Ad could not be loaded.

Cascina Nascosta

Tra le fronde del parco lo spazio cascinale che tra tavola ed eventi ripensa comunità e natura

Geschrieben von Brenda Vaiani il 18 Mai 2023
Aggiornato il 23 Mai 2023

Photo ICTM, Marta Marinotti, Federico Floriani

Cascina Nascosta non è solo un ristorante. È uno spazio ibrido che attraverso la ciclofficina, la falegnameria, l’orto didattico e l’anfiteatro pratica comunità, verde urbano e sostenibilità. Tramite un ricco calendario di attività, tra cui laboratori, workshop e spettacoli teatrali, l’intento di Cascina è quello di far acquisire una maggiore consapevolezza sulla natura e tutto quello che questa dà, regala e concede.

«È curioso vedere come le persone siano così poco a conoscenza dei più semplici meccanismi della natura, ad esempio di come un seme diventa pianta.»

Nel 2015, la vittoria del Bando Pubblico. In un anno la Cascina diviene uno spazio pubblico dedicato ai temi del verde urbano e della sostenibilità. Quali sono stati gli obiettivi che vi siete prefissati, in relazione alla città di Milano?

Andrea Causo: Faccio un passo indietro per quanto riguarda la storia, la genesi di Cascina Nascosta. Abbiamo vinto un bando nel 2016, poi da lì è partita un’attività di raccolta fondi che ci ha permesso di incamerare le risorse per ristrutturare lo stabile, completamente abbandonato. Quindi, una buona parte delle attività sono iniziate nel 2020. Prima quelle dedicate ai laboratori dei bambini e successivamente il ristorante.
Nascendo da Legambiente, l’obiettivo principale era quello di creare un contesto, uno spazio dove poter far conoscere buone pratiche, abitudini e stili di vita sostenibili. Quindi tutto ciò che viene realizzato all’interno, dal ristorante, alle attività con i bambini, alla ciclofficina e falegnameria, all’orto botanico ha come filo conduttore quello della sostenibilità e una vocazione sociale dello spazio. Alla gente che viene qui cerchiamo di trasmettere questi messaggi.
Questo è uno dei tanti spazi che nasce come esempio di rigenerazione urbana innovativa affidata al terzo settore. Ci sono tanti spazi a Milano, ne stanno nascendo sempre di più, ma è importante sottolineare che il terzo settore, quindi il no-profit, ha assunto un’idea più imprenditoriale di come questi luoghi possono essere ricostituiti, vocati e restituiti alla cittadinanza, cercando di mettere insieme doppie nature: il profit con il no-profit, del privato e del pubblico. L’idea è quella di creare una economicità all’interno che porta a sua volta alla creazione delle altre attività.

E come vi siete sentiti accolti dalla città?

AC: Dalle persone c’è stato fin dai primi mesi un ottimo riscontro, che ha superato le nostre aspettative nonostante la nostra apertura avesse coinciso con la pandemia e grazie ad un’idea di Andrea Bertolucci, ci siamo inventati un mercato auto-gestito organizzato con i prodotti delle aziende con cui collaboriamo.

Riguardo la cucina, è evidente che ci sia un filo rosso che collega ogni attività di Cascina Nascosta. Cosa ispira il vostro modo di far ristorazione e come accogliete qui il tema della sostenibilità?

Andrea Bertolucci: La grande sfida della cucina è stata quella di creare un menù, una lista di fornitori che condividessero il tema della sostenibilità, in termini di capacità produttiva e metodo di produzione. Attualmente collaboriamo con aziende locali, che prevalentemente provengono dal Parco Agricolo Sud Milano. Per noi è fondamentale che i nostri collaboratori siano in possesso di una certificazione biologica e che prendano distanza dagli allevamenti intensivi.
Nel concreto poi, siamo partiti dalle materie di largo consumo, come olio e sale, fino ad arrivare alle bevande, creando una linea che fosse coerente con la nostra visione e i nostri valori. Fin dall’inizio abbiamo cercato di rispettare la nostra identità non scendendo a compromessi con i prodotti industriali ma optando per le piccole realtà agricole, produttori di birra artigianale, una selezione ristretta di superalcolici.
L’idea è stata quella di creare un menù trasversale, educare i clienti a compiere scelte che derivano da una maggiore e diversa consapevolezza. Per noi è una crescita continua, fatta di ricerca e forte impegno nella gestione. Nell’ultimo anno e mezzo la nostra identità si è andata a delineare in maniera sempre più precisa. Come dice Andrea Causo, Cascina è una realtà che vuole accogliere le persone, per questo abbiamo valorizzato i momenti del pranzo e della cena.

Quali sono i dettagli che a tavola sorprendono maggiormente le persone?

AB: La valorizzazione della parte vegetale. Questo pur non essendo un ristorante vegetariano, ma uno che sceglie di includere tutte le materie prime e dare pari opportunità alle aziende della produzione lombarda e della campagna milanese, incentrate sull’allevamento di suini e bovini. Un altro dettaglio che sorprende è il saper seguire la stagionalità. Ad esempio, il giovedì abbiamo istituito il meatless day, eliminando dal nostro menu la carne, questa per molti clienti è stata una sorpresa.
AC: La sfida è proprio questa. Per noi sostenibilità non significa eliminare dei prodotti, ma valorizzarli, anche se si tratta di carne e pesce. Non è facile da far comprendere alle persone, ma noi continuiamo a impegnarci affinché questo diventi un ambiente informativo e formativo, affinchè certi concetti possano finalmente passare: per questo, parallelamente all’attività del ristorante stiamo organizzando dei laboratori di cucina naturale, una mostra fotografica dedicata alle aziende agricole… Cerchiamo di unire diversi strumenti comunicativi per essere sempre più penetranti.

Agendo sulla cultura delle persone tramite la cultura stessa, quindi. Quando parlate di attività, per esempio, l’Orto didattico è un’idea che avete avuto fin dall’inizio o che si è sviluppata successivamente all’inaugurazione?

AC: L’orto didattico è un’idea che abbiamo avuto fin dall’inizio. Osservando questa piccola area inutilizzata, abbiamo deciso di valorizzarla attraverso workshop e corsi dedicati alla trasmissione della cura nei confronti della natura e delle piante.

E lo gestite sia per bambini che per gli adulti. Quali sono le reazioni, c’è qualcosa che vi sorprende? Ad esempio non pensate che spesso a livello di consapevolezza, gli adulti non siano così tanto avanti rispetto ai bambini?

VM: Quest’ultimo punto sicuramente. È curioso vedere come le persone siano così poco a conoscenza dei più semplici meccanismi della natura, ad esempio di come un seme diventa pianta. Però devo ammettere che, soprattutto su questo tipo di attività, le persone che arrivano da noi, sono molto sensibili alle tematiche. Soprattutto negli ultimi workshop di urban-gardening abbiamo visto tornare ex-partecipanti, che desiderano un’esperienza continuativa. Non tornano solo per imparare, ma anche per aver cura della porzione di orto che hanno lavorato precedentemente, di un ambiente che purtroppo non possiedono altrove, privi come spesso capita anche solo di un terrazzo o di un balcone.
A tal proposito, mi ha fatto molto piacere sentire qualche giorno fa una partecipante esprimere l’orgoglio per il proprio raccolto ad una sua amica, anche lei partecipante. Ed è questa la nostra sfida e il nostro obiettivo, dar vita a questo tipo di coinvolgimento attraverso il tema della sostenibilità.

Le persone come scoprono le vostre attività?

VM: Uno dei partner del progetto è Pareidolia (Associazione di Promozione Sociale rivolta alle famiglie e alla genitorialità) che mette in campo sia eventi sporadici che continuativi legati alle attività all’aperto. Quindi molti partecipanti arrivano da percorsi di questo tipo, altri grazie alla grande sensibilità delle famiglie. Ci siamo resi conto di essere attrattivi anche per le scuole che spesso desiderano inserire Cascina Nascosta tra le tappe del loro tour in città, il che ci rende veramente orgogliosi.

Quanto lo storytelling digitale e il passaparola hanno un peso per l’attività?

AC: Il passaparola, fin dall’inizio è stato il nostro punto di forza. Lo storytelling digitale, ovviamente riesce a raccontare quel qualcosa che ancora non hai avuto modo di esperienziare, ma chi lo ha già fatto riesce a esprimere con più efficacia ciò che siamo e facciamo.
VM: Sì, le due voci, seppur diverse, viaggiano in parallelo alla nostra storia. Il digitale per noi è come una sorta di diario. La dimensione della chiacchiera, la componente umana è quella che ci supporta e vuole bene di più.

Cascina Nascosta è un luogo di incontro, vocato alla multidisciplinarietà. Questo modello di spazio ibrido, che copre tante necessità, secondo voi può avere una diffusione ad ampio raggio oppure trovate che sia difficile, perchè per vostra esperienza, è fin troppo ostacolato dalla burocrazia?

AC: È un modello che si sta diffondendo. La complicazione è che, in Italia, dopo la vincita di un bando, spesso viene poi a mancare un sostegno nel processo di valorizzazione e quindi tutto diviene responsabilità del terzo settore, l’unico che in questo momento sta accogliendo la sfida per una valenza comunitaria agli spazi. È di gran lunga più semplice creare delle attività commerciali. In Italia, grazie a Legambiente, la riqualificazione culturale di luoghi abbandonati e caduti in disuso è un obiettivo primario, anche se va detto che un’altra problematica è il reperimento delle risorse economiche, che non in tutte le regioni è agevolata come in Lombardia. Quindi, per questo motivo, nonostante certi modelli poi vengano ben accolti, purtroppo hanno una diffusione lenta.

Quali sono i sogni nel cassetto di Cascina Nascosta, per il futuro?

AB: Un sogno è vedere maggiormente riconosciuti i molti sforzi fatti per realizzare questo luogo, che è tornato vivo e ha ottenuto moltissime risposte positive.
Spesso, si pensa che chi fa un’operazione di riqualificazione di questo tipo lo faccia a scopo di lucro, ma in realtà le nostre attività ci permettono di auto-sostenerci economicamente, al fine di sviluppare costantemente la nostra visione.

Quando si parla di voi, ci sono aspetti che pensiate rimangano troppo spesso nell’ombra?

VM: Per un certo periodo di tempo siamo stati visti solo come un ristorante. Fortunatamente, col passare del tempo, questa cosa è cambiata ed è stato molto bello assistere all’ evoluzione di come siamo percepiti dall’esterno. Nel 2020, a causa delle restrizioni dovute alla pandemia, abbiamo potuto sviluppare solo la parte del ristorante: la progettazione delle attività si è, purtroppo, dovuta mettere in stop. Appena abbiamo potuto ci siamo mossi per la creazione di eventi, concerti, spettacoli teatrali, e abbiamo finalmente aggiunto un tassello fondamentale alla nostra identità, venendo riconosciuti come spazio di intrattenimento. La sensazione è che oggi il pubblico sia veramente consapevole di chi siamo e per noi questa è una vittoria.