Come per tanti ambiti della vita, anche il mondo del whisky è pieno di terminologie tecniche, spesso anche un po’ oscure, che possono lasciare perplesso chi si trova davanti una bottiglia per la prima volta o è catapultato in una conversazione “tra iniziati”. Anche al Rome Whisky Festival – o forse, soprattutto in questa occasione – può capitare di rimanere spiazzati di fronte a qualche termine, quasi sempre in inglese – con il non proprio agile accento scozzese a rende ancora più complesse le cose – che magari si è sentito solo di sfuggita, senza conoscerne esattamente il significato e, soprattutto, senza capire cosa determina nel prodotto che si sta per assaggiare. Se non volete farvi trovare impreparati, ecco un breve glossario con alcune parole chiave che vi aiuteranno a orientarvi nella scelta del vostro whisky preferito, lettura da affiancare alla nostra precedente guida dedicata alle regioni del whisky in Scozia!
TIPOLOGIE DI PRODUZIONE
Blended: È la tipologia di whisky più diffusa in commercio e, come si può intuire dalla parola stessa, si ottiene quando si mischiano tra loro whisky prodotti da distillerie diverse. In sostanza, i grandi produttori commerciali di whisky, che viaggiano a milioni di bottiglie l’anno, comprano botti di whisky (anche di annate diverse) da altre distillerie (spesso più piccole) e poi li assemblano tra di loro per avere un prodotto finito. Le “ricette” di questi assemblaggi sono custodite gelosamente dai master blender, che si assicurano di ottenere il giusto equilibrio tra i vari whisky utilizzati e hanno anche il compito di garantire che, anno dopo anno, il whisky messo in commercio mantenga grosso modo sempre le stesse caratteristiche gustative. Pur essendo generalmente considerato il prodotto di minor qualità, anche con i blended si possono ottenere grandissimi risultati, soprattutto per gli imbottigliamenti che prevedono miscele da pochi (tra i due e i quattro) whisky diversi.
Single Malt: L’altra faccia della medaglia dei blended è il whisky single malt, che è invece il risultato della produzione di una singola distilleria. La bottiglia è quindi il risultato del lavoro che viene esclusivamente da un solo sito produttivo, dall’inizio della lavorazione del cereale (malto d’orzo solitamente se siamo in Scozia, ma altrove vengono usati anche segale, mais o altro) fino alla maturazione in botte e all’imbottigliamento. Anche all’interno della stessa distilleria però, si possono fare delle miscele, ma solo tra whisky di diverse annate da loro stessi prodotti: rimane pertanto un single malt, ma questo sarà un fattore importante per gli “anni di invecchiamento”, che vedremo più avanti.
Single Cask: Forse è il prodotto più puro che si può avere, trattandosi non solo di un single malt, ma addirittura di un whisky che è il risultato di una singola botte (il cask, per l’appunto) proveniente da un solo processo di distillazione. Di fatto, una volta uscito dagli alambicchi di distilleria, la botte viene riempita con il whisky risultante e non viene alterata in alcun modo fino al prodotto finale che viene imbottigliato. Sono i whisky più particolari, poiché il sapore non viene mitigato in alcun modo e spesso sull’etichetta viene riportato, con una certa raffinatezza, il numero di bottiglia sul totale prodotte da quella singola botte.
Teaspooned: È un prodotto abbastanza di nicchia e non molto diffuso, ma si sta prendendo i suoi spazi negli ultimi anni. Può essere considerato una via di mezzo tra il blend e il single malt, poiché parliamo di un mix tra whisky di due sole distillerie, in cui uno di essi è però largamente preponderante: di solito in una proporzione intorno al 97/98% di uno contro, il 2/3% dell’altro. Si fa spesso per “spezzare” il gusto e i sentori di una distilleria con qualche nota della seconda. Nelle buone mani, dà spesso dei risultati sorprendenti.

INDICAZIONI CHE SI TROVANO SULL’ETICHETTA
Ageing (Y.O.): L’indicazione dell’età di invecchiamento di un whisky può sembrare la cosa più banale da “leggere”; tuttavia, ci sono dei dettagli che è bene sapere. Prima di tutto, va ricordato che sotto i tre anni di invecchiamento non si può legalmente chiamare whisky, ma, a parte circostanze particolari (distillerie di nuova creazione), raramente vedrete un’etichetta con invecchiamento inferiore ai cinque anni. Questa indicazione è solitamente ben in vista e specificata in tre modi diversi: “10 Years Old” (o ancor più semplicemente “10 Y.O.”), “Aged 10 Years” e infine “Distilled 2015 Bottled 2025”. Non c’è alcuna differenza, anzi, a volte queste diciture sono piazzate in alternanza sulla stessa etichetta per dare indicazioni più complete al bevitore! Per le severissime leggi che regolano il mondo del whisky, nel caso di blend e single malt è tassativo indicare sulla bottiglia l’invecchiamento dell’annata più giovane che viene utilizzato, anche se in quantità minima. Pertanto, se per una bottiglia vengono utilizzati un whisky di quindici anni e uno di otto, la bottiglia sarà necessariamente “Aged 8 Years”. E se invece non c’è scritto alcun dettaglio sull’invecchiamento, che significa? Beh, allora si tratta di un…
N.A.S: Ovvero, “no age statement”, senza alcuna indicazione di età e invecchiamento. È un fatto negativo che non sia indicato? Non necessariamente, piuttosto si tratta di una strategia commerciale che sta prendendo sempre più piede negli ultimi anni, soprattutto tra i grandi produttori. Per l’obbligo di dover utilizzare sempre l’invecchiamento del whisky più giovane utilizzato, a volte alcune distillerie preferiscono non indicare l’età per evitare che il whisky venga “penalizzato” dai preconcetti, secondo i quali un whisky più giovane è sempre meno complesso di uno più invecchiato.
Peated: È il termine inglese per “torbato”, ovvero quei whisky dal deciso sentore affumicato, dato appunto dalla torba, il combustibile fossile tipico di alcune zone della Scozia che viene utilizzato durante il processo di distillazione per portare a ebollizione l’acqua e il malto. Poiché tale tecnica viene utilizzata sempre più spesso anche in zone dove non è tradizionale, si può trovare direttamente sull’etichetta la voce “peated”, a volte accompagnata anche da una gradazione, ad esempio “lightly” o “heavily”. Per rendere le cose più complicate, alcune distillerie che fanno solitamente uso di torba nella produzione (come Talisker o Caol Ila, ad esempio) danno tutto per scontato e non scrivono nulla…
PPM (Phenols): Con PPM (parts per million) ci si riferisce ai fenoli, un composto volatile che si crea durante la combustione della torba e che sono i responsabili principali dei sentori tipici dei whisky torbati (affumicato, alghe marine, nafta, etc.). Grazie alle ricerche di laboratorio, adesso si può misurare esattamente quanti molecole di fenoli ci sono in un whisky. Non mi chiedete di entrare nel dettaglio che in chimica non sono mai andato fortissimo: vi basterà sapere che da 10 PPM in poi un whisky si considera leggermente torbato, mentre sopra i 30 PPM si parla di “altamente torbato”. Sopra i 100 PPM parliamo di “peat bombs”, vere e proprie bombe di torba per palati forti.
Cask Strength: Se trovate questa dicitura sull’etichetta, preparatevi ad assaggiare qualcosa di particolarmente forte e con elevata gradazione alcolica. Molto semplicemente, il whisky viene imbottigliato senza essere “allungato” con acqua per mitigare la gradazione alcolica – cosa abbastanza comune, visto che con la maturazione si ottiene un liquido intorno ai 60% – ma direttamente come esce dalla botte.
Unchillfiltered: Con questo termine si fa riferimento al processo di filtrazione a freddo, o meglio, al fatto che questo non venga effettuato. Per farla breve, quando si produce del whisky in grande quantità, il liquido viene abbattuto e portato sotto i 4° centigradi per rimuovere tutte le impurità e venire quindi filtrato in maniera più rapida. Questo procedimento comporta però anche un deterioramento delle qualità del whisky stesso (ne riduce la viscosità ed il colore). Le distillerie che producono minori quantità preferiscono una filtrazione manuale e senza alterare la temperatura, mantenendone così tutte le caratteristiche.

LE BOTTI
Barrel: È il termine cappello con cui vengono chiamate le botti di quercia utilizzate per invecchiare il whisky. Tuttavia, va sempre ricordato che, per le implacabili regole scozzesi, non possono essere utilizzate botti nuove, ma il recipiente in cui si conserva il prodotto distillato deve essere già stato usato per altri fini: la legge prevede quindi che vengano utilizzate o botti di sherry (chiamate “sherry butt”), che conferiscono il classico aroma fruttato e un po’ dolciastro, oppure botti da bourbon americano, che danno generalmente note più vanigliate e robuste. Gli Sherry butts sono grandi circa il doppio delle botti da bourbon e quindi garantiscono una resa superiore a livello quantitativo. Per quanto riguarda la qualità, il prodotto è talmente diverso che si rientra nella soggettività dei gusti.
First Fill: All’interno delle botti “usate”, si fa una specifica distinzione per la botti più “nuove”, ovvero quelle che vengono impiegate per la prima volta per l’invecchiamento. Difatti, una botte può essere riciclata anche dopo essere già stata riempita e usata: ovviamente, più la botte è a inizio vita, più consentirà di trasferire al whisky note maggiori e con incisività più marcata rispetto al suo contenuto precedente. Per tale motivo, nel caso si tratti di una botte al suo primo utilizzo per il whisky, ciò viene specificato, perché ci si attende una resa migliore al naso e al palato.
Hogshead: Sebbene per Hogshead si intenda genericamente una botte utilizzata per il bourbon, ci sono alcune peculiarità che meritano di essere approfondite. La premessa è che la legislazione americana, a differenza di quella scozzese, richiede che il bourbon venga invecchiato esclusivamente in botti “vergini”, pertanto, dall’altra parte dell’Atlantico si ritrovano sempre con una quantità di botti in esubero, che entrano quindi sul mercato per una nuova vita come contenitori di whisky scozzese. Per ragioni pratiche, le botti vengono smontate e spedite in Scozia via nave doga per doga, dove poi vengono rimontate per creare delle botti di dimensioni maggiori delle originarie.
Double Maturation: Nei vari procedimenti di alchimia che avvengono durante la creazione di un whisky, ce n’è uno che prevede che, oltre alla botte iniziale (ex-bourbon o ex-sherry), ne venga utilizzata anche un’altra. È la pratica della doppia maturazione o “finish”, in cui il whisky, dopo essere invecchiato per svariati anni nella botte originaria, viene trasferito (di solito per uno o due anni massimo) in un’altra botte, anch’essa usata per altri alcolici. In questo caso senza non ci sono limitazioni imposte dalla legge, pertanto ci si può pertanto sbizzarrire e far invecchiare un whisky 12 anni in una botte ex-sherry e poi passarlo in una ex-bourbon (o viceversa); oppure pensare fuori dagli schemi e “finire” il whisky in una botte che conteneva vino, porto, madeira, marsala o qualunque altra su cui il master blender riesca a mettere le mani, dando spesso risultati sorprendenti e inaspettati.
