La migliore versione della ragazza della porta accanto alla conquista del mondo. Questa, in estrema sintesi, è la vivida impressione che mi ha lasciato la giovane cantautrice brasiliana Mari Froes lo scorso novembre al Monk, al suo debutto italiano. Una presenza magnetica e naturalmente sexy, ma, soprattuto, una voce agrodolce che colpisce nel profondo senza inutili ghirigori o virtuosismi. Una naturalezza anche musicale capace di muoversi sinuosa verso il lato più solare della tradizione della Música Popular Brasileira, con le classiche e giustificate influenze samba, tropicaliste, bossa nova e una punta di jazz. La nipotina ideale dei mitologici Caetano Veloso, Gilberto Gil e della compianta Gal Costa, con quel tocco di contemporaneità global pop 2.0 che è lecito aspettarsi.
Si è presentata a Roma qualche mese fa in trio, in un Monk sold out con una platea equamente suddivisa tra la festosa comunità brasiliana romana, turisti, appassionati e curiosi di scoprire e testare dal vivo l’ultima sensazione “pop” di una della nazioni più ricche e virtuose per quanto riguarda lo sconfinato patrimonio musicale. Paulista, classe 2003, si è fatta conoscere fin da adolescente tramite la rete, prima con delle cover, tuttora presenti in scaletta dal vivo, poi con i brani originali e qualche collaborazione che ne hanno ulteriormente amplificato la visibilità e lo status di astro nascente.
Gli ultimi ottimi singoli sono “Momento” – con un riuscito video collage del tour europeo dello scorso autunno – “Colombina” e “Como Ouro”, in attesa del fatidico debut album. Non so se quest’anno il Brasile vincerà il mondiale diffuso e “americano”, ma di certo il premio di miglior artista emergente nel programma estivo 2026 alla Casa del Jazz se lo porterà a casa grazie alle indiscusse qualità canore e musicali di Mari Froes e dei suoi sodali.
Geschrieben von Matteo Quinzi