Quattro rider aspettano istruzioni da una macchina in un luogo isolato: potrebbe essere Roma, Milano, Madrid, un qualsiasi non-luogo nei pressi di una città. Un algoritmo elabora diverse informazioni e, quando arriva il segnale, i protagonisti partono, consegnano, tornano e ricominciano. Sembrerebbe la trama di “Ricomincio da capo”, ma qui, più che a una commedia, purtroppo assistiamo a un dramma che si ripete in tutte le città.
La struttura è tutta qui: semplice, ripetitiva, inceppata su sé stessa. Ed è una scelta chiara: il lavoro diventa meccanico, il tempo si appiattisce, i personaggi sembrano non avere un vero sviluppo, sono semplici esecutori. Quella che emerge è soprattutto una condizione. Sono lavoratori invisibili, stranieri, spesso incapaci di comunicare anche tra loro. Vivono accanto alla città, ma senza farne parte. Il sistema funziona grazie a loro, ma non li riconosce, non li garantisce e non li vuole vedere.
Il nuovo “caporalato metropolitano” si basa anche su questo: su corpi che lavorano senza sapere per chi, né perché, e su una distanza — tra chi consegna e chi riceve — che non è solo geografica, ma sociale. Ci siamo mai chiesti qual è il vero prezzo della nostra cena calda, consegnata comodamente a casa in venti minuti?
Written by Andrea Di Corrado