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Metroromantici in rima: i Poeti der Trullo

Un'intervista per ripercorrere la storia del collettivo e parlare del loro nuovo progetto: un radiofilm in sei capitoli

Geschrieben von Nicola Gerundino il 14 Oktober 2021
Aggiornato il 19 Oktober 2021

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Roma

Alzi la mano chi negli ultimi anni non ha mai passeggiato per Roma incrociando con gli occhi una loro poesia, scritta su un muro o su una qualsiasi altra superfice capace di ospitare parole e versi. Da oltre dieci anni i sei membri del collettivo dei Poeti der TrulloEr Bestia, Er Quercia, Marta der Terzo Lotto, Sara G., Er Farco, Inumi Laconico – sono portatori di una comunicazione nuova, seppur „vecchia“ come il mondo, capace di relazionarsi in maniera incredibilmente diretta e forte con persone di ogni tipo ed essere universale anche se iper radicata a un territorio ben definito, che è prima quartiere poi città. Altro segno distintivo di questa comunicazione è il suo saper cavalcare agilmente ogni tipo di media, passando dalla carta stampata ai social fino ad arrivare alla parola e ai podcast. Parliamo di „Metroromantici“, prima pubblicazione indipendente e ora radiofilm diviso in sei capitoli, uno per ogni membro del collettivo, a cui hanno prestato la voce Elisabetta De Vito, Francesco Giordano, Lorenzo Parrotto e Riccardo Parravicini, coordinati dal regista Andrea Rusich. Storie di strada sullo sfondo di una Roma periferica, dove risuonano i beat dei Colle Der Fomento, amici di vecchia data dei Poeti e autori di tutta la colonna sonora per la quale hanno messo a disposizione il loro ultimo album „Adversus“.

 

Prima domanda prevedibile, ma abbastanza doverosa. Quando e soprattutto come nascono i Poeti der Trullo?

La prima puntata del radiofilm „Metroromantici“ racconta proprio la nostra genesi, vissuta però dal punto di vista di uno solo dei componenti, Er Bestia. Si tratta di un incontro tra due sensibilità diverse, la sua e quella di Inumi. L’inseguimento di un sogno: creare un collettivo che dalla periferia romana canta amore e rabbia con un grido che si diffonde in tutta Roma. Un’impresa impossibile. Inumi al tempo studiava Lettere, amava la poesia e leggeva libri su libri. Er Bestia ascoltava solo hip hop e scriveva sui muri i testi dei rapper che seguiva, Colle Der Fomento su tutti. L’unione dei due ha portato alla nascita dei Poeti der Trullo.

In che modo e in che percentuale questi tre elementi appena citati, letteratura, street art e musica, vi hanno influenzato?

La letteratura ci ha influenzato più di ogni altra cosa. Poeti der Trullo è un progetto in primis letterario, che deve ancora dipanare tutto il suo potenziale. Stiamo scrivendo un romanzo in cui molte cose verranno in superficie dalla loro comoda profondità. La musica ha dato il ritmo alle nostre poesie, quindi è stata ed è molto importante. La street art ci ha „solo“ suggerito che oltre all’arte i muri avevano bisogno anche di poesia. Veniamo da mondi diversi e distanti tra loro, accomunati però dal desiderio, dalla ricerca e dalla diffusione della bellezza, quella da respirare a pieni polmoni.

Quando e su che muro è stata scritta la prima poesia?

La primissima (e ingenua) poesia l’ha scritta Er Bestia su un muro del Trullo, nel 2010. Ancora è lì, incorniciata come un cimelio!

Cosa vi portate dentro del Trullo? Immagino tanto, se non tutto.

Il Trullo è nel nostro nome, è la nostra origine, è un punto di partenza. Ma vorremmo che fosse un luogo della mente. Fisico, sì, reale, ma anche immaginario. Vorremmo rappresentasse la periferia come concetto, una prospettiva che tutti possono prendere in prestito. Non vogliamo raccontare solo storie del Trullo e non vogliamo rivolgerci solo agli abitanti del Trullo, vorremmo che il Trullo fosse come la Lisbona di Pessoa: un luogo in cui tutte le sfumature narrative possono esprimersi e prendere vita. Le storie del Trullo possono essere emblematiche e rappresentative di un intero universo, di emozioni, passioni, dolori, amori che ci accomunano tutti.

Quali altri quartieri di Roma per voi sono stati e sono tuttora fondamentali?

Tutti i quartieri in cui abbiamo trascorso serate insieme, a scrivere sui muri o a parlare dei nostri sogni, sono stati fertili. Trastevere, ma anche San Paolo, Marconi, Monteverde, Garbatella. Abbiamo un legame particolare anche con zone più lontane dal „nostro“ centro: Ostia, Centocelle, Pigneto. In particolare, ci piace andare a caccia di ricordi e impressioni su come erano un tempo questi luoghi, sui loro cambiamenti così radicali, su come le persone hanno mantenuto o si sono allontanate dalla poesia che il quartiere proponeva nella sua atavica semplicità.

Scrivete sempre d'istinto oppure un po' di pianificazione la fate? Vi capita mai di creare le poesie in base al quartiere dove le scriverete?

Scriviamo d’istinto se abbiamo un’immediata ispirazione e stiamo davanti al muro „giusto“, ma questo accade sempre più raramente perché il nostro progetto si sta evolvendo, vogliamo sperimentare nuovi linguaggi. E per questo invece ci vuole tanta progettazione e pianificazione. Scrivere richiede uno sforzo e un impegno che non vengono solo con l’ispirazione e l’immediatezza. Oltretutto, già da un po‘ ci sono a Roma decine di poeti di strada che con pseudonimi scrivono sui muri come facevamo noi dieci anni fa: lasciamo la carta a loro. Sì, a volte abbiamo scritto in base al quartiere dove ci trovavamo, in particolare quando abbiamo fatto parlare monumenti o edifici, come il Colosseo, o il Palazzo della Civiltà dell’Eur.

Chiamarsi Poeti der Trullo vuol dire per forza attingere dal dialetto?

Abbiamo scritto molto in romano, soprattutto le nostre cose più note sono in romano, ma abbiamo sempre scritto anche in italiano. Racconti, poesie, riflessioni. La nostra è un’anima composita che non si esaurisce solo con il dialetto, una scelta di questo tipo potrebbe essere limitante alle diverse sfaccettature del nostro collettivo.

Avete mai provato a fare il salto verso l'inglese o verso un'altra lingua straniera??

Scrivere invece in inglese potrebbe portarci un po‘ fuoristrada, ma quando faremo uscire il nostro romanzo sarebbe una sorpresa (e una gioia) vederlo tradotto in altre lingue.

Con cosa vi piace scrivere? Avete un pennarello di fiducia?

Sì, il pennarello Molotov è sicuramente il nostro preferito. Ma scriviamo molto anche con la semplice penna, su fogli di carta. Ci piace molto abbozzare le nostre poesie ancora sulla carta piuttosto che al computer.

Arriviamo al progetto Metroromantici che, in realtà, prima di diventare un lavoro è stato un libro.

Dopo cinque anni di poesie sui social e sui muri sentivamo il bisogno di fare un punto, una raccolta con il nostro percorso fatto fino a quel momento. Abbiamo deciso di pubblicare il libro da soli, e di occuparci della distribuzione e della promozione sempre in autonomia. Poi, nel 2019, abbiamo rivisto il libro e aggiunto tanti altri testi. È la raccolta che ci racchiude e ci comprende nel modo più totale e fedele possibile.

Chi ha disegnato la copertina del libro, che è anche il vostro logo (se di logo è giusto parlare)?

Il logo lo ha disegnato interamente a mano il nostro amico Masito del Colle Der Fomento e lo abbiamo scelto anche come copertina della prima edizione del libro. Per l’edizione aggiornata abbiamo scelto un nuovo simbolo, fatto di nuovo da Masito: una rosa rossa che si scioglie in una goccia d’inchiostro nero.

L'idea di un radiodramma (o radiofilm che dir si voglia) com'è nata?

Avevamo già in mente di „chiedere in prestito“ delle voci che andassero bene per i nostri testi. Poi, durante l’inizio della pandemia, siamo stati contattati da Francesco Giordano e Lorenzo Parrotto, due giovani e bravi attori che, casualmente, avevamo visto recitare in uno spettacolo bellissimo pochi mesi prima („Ragazzi di vita“). Ci hanno proposto un podcast e da lì ci siamo messi al lavoro insieme al nostro amico e regista Andrea Rusich, nostro fedele collaboratore e amico da sempre, trasformando quell’idea iniziale in qualcosa di più strutturato: un vero e proprio film da ascoltare, recuperando così un genere dal passato per dargli nuova veste. In un secondo momento abbiamo individuato anche altre voci, soprattutto quella di Riccardo Parravicini a cui è affidata la parte sostanziosa del radiofilm.

Immagino sia difficile trovare una voce che legga i testi esattamente così come vengono concepiti da chi li scrive.

Ci piace lasciare spazio di espressione a chi interpreta. Diamo alcune linee guida, ma ci piace farci sorprendere dalla lettura che ognuno ne dà, sempre diversa, sempre stimolante. A volte abbiamo osservato e vissuto i nostri stessi testi in modo nuovo.

Che rapporto avete con i podcast e con questa "nuova" forma di racconto, che in realtà è la più antica di tutte?

Ci piacciono, li ascoltiamo, pensiamo sia una gran cosa questo ritorno entusiasta di una forma orale del racconto. Ci piace perché dà soprattutto importanza alla sostanza, al contenuto, senza la pervasione dell’immagine. Una modalità molto vicina al nostro modo di essere presenti, sotto pseudonimo, senza mostrarci.

È stato difficile il passaggio dal testo al parlato e dalle poche righe di una poesia a un testo narrativo più lungo??

No, abbiamo sempre scritto anche testi più lunghi e stiamo andando sempre di più verso una dimensione del racconto, meno immediata e più elaborata.

La colonna sonora di "Metroromantici" è firmata dai Colle der Fomento e visto il rapporto che vi lega a loro non poteva essere altrimenti. Che rapporto avete con il resto della scena romana?

Come detto all’inizio, una parte di noi è cresciuta con l’hip hop. Fa parte delle nostre radici. Con quello romano abbiamo un rapporto di familiarità. Con il Colle siamo amici e c’è una stima reciproca. Siamo felici di averli avuti con noi in questo progetto, era davvero il momento perfetto per unire le nostre parole alla loro musica, anche perché nel testo vengono citati e si può dire che quel testo è stato scritto a monte con la loro musica come sottofondo.

C'è stato mai qualcuno che vi ha chiesto di scrivergli dei testi per una o più canzoni?

Sì, c’è stato ma non eravamo nella sintonia giusta per poter accettare. In realtà vorremmo scrivere noi qualcosa per qualcuno, magari proprio per il Colle. Ci piacerebbe scrivere un testo anche per Coez oppure per i Fast Animals and Slow Kids. Abbiamo gusti musicali variegati e potremmo scrivere testi per artisti anche molto diversi tra loro.

Ultima domanda che chiude un po' il cerchio e ritorna alle influenze di cui abbiamo parlato all'inizio. Le vostre poesie si trovano anche accanto o addirittura all'interno di lavori di molti street artist di Roma, che rapporto avete con questa scena?

Essere presenti all’interno di opere di street art ha significato per noi soprattutto lavorare insieme a Solo, street artist di Roma molto conosciuto. Abbiamo sviscerato il nostro rapporto con questa disciplina durante il Festival di Poesia di Strada che si è tenuto al Trullo nel 2015, in cui abbiamo invitato una decina di artisti che, accompagnati da altrettanti poeti di strada, hanno creato un’opera unica in cui le due arti potessero unirsi. È stata un’intuizione che ha reso il nostro quartiere un posto unico in tutta Roma. Ci tenevamo davvero alla compresenza di arte e poesia su uno stesso muro. Al tempo stesso, sentiamo la collaborazione con la street art come una tappa, non escludiamo di fare altre cose in futuro (ci piacerebbe molto unire un nostro testo a un’opera di Luis Gomez per esempio), ma ci stiamo sempre di più volgendo verso nuove forme espressive, come il radiofilm appunto, ma anche un progetto che unirà poesia e fotografia (e sarà il prossimo a uscire) e un romanzo corale su cui continueremo a lavorare ancora per un po‘.