Il comfort è una cosa che di solito non si guarda. Si dà per scontato. Funziona quando non si sente.
Per me è qualcosa di molto semplice: una sedia su cui stare seduta senza pensarci, una stanza alla temperatura giusta, un luogo dove potersi fermare qualche minuto. Sono condizioni minime che fanno stare bene e che permettono di continuare a lavorare o a muoversi nello spazio senza difficoltà.
Smooth Operator, la prima personale italiana di Villiam Miklos Andersen alla Fondazione Elpis, a cura di Gabriele Tosi, parte da qui, dal momento in cui il comfort smette di essere uno sfondo e diventa qualcosa che possiamo osservare. Non un’idea astratta, ma un insieme di spazi, oggetti e regole che guidano il nostro modo di muoverci e di stare insieme.
Negli spazi della Lavanderia, fino al 14 giugno 2026, tutto sembra ordinario. Cabine colorate che ricordano spogliatoi o wc chimici (i nostri amici Sebach), un distributore d’acqua reso più grande del necessario e in marmo, strutture in legno che richiamano gli orinatoi dei bagni pubblici. Sono cose che conosciamo bene. Le vediamo negli uffici, nelle palestre, nei luoghi di lavoro. Qui però non servono davvero. Sono ferme, isolate, inutili e inutilizzabili. E proprio per questo iniziano a farsi notare.
Il titolo è preso dalla celebre canzone di Sade. Lo smooth operator è quello che si muove senza attrito, che sa adattarsi, che non si lascia mai leggere fino in fondo. È un’immagine che assomiglia molto al lavoratore ideale di oggi: flessibile, sempre efficiente, capace di gestire tutto senza mostrare fatica. In molti ambienti professionali non basta fare bene il proprio lavoro: bisogna farlo con naturalezza, senza incrinature, nascondendo l’ansia sotto il tappeto. Andersen non smonta il sistema, ma lo osserva da un angolo leggermente diverso. E proprio così ne mette in luce le tensioni. In fondo, è come se sollevasse quel tappeto.
Il comfort non cade dal cielo.
Il centro della mostra è una sauna mobile che l’artista ha guidato dalla Scandinavia a Milano, trasformando il viaggio in un video. La sauna è uno spazio di cura, di vulnerabilità condivisa, montata dentro un ex carro militare. Qualcosa che si sposta, che viaggia, che viene inserito dentro circuiti organizzati. Anche il benessere passa attraverso le stesse strutture che regolano il lavoro: trasporti, logistica, organizzazione del tempo, sistemi pensati per far funzionare tutto in modo efficiente. Il comfort non è fuori da questi meccanismi. Ne fa parte.
Se chiudo gli occhi mi rendo conto che il confort ha un significato, ha soprattutto delle sensazioni, ma qui mi rendo conto che non è un diritto neutro né un lusso innocente. È una costruzione culturale che definisce chi può rilassarsi e chi deve sostenere quel rilassamento.
Qualcuno può fermarsi, qualcun altro deve garantire che tutto continui a funzionare. Ogni ambiente accogliente implica lavoro, gestione, controllo. Il comfort non cade dal cielo. È prodotto, e non tutti ne beneficiano allo stesso modo. Per stare bene bisogna stare dentro certe strutture e, stare dentro significa accettarne le regole, anche quando non le vediamo.
Alla fine resta una domanda semplice: quanto del nostro modo di stare nei luoghi di lavoro è davvero spontaneo, e quanto invece è adattamento? Mentre scrivo, comodamente seduta alla mia scrivania, mi chiedo quanta naturalezza ci sia davvero nei gesti più semplici e quanto, invece, sia il risultato di un lento addomesticamento. Forse non si tratta di uscire dal sistema, ma di accorgersi di come lo attraversiamo ogni giorno: di smettere di considerare il comfort qualcosa di naturale e iniziare a chiederci chi lo rende possibile, e per chi.
Written by Sofia Giacomelli