„The Talk Box“ è il movimento ponte attraverso il quale la parola da pensiero si fa voce e costruisce, nella sua trasformazione in linguaggio, un legame con il luogo in cui si realizza. Una rassegna pensata come spazio di dibattito plurale sulle intersezioni tra letteratura e attualità, creata da Marina Longo: scrittrice, organizzatrice di eventi culturali, docente di alcuni corsi di scrittura. Martina lavora anche come freelance editoriale, come ufficio stampa e commerciale di Wojtek edizioni, dal 2025 è nell’organizzazione del FLIP Festival e collabora attivamente con il nuovo Spazio Kina di Roma, al Quadraro Vecchio. Riavvolgiamo il nastro di questa prima stagione di „The Talk Box“ in vista dell’ultimo incontro della stagione si terrà mercoledì 29 aprile dalle 19:00.
Come nasce l’idea della rassegna "The Talk Box", e perché hai deciso di organizzarla proprio da Spazio Kina?
Parto proprio da dove tutto è iniziato. Una sera, allo ZK, squat a Ostia, che purtroppo a fine gennaio è stato sgomberato, Andrea, un mio amico e socio di Spazio Kina, mi propone di entrare all’interno dell’associazione per occuparmi della parte letteraria e dell’organizzazione degli eventi, conoscendo il mio background culturale e politico. Ho accettato subito: ero molto contenta perché ero arrivata da poco a Roma e per una volta nella mia vita mi sentivo stabile in un luogo, quindi ero entusiasta di poter organizzare delle cose anche in questa città. Andrea è stato fondamentale non solo perché mi ha coinvolto in spazio Kina, ma anche per il confronto sull’idea del progetto, per la scelta del nome, per l’aiuto su ogni aspetto che riguarda gli incontri. Dopo averci riflettuto un po’, sono partita da una mia mancanza personale che però avevo notato essere condivisa da tante altre persone che mi stavano intorno, soprattutto da coloro che lavorano nell’ambito editoriale. Ovvero: smettiamola di parlare di autorx, ma torniamo a parlare di letteratura. La mancanza è stata soprattutto il non avere uno spazio fisico dove poter fare questa cosa e, soprattutto, tornare all’incontro fisico, perché, volenti o nolenti – adesso dirò una cosa che può sembrare abbastanza qualunquista – viviamo in un momento in cui, anche attraverso la tecnologia, siamo sempre più distanti. A mio avviso bisognava ritornare a parlare e a ragionare insieme cercando di tenere il pensiero attivo e trovare anche delle soluzioni su alcune cose. Alla base dell’idea c’era anche la voglia di tornare a essere lettorx attivx: basta con queste presentazioni che il pubblico subisce passivamente! Questo è un determinato tipo di approccio che ha preso il sopravvento negli anni creando delle distanze non indifferenti. L’idea del primo incontro mi è venuta in mente camminando a Malatesta: le influenze della guerra in Palestina sulla scrittura e il mercato editoriale. E ricordo che camminavo, era il periodo in cui a Roma c’erano state da poco le grandi manifestazioni per la Palestina e personalmente – ma credo che comunque fosse un sentimento comune – mi sentivo impotente. Vedevo che nel mondo stavano succedendo delle cose terrificanti e quello che provavamo a fare nel nostro piccolo, come andare a manifestare, comunque non portava dei risultati concreti e mi sono chiesta cosa potesse fare la letteratura. Sulla guerra ci sono state delle scritture, soprattutto in passato. Se pensiamo alle varie dittature della storia, la letteratura ha giocato un ruolo molto importante nel portare a galla tutta una serie di questioni nevralgiche. Durante la camminata ho pensato “Ok, forse potrebbe essere questa la soluzione, troviamoci e parliamo di argomenti attuali, di cose che ci circondano e che noi viviamo tutti i giorni influenzando il fare letteratura, dalla scrittura al mercato editoriale.” Ho chiamato delle persone competenti nei loro ambiti che potessero dare il via a un dialogo interessante. Il format comunque è orizzontale, deve essere così, le persone non si preparano, ognunx è liberx di dire quel che vuole, anche andando in contrasto con la persona che si ha accanto. E chi vuole può intervenire, chiunque. L’idea è proprio quella, ossia creare. Quello che comunque ci tengo a dire è che sì, l’idea l’ho avuta io ma „The Talk Box“ non è mio. Non c’è possessività. Non è, in realtà, una rassegna che avrei voluto curare da sola. All’inizio ho cercato delle persone con cui poter organizzare; perché volevo che fosse qualcosa di plurale. Infatti, il terzo incontro è stato ideato e organizzato con Elena Sofia Ricci (redattrice ed editor), quello di aprile con Emiliano Peguiron (redattore, editor, dal 2025 nell’organizzazione del FLIP Festival). Chiunque può venire e proporre qualcosa. Io mi auguro che da settembre „The Talk Box“ si trasformi, perché lo vedo come un essere vivente e come tale deve evolversi secondo la sua storia, che qual è? Lo scopriremo, non lo sappiamo. Però sì, c’è questo senso di comunità che nasce intorno alla letteratura. Siamo qui e parliamo, cosa che purtroppo nell’ambito editoriale, ma anche tra lx lettorx si è persa. Se pensiamo ai collettivi, le avanguardie fino al dopoguerra: facevano questo, cioè si incontravano al bar e ragionavano e sperimentavano e proponevano cose.
Cosa è successo durante i primi tre incontri? Che aspettative avevi rispetto alla rassegna quando ancora era soltanto un’idea e cosa in realtà ha preso strade diverse?
Non avevo alcuna aspettativa su questa rassegna, non è stata creata per uno scopo egoista, l’unico fine era incontrarsi. Se ci fosse stata anche solo una persona, sarei stata contenta. Perché significa che comunque a qualcuno è arrivata la mia stessa esigenza e quindi ci stiamo incontrando e stiamo parlando. Poi c’è questa idea di comunità, quindi alla fine di ogni incontro smantelliamo tutto, si crea questa tavolata lunghissima e mangiamo la pizza tuttx insieme; per chi vuole restare. Il primo argomento è stato appunto le influenze della guerra sulla scrittura, sull’io narrante e sul mercato editoriale. La cosa fondamentale è che non c’è una programmazione vera e propria in „The Talk Box“, perché nasce proprio con la suggestione di farsi assalire dalla realtà. L’idea è anche quella di guardarsi intorno volta per volta e scegliere un argomento di cui parlare che sia veramente attuale e che comunque possa colpire, che possa essere un’urgenza. Il primo incontro è stato con Luciano Funetta (scrittore), Jonida Prifti (poeta e musicista) e con Corrado Melluso (editore di Timeo), persone che hanno molto a cuore l’argomento scelto e hanno creato uno spazio molto intimo. Sembra di stare tra amici ecco, per cui diciamo anche un sacco di stronzate, parliamo di cose intelligenti, ma ridiamo anche tanto ed è bella questa cosa perché succede tra persone che non si conoscono assolutamente. Il secondo incontro è stato sul dissenso in letteratura e la letteratura del dissenso. Io ero appena tornata da Torino e l’Askatasuna era stato da poco sgomberato, mi sono ritrovata questa scena post-apocalittica: Vanchiglia militarizzata con forze del disordine ovunque. Ho detto “Dio mio, che cazzo sta succedendo”. Mi sono venuti in mente subito i ragazzi di Piazza Majakovskij, che è stato questo movimento letterario in Russia subito dopo la morte di Stalin, dove per la prima volta nella storia il dissenso è partito dalla letteratura. E quindi mi sono detta “Ma è possibile adesso una cosa del genere? Ragioniamoci”. Gli ospiti erano Giulio Calella (editore di Edizioni Alegre), Carlo Mazza Galanti (scrittore) e Carolina in rappresentanza di Neurosifilide. E anche lì si è creata proprio una bellissima atmosfera di scambio collettivo. A un certo punto abbiamo dovuto dire “Raga, basta, stiamo crepando di fame, dobbiamo mangiare”. Il terzo incontro che è stato ideato e organizzato con Elena Sofia Ricci, che ora è diventata collaboratrice fissa della rassegna. Era a casa mia e stavamo ragionando su ciò che mi aveva detto una ragazza la sera precedente: “Sai adesso la scrittura del sé va tantissimo”. Questo mercato editoriale che sta appiattendo le storie e la letteratura e tutto questo ego che avanza e che prende il sopravvento in tutti gli ambiti. Basta, ho pensato. Elena, però, mi ha fatta riflettere su come questa tendenza abbia anche una controparte meno ipertrofica, ed è uscito il tema dell’uso del politico nella scrittura del sé per minoranza e femminismo. E per questo incontro le ospiti, perché questa volta è stato tutto al femminile, sono state Laura Pugno (scrittrice), Marta Cotta Ramosino (Asterisco Edizioni e Libreria Antigone) e Clara Ciccioni (Nero editions). Quindi anche qui delle figure che con la loro esperienza lavorativa, politica e umana potevano arricchire il dialogo. La cosa meravigliosa che sta succedendo in questi incontri è che le persone, che poi sono appunto addettx ai lavori e che vengono chiamatx come ospiti, sono veramente contentx di partecipare, perché evidentemente colma una mancanza e, soprattutto, non sei a una presentazione, non sei in radio, non è un’intervista, le persone dicono quello che pensano. Una cosa di cui abbiamo avuto cura, per esempio, può sembrare una cavolata, ma è lo spazio, per noi è una cosa importante. Per renderlo il più familiare possibile, Spazio Kina diventa un salotto durante gli incontri con i tappeti, cuscini gettati a terra, divani. Poi con Andrea ci divertiamo a scegliere anche il colore delle luci in base all’incontro. Dal prossimo incontro la struttura dello spazio cambierà nuovamente, nel senso che le sedie e i cuscini fino adesso sono stati disposti in modo abbastanza classico, da presentazione. Però non ci convinceva più. Quindi Elena e io abbiamo deciso di modificarlo e ci siamo messe a ragionare, ho anche un disegnino che posso farvi vedere. Abbiamo cercato di formare un cerchio, seppur imperfetto. E, dalla prossima volta inoltre, le persone ospiti saranno sparse, non sedute l’una vicino all’altra, proprio per colmare la distanza anche minima tra chi viene per ascoltare o per intervenire e chi è ospite. Quindi renderla sempre più orizzontale anche nella fisicità proprio dell’incontro. Come si evolverà? Cosa mi aspetto? Io non mi aspetto nulla. Nel senso che „The Talk Box“ è veramente una cosa fatta col cuore. Senza aspettativa di un rendiconto personale ma per incontrarsi e ritornare ad avere un approccio alla letteratura più sfaccettato possibile. „The Talk Box“ è una rassegna che è aperta alle metamorfosi. Quindi non so cosa succederà. Non ne ho la più pallida idea, ma ben venga così. per me „The Talk Box“ non è qualcosa di chiuso, che ha dei serranti.
Per l’ultimo incontro della rassegna di questa stagione hai invitato tre collettivi di scrittura: Montag, Nucleo Kubla Khan e wandering translators. Sono molto diversi tra loro, raccontaci delle loro peculiarità e soprattutto, secondo te, i collettivi hanno effettivamente ancora una forza politica? Possono essere una risposta all’attuale crisi editoriale? E la loro chiave politica risiede più nel fatto che riescono a veicolare certe istanze politiche o più nel trasformare quello che è un gesto individuale come la scrittura in qualcosa di collettivo in sè?
Credo che i collettivi abbiano un potere che però hanno dimenticato. I collettivi di scrittura, parlando proprio dal punto di vista politico, editoriale e letterario, hanno completamente rimosso questa cosa, storicamente i collettivi nascono perché la gente aveva l’esigenza di incontrarsi e fare delle cose insieme per provare a trovare una rottura nei confronti di qualcos’altro che c’era o c’era stato. Purtroppo, attualmente, e di ciò ne abbiamo discusso ampiamente anche con Emiliano Peguiron, con cui abbiamo pensato questo quarto incontro della rassegna, vige l’impero dell’ego e quindi è molto difficile trovare persone che collettivamente portino avanti una determinata istanza o un determinato tipo di pensiero. È molto raro. Per esempio, c’è stato Terra Nullius che è stato secondo me uno degli ultimi collettivi letterari davvero notevoli. Luciano Funetta ne ha fatto parte e anche Pier Paolo Di Mino, tra lx altrx. Per l’incontro del 29 aprile abbiamo cercato collettivi che ancora operano con quello spirito. I Montag sono un collettivo di sperimentazione letteraria che sfrutta le piattaforme digitali per una scrittura simultanea a distanza: sei mani che scrivono contemporaneamente e che ragionano in maniera parallela e contemporanea allo stesso tempo. A farsi loro portavoce ci sarà Luca Tognocchi. Poi ci sarà Vincenzo Montisano per il Nucleo Kubla Khan, un collettivo di scrittura con base a Cosenza che è un mosaico di scrittorx e lettorx in una prospettiva di crescita personale e comunitaria. Ogni settimana si incontrano per leggersi ed editarsi i propri scritti a vicenda; organizzano anche eventi, reading. E Daniela Allocca di wandering translators (Daniela Allocca, Rosa Coppola e Beatrice Occhini), collettivo di traduzione di Napoli: loro sono tre germaniste che curano progetti transmediali e didattici per la diffusione della poesia contemporanea in traduzione, che traducono appunto dividendosi il lavoro equamente. È uscito da poco grazie a loro un libro di Nico Bleutge, „di notte splendono le navi“. Di solito per la rassegna chiamiamo gente che abita a Roma, per questione di budget. Però mettiamo a disposizione un banchetto così che ognux possa vendere le copie dei vari libri, perché è giusto che la gente possa avere un riscontro anche economico. Ma Vincenzo e idem Daniela, hanno scelto di prendere il treno e venire per creare una rete: questo è il bello. Tornando a come i collettivi di scrittura si intersecano alla politica, c’è sicuramente da dire che la molteplicità ha più forza di una singolarità. Io credo che i collettivi possano ancora provare a mettere in discussione e ribaltare l’oggi. Hanno tutti gli strumenti necessari per attuare un compito del genere. Il problema però sono le persone, che comunque sono centrate sull’io e non sul noi. Parliamo appunto di egoismo. Immaginate come potrebbe essere lo stato attuale, emotivo e psichico, non solo dell’editoria, ma anche del modo in cui pensiamo l’editoria e la scrittura in questo momento, se un gran numero di scrittorx si unisse per fare qualcosa, in una pluralità di collettivi. La scrittura di per sé è un gesto solitario ma questo non deve essere sinonimo di isolamento. Da fine anni Novanta, tolta l’esperienza di Terra Nullius, è stato difficile creare un movimento collettivo letterario di ampio respiro. Per quanto riguarda la scrittura, quasi nessunx propone qualcosa di diverso in maniera collettiva. Magari lo fa qualche autorx singolarmente, prova a sperimentare, ma comunque è rarissimo in questo periodo storico. Perché il mercato editoriale ha imposto determinati tipi di regole, a quanto pare lx lettorx medix deve avere un quoziente intellettivo molto basso, glielo si deve abbassare forzatamente, perché è questo che impongono i grandi gruppi editoriali. Quindi è raro trovare situazioni del genere e, anche nel momento in cui si trovano, è difficile che queste singolarità ricavino il loro spazio. Bisogna pensare a cose nuove. Alcune riviste in qualche modo ci provano e riescono a portare avanti il ruolo originario che avevano le riviste: quello della sperimentazione. Nella mia attuale esperienza da commerciale e ufficio stampa, confrontandomi con le librerie, ho notato la difficoltà nel realizzare le presentazioni, quindi risulta complicato fare incontrare autorx con un eventuale pubblico di lettorx. Perché la gente è stanca di ricoprire il ruolo di fruitorx passivx. „The Talk Box“ è anche un modo per parlare di libri, partendo da grandi tematiche che ci preme discutere. Testi che sono correlati all’argomento e quindi chi ascolta, chi interviene, scopre inevitabilmente anche libri ed esperienze nuove, perché è una condivisione del proprio bagaglio culturale.
