Il Giardino del Guasto di Bologna diventa il teatro di GUASTO / FAILURE, il secondo atto di ROUSING SOCIAL ORDER, un progetto dell’artista Armando Lulaj, a cura di Fabiola Naldi, prodotto dalla Galleria de’ Foscherari.
ROUSING SOCIAL ORDER si articola in tre atti concepiti specificamente per Bologna, una trilogia bolognese sviluppata congiuntamente da Armando Lulaj, Fabiola Naldi e Galleria de’ Foscherari. Una performance site-specific che, attraverso la rielaborazione dell’immaginario della propaganda militare del Novecento, indaga le rappresentazioni della guerra, i meccanismi di costruzione delle immagini e il rapporto tra conflitto, memoria e sguardo dello spettatore.
Il progetto prende forma in un luogo profondamente segnato dalla storia della città. Il Giardino del Guasto sorge infatti nell’area legata alla distruzione del Palazzo Bentivoglio, avvenuta all’inizio del Cinquecento in seguito a una sollevazione popolare. Uno spazio che conserva la memoria di una frattura politica e urbana e che, grazie al progetto dell’architetto Filippini del 1975, ha assunto una nuova funzione sociale, ludica ed educativa. È proprio in questa stratificazione di significati, tra distruzione e ricostruzione, conflitto e vita collettiva, che si inserisce l’intervento di Lulaj.
GUASTO / FAILURE nasce dall’osservazione delle immagini di propaganda militare del secolo scorso, in particolare di quelle che ritraggono soldati armati e in uniforme mimetica durante momenti di apparente tranquillità: riuniti attorno a un fuoco, intenti a cantare, suonare o condividere piccoli gesti quotidiani. Immagini nelle quali la guerra sembra temporaneamente scomparire, lasciando spazio a una rappresentazione rassicurante della vita militare, fondata sul cameratismo, sulla solidarietà e sul senso di appartenenza.
Armando Lulaj riprende questa iconografia per metterne in discussione i codici visivi e narrativi. Nel Giardino del Guasto, tre performer in uniforme mimetica, prive di insegne e bandiere, si riuniscono attorno a un fuoco. Uno di loro accorda una chitarra, mentre gli altri compiono gesti ordinari, apparentemente spontanei. La scena restituisce inizialmente un’immagine familiare, quasi nostalgica, che richiama le rappresentazioni propagandistiche della vita al fronte.
Progressivamente, tuttavia, qualcosa si incrina. I tre iniziano a intonare canzoni partigiane, anti fasciste e di protesta sociale, introducendo all’interno dell’immagine militare un repertorio che ne contraddice i presupposti ideologici. I gesti perdono la loro sincronia, i silenzi si dilatano e l’apparente armonia iniziale lascia emergere una condizione di incertezza. Le figure dei soldati sembrano così sottrarsi a qualsiasi catena di comando, mentre la rappresentazione della guerra si disgrega dall’interno.
La performance si sviluppa come un processo di progressiva inversione simbolica: l’immagine di coesione e appartenenza costruita dalla propaganda viene attraversata da elementi di dissenso, resistenza e disobbedienza, fino a perdere la propria stabilità. Nell’ultima fase, il fuoco si affievolisce, le canzoni cessano e i performer abbandonano la scena, lasciando dietro di sé soltanto i gilet militari e il fuoco ormai spento.
Un ruolo fondamentale è affidato alla posizione dello spettatore, chiamato a osservare la performance esclusivamente dall’alto, da un balcone situato al secondo piano dell’edificio posto in via delle Belle Arti 16, residenza della curatrice e che si affaccia sul Giardino del Guasto.
Questa particolare modalità di fruizione introduce una distanza fisica e percettiva che diventa parte integrante dell’opera. Il pubblico non può entrare nello spazio dell’azione, né avvicinarsi ai performer, ma assiste a una scena lontana, incorniciata dall’architettura e osservata da una prospettiva privilegiata e al tempo stesso limitata. L’esperienza richiama le modalità attraverso cui la guerra contemporanea viene frequentemente conosciuta: attraverso immagini, schermi e frammenti visivi che restituiscono una realtà inevitabilmente mediata.
Anche il tempo della visione è regolato. Lo spettatore accede alla performance quando la scena è già iniziata ed è chiamato ad abbandonare il proprio punto di osservazione prima della sua conclusione. L’immagine finale resta così sottratta allo sguardo del pubblico, mettendo ulteriormente in discussione la possibilità di una testimonianza completa.
Presentata per tre serate consecutive, con una durata di 33 minuti per ciascuna rappresentazione, GUASTO / FAILURE trasforma il giardino in un dispositivo scenico e il pubblico in un osservatore distante. Attraverso il cortocircuito tra la memoria storica del luogo, l’immaginario della propaganda e le modalità contemporanee di rappresentazione dei conflitti, Armando Lulaj costruisce una riflessione sulla fragilità delle immagini, sull’ambiguità della visione e sulla possibilità di sovvertire, dall’interno, i linguaggi del potere.
Geschrieben von LR