto nella ricerca musicale e nello scambio tra artisti.

Dopo Mint siete rimasti al centro in un altro spazio, mantenendo sempre questa grande attenzione verso la costruzione di una rete sempre più ampia

Sì, uno degli aspetti più significativi della radio è la sua dimensione relazionale. Nei nostri spazi spesso assistiamo ad incontri tra persone che prima non si conoscevano, collaborazioni tra collettivi e scambi tra scenari diversi. Con il passaggio a Spazio Fontanella e le collaborazioni con realtà come Hyperlocal, LineCheck o Spring Attitude, questo network si è gradualmente espanso anche a livello internazionale (ci siamo infatti interfacciati anche con molte radio europee) ed ha preso una direzione più definita anche dal punto di vista concettuale. Nel 2025, il progetto ha assunto quindi una forma istituzionale diventando un’associazione no profit, un passaggio importante per consolidare il lavoro fatto fino a quel momento. Oggi la radio ha trovato una nuova casa nello spazio di L863 (grazie Rob!), che consente di continuare a sviluppare il progetto mantenendo lo stesso spirito indipendente. Ovviamente non sono mancati i problemi. Gestire una radio indipendente significa affrontare difficoltà tecniche, organizzative ed economiche, la sostenibilità è una sfida costante per molti progetti culturali e gli spazi e le attrezzature hanno costi elevati, mentre gran parte del lavoro è volontario. Nonostante tutto ciò siamo riusciti a mantenere il progetto autonomo e autofinanziato. Per noi, l’idea che la radio sia principalmente uno spazio di ascolto e racconto resta centrale, ci interessa creare contesti in cui gli artisti possano condividere percorsi, influenze e storie, più che avere la performance perfetta davanti alla telecamera. In questo senso, il broadcasting rimane il cuore del progetto.

A questo proposito, secondo voi qual è il ruolo del broadcasting per il mondo della notte?

Il broadcast può essere considerato come un’estensione naturale della cultura del club, non sostituisce l’esperienza diretta e fisica del dancefloor, che rimane fondamentale, ma consente di ampliarla e di darle una continuità nel tempo. Una radio indipendente può avere molteplici ruoli: creare archivi sonori, documentare l’evoluzione di una scena musicale, offrire visibilità ad artisti emergenti e collegare realtà locali con contesti internazionali. Contemporaneamente, crediamo che sia fondamentale mantenere una certa indipendenza dalla logica dei contenuti pensati esclusivamente per i social media. Sappiamo bene oggi che alcuni eventi sono sempre più pensati per il contenuto virale e social piuttosto che come esperienza collettiva reale. Per noi il broadcasting non vuole trasformare la notte o l’arte in contenuto ma creare una hub di ricerca e di scambio dove gli artisti possano raccontarsi e sviluppare linguaggi più liberi rispetto al clubbing. Il ruolo del broadcast nel mondo della notte è qundi fondamentale perché oggi l’industria non sta ancora decollando: le persone non ricevono il supporto finanziario di cui hanno bisogno e che meritano, faticano a pubblicare il proprio lavoro e a far sentire la propria voce. Dando uno sguardo alla vita notturna di Roma, non sembra esserci una vera cultura del club. Ci sono solo diversi locali e persone che fanno le loro cose separatamente, senza una vera conversazione o un senso di comunità. In questo contesto, il broadcast inteso come lo spazio relazionale di cui abbiamo parlato fin qui può essere uno strumento importante.

Come vivete questa scomposizione, frammentazione degli spazi e delle realtà di Roma?

Roma è vivace ma complessa, gli spazi indipendenti nascono, si trasformano e spesso scompaiono rapidamente, il che rende difficile la continuità. Questa precarietà è una delle principali sfide per chi lavora nella musica e nella cultura notturna. Inoltre Roma ha una caratteristica unica a nostro avviso: non ha un centro culturale dominante, ma è composta da quartieri e micro-scene che funzionano quasi come città autonome. Questo per noi è anche un punto di forza che stimola la nascita di ecosistemi culturali diversi e in questo contesto, la radio, può avere un ruolo importante. Può mettere in relazione realtà che altrimenti rimarrebbero isolate. Attraverso lo streaming e le collaborazioni, cerchiamo di creare connessioni tra collettivi, artisti e spazi che operano in diverse parti della città. Naturalmente, non possiamo ignorare le difficoltà strutturali. Ci sono l’aumento degli affitti e politiche sempre più restrittive verso gli eventi musicali e notturni. Per questo riteniamo fondamentale continuare a costruire piattaforme indipendenti che possano sostenere e dare visibilità alle comunità creative. A questo le istituzioni devono rispondere investendo nelle politiche giovanili. Dal basso, si risponde creando luoghi di aggregazione laddove mancano, creando nuovi contesti di incontro dove non c’è dialogo, creando spazi per chi sceglie di restare.

Che tipo di network sentite di rappresentare oggi?

L’elettronica e il mondo del clubbing sono stati il punto di partenza naturale, principalmente poiché il cuore del collettivo proveniva da lì e così gran parte della comunità iniziale. Negli anni, però, il progetto si è ampliato, oggi la radio ospita non solo dj set, ma anche talk, momenti educativi, live set e formati sperimentali. La rete che si è creata comprende artisti, produttori, curatori, designer e ricercatori sonori che condividono un approccio indipendente alla cultura. In questo senso, l’elettronica è più una lingua comune che un limite stilistico. È un punto di partenza per esplorare pratiche culturali più ampie. Un altro obiettivo fondamentale del progetto è supportare artisti LGBTQ+, creando uno spazio sicuro dove possano esprimersi liberamente, sperimentare e trovare supporto all’interno della comunità. Roma ha così tanti talenti, ma non sempre abbastanza piattaforme per sostenerli. RR offre alle persone un posto da cui partire, dove sperimentare e connettersi. Non si tratta di essere perfetti o impeccabili, ma di dare alle persone la possibilità di provare qualcosa e sentirsi supportate mentre lo fanno. Molte amicizie, collaborazioni e opportunità sono nate attraverso la radio. Viviamo in un periodo in cui molti spazi culturali stanno scomparendo o diventano inaccessibili, quindi avere una piattaforma aperta e indipendente come questa è davvero importante. Mantiene l’energia creativa della città in circolo e ricorda alle persone che fanno parte di qualcosa che va oltre la pressione degli algoritmi o delle aspettative commerciali.

Come si riflette tutto ciò proprio da un punto di vista personale, come siete stati toccati voi e chi gravita attorno al progetto?

Diventa noioso parlare della pandemia, ma abbiamo iniziato poco dopo e ci siamo resi conto dei benefici che la radio poteva portare: dare alle persone un senso di scopo e farle sentire connesse alla musica e tra di loro. Questo senso di connessione è continuato nonostante un periodo folle di cambiamenti nel mondo e tanti mutamenti locali. Col tempo abbiamo cercato di mantenere un senso di equilibrio mentre affrontavamo anche cambiamenti personali, stress e ansia. Abbiamo accolto nuovi volti man mano che apparivano sulla scena, contattato “vecchie conoscenze” meno coinvolte, alcune persone si sono ammalate, altre sono morte, altre si sono trasferite e poi sono tornate; ci sono state rotture e riconciliazioni, sono nate nuove collaborazioni, si sono formate relazioni, sono nati bambini. Situazioni della vita reale che possono essere disordinate e caotiche, e che forse non avevamo previsto come parte del nostro ruolo, ma abbiamo imparato ad accettarle perché fanno parte del territorio se vuoi lavorare con persone diverse. La radio ci ha insegnato molto: su Roma, su come funzionano le comunità creative e su cosa serve davvero per tenere insieme qualcosa con risorse limitate. Ci ha messo alla prova, ci ha stancato a volte, ma ci ha anche dato tantissima gioia. È diventato un luogo dove possiamo vedere le persone crescere, provare cose nuove e trovare fiducia, e questo rende tutte le difficoltà degne di essere affrontate. Ci vuole una grande combinazione di resilienza, ottimismo e testardaggine per mantenere in vita qualcosa del genere.

Se chiudete gli occhi, dove vi immaginate fra altri tre anni?

Ci immaginiamo con una radio ancora più solida e consolidata, trasformando gli ostacoli incontrati finora in strumenti per migliorarci. Vogliamo rafforzare ulteriormente il progetto, introducendo una rubrica editoriale e aumentando workshop e contenuti educativi così da offrire più formazione e spazi di confronto per la comunità. Contemporaneamente vogliamo continuare a far crescere la radio come un luogo di scoperta, collaborando con festival e istituzioni internazionali, ma senza perdere la nostra indipendenza, creando un ponte capace di collegare altre realtà internazionali e di fungere da strumento per promuovere gli artisti locali. Abbiamo molte idee su come continuare a sperimentare con la radio: crediamo che, abbracciando le nuove tecnologie ma restando fedeli a un approccio comunitario, questo tipo di radio non stia solo sopravvivendo, ma stia anche trovando nuovi modi per crescere. In un’epoca di connessione globale, pensiamo che ci sia ancora qualcosa di unico nell’ascoltare una voce familiare sulle onde radio, che racconta storie e prospettive legate alla propria comunità. Per noi la libertà di espressione rimane centrale: le radio underground e indipendenti hanno spesso uno spazio di libertà che difficilmente si trova nei media commerciali o nei servizi pubblici. Oggi più che mai è importante che queste voci possano essere ascoltate. Il nostro obiettivo non è solo diventare più grandi, ma rimanere un posto dove le persone si sentano libere di incontrarsi, ascoltare e sperimentare, dove possano mettere in relazione idee e linguaggi diversi. La radio deve restare uno spazio libero e aperto, dove tutti possano trovare ispirazione. Non vogliamo sembrare banali, ma mettiamo tutto il nostro cuore in questo progetto. Cerchiamo davvero di creare questa piccola isola di libertà, creatività e un luogo sacro per la musica nel cuore di Roma. Che siano già passati quasi quattro anni è incredibile.