Where

Cinema Godard - Fondazione Prada
Largo Isarco 2, 20139 Milano

When

Saturday 25 May 2024
H 20:30

How much

€ 6/4

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Scoprii il poliziesco all’italiana quando ero un ingenuo studente universitario, e la prima cosa che feci fu assecondare l’immagine popolare del “poliziottesco”: quella di un genere “trash”, dominato dall’umorismo volgare e sopra le righe di Tomas Milian e del suo Monnezza. Addentrandomi nel filone, mi trovai invece davanti opere con un’energia propulsiva contagiosa, scandita dal funky/progressive delle colonne sonore dei fratelli De Angelis, di Bacalov, Morricone e Micalizzi. Film con una grande personalità, che li distingueva dai prodotti coevi americani, il filone action anni ’70 dei vari Ispettori Callaghan e Giustizieri della Notte, che pure erano nati per scimmiottare.

La crudezza e quell’aria raffazzonata che li contraddistinguono sono considerate parte del loro fascino.

I “poliziotteschi” si distinguevano dai loro cugini d’oltreoceano anche per la scarsezza dei mezzi con cui erano realizzati. L’industria italiana dell’epoca era bulimica: una volta imbroccato un filone di successo, bisognava produrre più film nel minor tempo possibile e spendendo il meno possibile. Era successo con i peplum e gli spaghetti western e, negli anni ’70, fu il turno dei poliziotteschi. Oggi, la crudezza e quell’aria raffazzonata che li contraddistinguono sono considerate parte del loro fascino, ma si tratta di effetti collaterali del modo in cui venivano girati. Non è difficile immaginare un regista, sul set di un poliziottesco, gridare “Buona la prima!” dopo aver ripreso un inseguimento tra l’auto dei rapinatori di turno e le Alfette della polizia. Ma per fare cinema in condizioni così proibitive era necessario avere, dietro la macchina da presa, professionisti con una personalità altrettanto forte, registi artigiani con il pugno di ferro e un controllo assoluto del set: gente come Umberto Lenzi, Stelvio Massi, Fernando Di Leo e, naturalmente, Enzo G. Castellari.

Se c’è un regista che, nonostante lavorasse con le stesse limitazioni dei colleghi, non dava mai idea di essere frettoloso o raffazzonato, era proprio Castellari. Figlio d’arte – suo padre, Marino Girolami, e suo zio, Romolo Guerrieri, erano entrambi registi veterani – Castellari guardava ai grandi autori americani, Sam Peckinpah, William Friedkin (La polizia incrimina, la legge assolve può essere considerato a buon diritto un companion piece de Il braccio violento della legge), non solamente per scimmiottarli, ma con una forte comprensione del mestiere. Questo perché Castellari era passato dal montaggio, era stato un pugile e aveva fatto il cascatore e l’attore, aveva insomma vissuto il set in tutte le sfumature possibili. Ciò è evidente nel modo in cui dirige l’azione, ne gestisce i tempi e sa ricavare sempre spazi per darle respiro. Come Alfred Hitchcock, Castellari faceva un cinema di situazioni più che di caratteri, e usava gli attori più come corpi d’azione che personaggi (non a caso lavorava con attori in grado di eseguire i propri stunt).

 

Spesso le trame dei suoi film sono basilari, pure scuse per costruire grandi sequenze d’azione – le sparatorie finali de Il grande racket e Il cittadino si ribella, l’inseguimento aereo de La via della droga – in cui la messa in scena è studiatissima e mai banale, e che Castellari girava usando più di una macchina da presa contemporaneamente. Per lui, insomma, l’azione era molto più importante della sostanza, o meglio l’azione stessa era sostanza. Tutto il resto, la giustizia fai-da-te fraintesa dalla critica come fascismo, è puro condimento: il cinema di Castellari è prima di tutto spettacolo, intende colpire la pancia dello spettatore con ogni mezzo lecito. Qualunque lettura politica dei suoi film è futile, perché ne fraintende lo scopo, cioè sfruttare le paure dello spettatore e usarle per fare grande cinema. Pura exploitation, nel senso migliore del termine. È questa sfumatura a distinguere il cinema di denuncia di quegli anni dal poliziottesco, un genere che non venne mai capito, fu sempre ostracizzato, eppure resta una fotografia potente e sincera delle paure e delle ansie dell’Italia di quegli anni.

Le due proiezioni sono introdotte da un talk in presenza del regista Enzo G. Castellari e Manlio Gomarasca, fondatore e direttore della rivista Nocturno.

Double bill: biglietto unico per le due proiezioni di Nocturna.

Written by Marco Triolo