Camparino in Galleria

Zero qui: Beve un Campari Shakerato.

Contatti

Camparino in Galleria Galleria Vittorio Emanuele II,
Milano

Orari

  • lunedi 08:30–23
  • martedi 08:30–23
  • mercoledi 08:30–23
  • giovedi 08:30–23
  • venerdi 08:30–23
  • sabato 09–23
  • domenica 09–22

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Prezzo

Scritto da Martina Di Iorio il 27 maggio 2015
Aggiornato il 4 dicembre 2019

Se dovessi trovare e identificare nella mia vita un punto di riferimento questo è sicuramente il Camparino. Non ci penso mai due volte, quando voglio bere e mi trovo in zona, il Camparino è il mio bar. È un po’ il bar di tutti: quel bancone diventa piano piano familiare, come le persone che ci trovi dentro. Avventori, frequentatori, cassiere, barman, turisti, il Camparino è uno stato a sé, un posto con una storia che di certo non si racconta in un attimo. Ha quel fare aristocratico che è proprio delle icone senza tempo, da oltre 100 anni all’angolo della Galleria Vittorio Emanuele.

Non mi metto quasi mai a sedere, il rito dell’aperitivo qui si consuma in piedi, davanti al bancone. Ordino sempre Campari Shekerato, ovviamente con un po’ di gin; i miei colleghi preferiscono il Lavorato secco, altra istituzione che però non verrà più servita. Un pezzo di storia che viene cancellato. Il problema è che qui un drink non ci basta quasi mai, si moltiplicano o triplicano con una facilità che ci rende fuoriclasse del settore. Che goduria vedere litrate di Campari versate con sicurezza dai ragazzi del bancone: Simone appena mi vede prepara lo shaker, ci versa dentro dosi abbondanti di Campari bitter e gin e poi serve con uno zest di arancia. I classici qui sono i cocktail immortali dell’aperitivo: Americano, Negroni, Mi.To., ai quali si aggiungono i nuovi studiati dal bar manager Tommaso Cecca, come il Beer Americano, il Golden Cynar Soda.

Bar feudo di quella religione che va sotto il nome di Campari, qui si è fatta la storia del bere bene in città e dell’aperitivo. Personaggi noti, meno noti, insegne che cambiano con gli anni, proprietà, si susseguono qui sotto la Madonnina. Dal 1867, quando Gaspare Campari apre, fino al 1943 quando viene ceduto a Miani, diventando così il Caffè Miani. Solo dal 2012 è tornato a essere sponsorizzato dalla Campari. A testimoniare che il Camparino non è mai fermo sullo steso punto è la recente ristrutturazione che lega la riqualificazone degli spazi (piano interrato e primo piano) con la collaborazione con Davide Oldani.

Un cocktail bar che si lega al concetto di food pairing con uno degli chef più in voga del territorio milanese. Tutto si trasforma, nulla si distrugge in questa nuova veste che non stravolge gli ambienti del vecchio bar di Vittorio Emanuele ma li restituisce a Milano in una nuova forma che ci piace. Due sale che si snodano intorno al bar di passo, che continuerà a offrire ai passanti i classici come Campari Selz, Negroni, Shakerato, accompagnati da piccoli finger home made. Due piani – uno superiore dedicato al concetto di pairing con i pan’cott di Oldani, e uno inferiore, solo su prenotazione, più intimo. In fondo, a me, noi, tutti, poco importa: tra vecchietti meneghini che ci saltellano attorno gioiosi, professionisti della Borsa che si rilassano con un drink prima di tornare a casa e la Madonnina, lassù, che ci strizza l’occhio, sembra di essere usciti fuori dal tempo.

Contenuto pubblicato su ZeroMilano - 2019-12-01