“Carmina Burana” al Circo Massimo promette di essere molto più di un grande concerto all’aperto: è l’incontro tra una delle partiture più travolgenti del Novecento e uno spazio che porta già in sé l’idea del rito, della folla, della vertigine collettiva. Il percorso si apre e si chiude con “O Fortuna”, immagine della ruota del destino che innalza e precipita gli uomini, e attraversa poi la primavera, l’amore, il gioco, la taverna, l’ebbrezza, la seduzione e la perdita.
È proprio questa assenza di narrazione tradizionale a rendere l’opera così contemporanea. “Carmina Burana” non racconta una storia: racconta un’umanità. La sua drammaturgia è fatta di impulsi, fame di vita, paura del fallimento, attrazione per il piacere, senso di precarietà. La Fortuna non è più soltanto una divinità medievale, ma diventa una metafora potentissima del nostro presente: instabilità economica, esposizione pubblica, successo improvviso, caduta repentina, dipendenza dal caso, dall’immagine, dal consenso. La ruota gira ancora, solo che oggi sembra farlo più velocemente.
In questa prospettiva, l’allestimento al Circo Massimo assume un valore ulteriore, l’installazione video di Anagoor, collettivo visivo che intreccia teatro, arti figurative e tecnologia, consente di leggere la partitura non come reperto monumentale, ma come materia multimediale in continua evoluzione, capace di dialogare con l’immaginario contemporaneo generando nuovi rituali. Questo carattere rituale può esplodere con particolare forza: sotto il cielo di Roma, tra memoria antica e tecnologia visiva, “Carmina Burana” diventa una grande cerimonia sulla fragilità del vivere. Un’opera che ci ricorda quanto siamo ancora mossi dagli stessi desideri e dalle stesse paure: amare, godere, perdere, ricominciare. E restare, sempre e comunque, davanti alla ruota della Fortuna.
Written by Andrea Di Corrado