Ad could not be loaded.

Fri 19.06 2026

ARRAPAHO

Where

Anteo CityLife
Piazza Tre Torri 1l, 20145 Milano

When

Friday 19 June 2026
H 21:30

How much

da € 3,50

Contacts

Sito web

Difficile dire se sia uno scherzo, un manifesto, una strategia commerciale per un album, uno sfogo, una bestemmia, uno schiaffo, difficile dire tutto questo e d’altronde Arrapaho è un cult, e che si vuole dire di un cult?, niente, niente di niente. Ma eccoci qua: torna nelle sale un’opera conosciuta da cinefili appassionati ed eruditi critici, dalle torri sapienziali che s’arrabattano in miliardi di parole dai più bei salotti intellettuali della cara vecchia borghesia e degli attuali radicalismi culturali più efferati che ancora suggono latte e danari da comode camerette, “il film più brutto della storia del cinema italiano”.

Opera massima di Ciro Ippolito – che fece letteralmente tutto, obbligato dalle sue stesse premesse: violentare il suo stesso film, volontà non poi dissimile dallo stessa postura degli Squallor (Dio li benedica, li renda immortali), da cui il film prende il nome e le voci e gli attori e i toni –, disastro cinematografico di maggior successo della storia italiana, storia d’amore canonica e parodica, offensiva e recitata malissimo ma mai sconcia davvero, testi non-sense e politicamente scorretti – non vi fa nostalgia questo ridere, coi piedi e la testa leggera? –, e una scrittura risicata all’osso, ricolma di battute e nomi dissacranti, di recitazioni pessime e incredibili improvvisazioni, e di amore libero ed era la metà degli anni Ottanta e nello scrivere questo c’è sovvenuta con prudenza una frase dal film sulla vita di Lenny Bruce, di quel mirabile monologo dove per 12 volte viene ripetuta senz’alcun rispetto la n-word finché quasi non lo menano male: «è la repressione di una parola quella che le dà violenza, forza, malvagità», e ci pareva giusto inserirla a fronte del nome d’una delle tribù che leggerete tra due righe.

1888: siamo nelle piane ai piedi dell’Oregon, ma è Roma, per l’esattezza via Tiburtina e le Cascate di Monte Gelato. Tre tribù, gli Arrapaho, i Cefaloni e i Froceyenne – «Questi ultimi nati da un incesto tra un tranviere gobbo e una nana antalofata» – sono in guerra. L’amore tra Arrapaho, figlio omonimo del capo degli Arrapaho, che altro non fanno che fare l’amore tra tutti in barba ai generi – un amore intersezionale, poliamoroso, senz’alcuna struttura famigliare, ma collettiva!, ah!, gli anni Ottanta! –, e la bella Scella Pezzata dei Cefaloni è l’inizio e la fine della storia. D’una brevissima storia con giusto qualche canonicissimo ostacolo. La più semplice che possiate immaginare, a dire il vero. Zero impegno nella scrittura, ve l’assicuriamo. Ma non è quello che vale. Bisogna guardare all’impegno nel dare fastidio, nello scandaletto ridicolo, nel dissacrante, nell’essere quella persona che appena apre bocca v’arriccia lo stomaco mentre quella ride sguaiatamente, un cachinno beffardo e totalmente irrispettoso.

Per farvi altri nomi tra i protagonisti: Grande Capo Palla Pesante, il figlio Capo di Bomba, Cornetto Solitario, Latte Macchiato, Mazza Nera che odora il culo alle cavalle o Cavallo pazzo, a cui una controfigura di Cesare Ragazzi – dimenticato imprenditore degli anni Ottanta specializzato in soluzioni per calvizie –, sbucando come una ninfa dal fiume, offre un parrucchino riparativo in seguito allo scalpo eseguito da Arrapaho nei pressi del finale.

Vi troverete poi, a nostro avviso e per vostra informazione, checché v’interessi, la più bella canzone propiziatoria per pioggia mai scritta, un tormentone tristemente mancato diciamo, che se cantato da una Loredana Berté – lo diciamo, sappiatelo, con contezza, dal momento che uno dei suoi pezzi più conosciuti di sempre, E la luna bussò, fu scritto proprio dal Pace (fondatore degli Squallor) –, sarebbe rimasto incistato nelle teste di generazioni. Vi troverete Avida, avida nella vita ma peggio da morta, e il più bell’insulto a un morto mai scritto in un monologo di circa quattro minuti, «Sei la chiavica d’un cadavere». Assisterete a spot a casaccio che s’intromettono nel film quando meno ve l’aspettate, e tutti miracolosamente fatti male, malissimo, tutti allusivi e dissacranti, su carne in scatola, preservativi, viaggi in tram, e anche una versione speciale – specialissima – e ovviamente dissacrante, dell’Aida composta dagli Squallor stessi.

Ciro ne andò fiero d’Arrapaho. Come non esserlo? Il film più brutto della storia del cinema italiano incassò tanto che quasi quasi ne fece un sequel. Il fatto che questo spaghetti western, che prosciugò il suo budget affittando dei cavalli sgangherati, torni al cinema è a nostro avviso oro, oro colato. Un’occasione per reimparare a ridere cretinamente senza bisogno di reprimere parole, d’averne paura, o d’aver paura d’offendere, affidandosi insomma alla simpatica e magnanima contezza di chi abbiamo davanti e non a quelle brutte bestie delle “anime belle”.

 

 

 

Written by Giacomo Prudenzio