Intervista dal futuro

Se i miei figli mi chiedessero come era andare a mangiare (e bere) fuori

Written by Martina Di Iorio il 12 April 2020
Aggiornato il 10 April 2020

Leggendo qualche giorno fa il New York Times mi sono imbattuta in una sorta di intervista che viene dal futuro. Come molti stanno fantasticando, ipotizzando, spergiurando in questi giorni, nella lettera si cerca di raccontare ai ragazzi di una generazione ancora lontana quello che ha voluto dire per noi, fino ad adesso, mangiare (e bere) intorno a una tavola.

Enorme è lo sforzo che si sta facendo per immaginare quello che ci sarà. Le paure personali, le inclinazioni, la cultura e il carattere di ognuno di noi si manifesta prendendo strade diverse, costruite su un lessico che va dal catastrofico alla possibilità, dalla speranza al dramma collettivo. Il domani, il futuro che – seppur ci venga detto di rimanere ancorati al presente – non si può far a meno di chiedersi come sarà.

Non ho mai immaginato di avere figli, ma immagino di avere un futuro, di raccontare a chissà chi come è andata, come è stato e come è cambiata una delle cose che rende tutti noi in primis degli animali sociali: uscire, stare insieme, preferibilmente con un bicchiere in mano. I ristoranti e i bar, non sono più solo dei luoghi dove si serve cibo o bevende, sono dei templi dove si è consumato il teatro – a volte dai toni esagerati – della collettività contemporanea. Mangio, bevo (fuori) e dunque sono.

Non ho mai immaginato di avere figli, ma immagino di avere un futuro, immagino di raccontare a chissà chi come è andata

Ora le cose sono cambiate, cambieranno ancora di più: dal metro di distanza alla serrata globale, il mondo della ristorazione e hospitality generalmente intesa è in ginocchio. Immaginarci un domani è doveroso, farlo immaginando un’intervista che viene dal futuro…chissà. Fantascienza? Ma gli androidi non sognavano pecore elettriche?

Ma non avevate paura del contagio a stare vicini?
No, perché stare insieme voleva dire stare meglio, e stare insieme al bar o in un ristorante significava stare in unione, unione attraverso la condivisione del pasto. Non era neanche così fondamentale dove andare, cosa mangiare, cosa bere, l’importante era fuggire dalla quotidianità. Il contagio, la paura di questo, è entrata a far parte delle nostre vite piano piano, un intruso con cui abbiamo iniziato a convivere. E che ha modificato le nostre abitudini sociali.

Perché alla gente piaceva spendere soldi in una cosa – come bere e mangiare – che si può fare benissimo a casa?
Io non ho mai cucinato prima dell’avvento del virus. Ma proprio mai, l’unica cosa che riuscivo a fare era assembrare insieme delle cose più o meno precotte. L’idea di indipendenza, di emancipazione, passava anche attraverso questo stile di vita fugace, veloce, surgelato. Il mondo come lo conoscevamo allora era un mondo che non permetteva riposo, rispondeva alla logica della dittatura dell’urgenza. La casa, a differenza di come la conoscevano i nostri nonni prima di noi, e di come la vivi tu ora, era solo un luogo di passaggio. Almeno nelle grandi città e metropoli. Vivere voleva dire vivere fuori e il ristorante e il bar erano considerati un vero focolare domestico.

Il mondo come lo conoscevamo allora era un mondo che non permetteva riposo, rispondeva alla logica della dittatura dell’urgenza

Ma scusa, non ho capito bene, cosa si faceva in questi luoghi?
In questi luoghi si viveva, nel senso più esteso del termine. Non importava, ora che mi ci fai pensare bene, cosa effettivamente si andava a mangiare o a bere. Certo, siamo stati travolti da un’infinità di mode, trend, propagande: ci hanno detto che bisognava mangiare bio, perché il nostro pianeta stava andando a rotoli, poi si son spinti tanto in là da farci prendere l’abitudine di mangiare cose come avocado, goji, aloe, senza considerare che queste cose andavano a rovinarlo il pianeta, per una serie di motivi. Abbiamo accettato senza problemi che le nostre diversità – gastronomiche quindi culturali – si azzerassero alla mercé di globalismo e globalizzazione. Per questo forse non importava tanto dove si andava, purché andare e sentirsi parte di un sistema.

Detta così sembra essere molto negativa la cosa.
Non era una cosa negativa in senso stretto. La condivisone della tavola o del bancone del bar, la voglia di stare vicini e sentirsi parte di una comunità è la cosa per cui siamo fatti. Forse ripensandoci adesso, tutto questo sistema – di base primitivo perché si parla di cibo e bevande – era stato fagocitato dalla dialettica dello show. Ma spogliando della finzione e sovrastruttura, rimaneva l’uomo, un bicchiere di vino o whiskey e un tavolo con qualche amico. La cosa più naturale e semplice del mondo.

Come avete vissuto questa transizione: da animali da bancone del bar ad animali solitari nelle vostre case?
Con estrema difficoltà. Si sono attraversate delle fasi collettive: negazione, ironizzazione, presa di coscienza, depressione e nuovo adattamento. Non so se in questo preciso ordine, ma diciamo che è andata più o meno così. Perciò l’uomo metropolitano, il cittadino del mondo, che mangiava a Milano cirashi e a Tokyo ciauscolo, si è lentamente ritirato in un nuovo mondo. Io per esempio ho riscoperto il supermercato, le ricette normali, tutti si sono ricordati della nonna, il lievito ha preso il posto della salsa di soia, la farina della cotoletta di soia fermentata. Abbiamo mangiato più pasta, più uova, più ciambelle.

Qual è la cosa che ti mancava di più in quel momento?
Ero comunque stanca della massificazione e spettacolarizzazione del food & beverage; nella mia testa lo storytelling infinito anche del chicco di riso aveva i giorni contati. Anche il presenzialismo. Ero sempre più propensa a frequentare pochi luoghi, autentici, veri: il bar sotto casa, il bar dell’amico, il bancone dove mi trovavo in una dimensione umana. Stessa storia per i ristoranti: trattorie, piccoli bistrot, mi trovavo sempre più orientata verso una cucina di tradizione, territoriale, povera se vuoi.
Ho un po’ goduto – in senso buono del termine – di questo silenzio che è sceso mettendo fine a tante voci rumorose. Ho pianto però per tutti – indistantamente – i locali che si sono trovati costretti a chiudere i battenti. Cosa mi mancava? Lo shakerato del Camparino, il negroni del Basso, la pizza di quei napoletani dietro casa, la folla del bar sotto casa il martedì. Ma bada bene, non si tratta di cose, seppur tu lo possa pensare: sono attimi di una vita che – seppur necessitava di qualche aggiustamento – era la mia.

Tutto ciò ritornerà?
Certamente. Il fattore umano vince su tutto. Ci stiamo solo evolvendo.