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La terra, le liturgie e la convivenza: la 18° Biennale di Architettura

La Biennale curata da Leslie Lokko prende l'architettura con la coda dell'occhio: liturgie e progettualità condivise, letteratura e cinema, tutto concorre a rivedere lo spazio contemporaneo

Written by Francesco Agostini il 30 May 2023

Adjaye Associates. Ph. Andrea Avezzù

Con il vaporetto, Venezia la si raggiunge velocemente, tra le briccole in legno che come sentinelle si ergono dal mare per indicare la rotta. Una rete marittima collega tutto l’arcipelago della laguna, da Murano a Torcello arrivando fino a Chioggia. Così è fino alle Biennali: perché lì la scala dell’arcipelago esplode. Diventa globale.

Il 20 maggio ha aperto a Venezia la 18° Biennale di Architettura, curata da Lesley Lokko – architetto scozzese di origini ghanesi – che è molto più di un architetto. La Lokko capisce presto che gli strumenti che ha a disposizione non bastano per descrivere la sua progettualità, e inizia dunque a scriverla (e a descriverla) con i suoi romanzi. La sfida che ha lanciato ai singoli paesi, che ha per titolo: The laboratory of the future, è stata proprio quella di cambiare lo sguardo frontale sull’architettura per inserirsi, di lato, tra le problematiche del presente. Non per niente la Biennale 2023 è una prospettiva multidisciplinare che pone l’accento non tanto sulla ricerca materiale e formale – che canta ormai troppo spesso l’inno alla noia – ma sui nuovi sentieri progettuali che frastagliano il mondo contemporaneo. Tanto è che le sezioni espositive prendono i nomi di celebri film, come Force Majeur. metraggio di Ruben Östlund vincitore a Cannes nel 2014, che presta il nome alla sezione al Padiglione Centrale dove Lesley Lokko mette in scena il dramma e la metafora del suo continente, l’Africa, tanto inospitale quanto destinato a condizionare il futuro. Anche Dangerous liasons, sezione della mostra presentata all’Arsenale, ruba il nome al pluripremiato film del 1988 sceneggiato da Christopher Hampton, per raccogliere tutti quei practitioner che, come firme senza nome e collettive, tracciano territori e geografie comuni su cui agire in concertazione.

In questa edizione il fil rouge che scorre tra la ghiaia dei Giardini si trova sotto i nostri piedi. Lo sguardo si sposta verso il basso e ciò che vediamo, tra quei colori che prendono spazio in ampie campiture nel manifesto, è la terra.

In questa edizione il fil rouge che scorre tra la ghiaia dei Giardini si trova sotto i nostri piedi. Lo sguardo si sposta verso il basso e ciò che vediamo, tra quei colori che prendono spazio in ampie campiture nel manifesto, è la terra. Ma non stiamo parlando dell’immagine di un pianeta azzurro e lontano come Earthrise , ma del suolo: una materia che si coltiva, si scava, si annusa, si raccoglie e si sfrutta, si penetra con colorate tubazioni e si calpesta per danzarci sopra. Il medium narrativo ha però bisogno di un focus che riesca a cogliere la componente del tempo, e non parliamo di piante, sezioni o modelli, ma di immagini, video e parole.

Il Padiglione della Spagna, ad esempio, con la mostra Foodscapes – Mangiando, digeriamo territori porta in rassegna le agro-strutture radicate al terreno nella filiera alimentare della Spagna attraverso cinque cortometraggi. Nel Padiglione della Germania il pavimento è rimosso, così che si possa intravedere quel che sta dietro a ciò che è costruito: con Open for Maintenance il visitatore è alla stregua di un attore in un teatro, e può così mettere mano al cabinet di meraviglie dimenticate composto dai materiali delle scorse edizioni. Tra chi crivella con il trapano e chi sferraglia con ago e filo, il padiglione si trasforma così in officina. La partecipazione si fa opera e ognuno è chiamato a immaginare, con le proprie mani e prima di tutto per sé stesso, le nuove strade che questi tesori consentono di intraprendere.

Ma è quando il suolo si percepisce con tutti i sensi che questa idea della terra colpisce nel segno. È il caso del Padiglione del Brasile, insignito del Leone d’Oro come miglior Partecipazione Nazionale. Anche se in questi giorni di metà maggio le nuvole veneziane sono indecise tra pioggia e timidi sprazzi di sole, all’interno, benché al coperto, si viene investiti da un forte odore di petricore. È il grande tappeto sul pavimento composto da terra bagnata a caratterizzare lo spazio brasiliano con quello che tra i sensi è il più sottovalutato: l’olfatto. Si dice che la memoria olfattiva sia molto radicata ed efficace, nel senso che tendiamo a pensare all’odore di casa la domenica o al profumo dei capelli di chi ci sta lontano. I volumi, ricavati anch’essi dal suolo, rimembrano i rigidi edifici del paesaggio della capitale, ma si ridimensionano non appena respiriamo a piani polmoni, trasportandoci nell’atmosfera domestica che i curatori vogliono evocare. Quell’odore acre e dolciastro ricostruisce, nella memoria di chi l’ha vissuto, un immaginario indigeno condiviso che si accompagna alle pratiche spaziali di riparazione presenti nel territorio contemporaneo brasiliano.

D’altronde, quando si parla di architettura e di spazio, si parla inevitabilmente anche di muri.

Tornando a occuparsi delle scale di pertinenza, dei piccoli territori, il politico torna più che presente e visibile nella pratica architettonica. Basta pensare al Padiglione della Russia, che resta vuoto dato il forfait dei suoi artisti, mentre l’Ucraina torna prepotentemente dopo nove anni alla Biennale rappresentando nello Spazio Esedra dei Giardini la rete di fortificazioni del X secolo che l’anno scorso ha rallentato l’avanzata russa verso Kiev. Nella forma della trincea, in Before the Future, il suolo viene così sventrato e diventa un luogo di incontro che ospita eventi di dialogo per tutta la durata dell’Esposizione. Le tensioni proseguono con il ritiro della Cina dopo la critica dell’Ambasciata al lavoro del collettivo di Rotterdam Killing Architects che ha presentato ciò che avviene nei campi di detenzione del XinJiang contro le minoranze etniche e religiose. D’altronde, quando si parla di architettura e di spazio, si parla inevitabilmente anche di muri: muri che a volte vengono distrutti, a volte vengono condivisi, come nel caso del Padiglione Svizzero e quello del Venezuela, ma purtroppo spesso vengono alzati per dividere.

Cosa fare dunque? Qual è la giusta reazione? Quale la risposta necessaria di chi questo mondo lo abita? Il Padiglione della Gran Bretagna Dancing Before the Moon ci suggerisce di sdraiarci verso l’alto per ammirare i riti che la diaspora ha portato in Inghilterra, seguendo le parole di James Baldwin: «C’è chi desidera colonizzare la luna e chi danza di fronte a lei, come se fosse una vecchia amica». Come non apprezzare poi l’intento della Francia, quando nel suo Padiglione un globo specchiato si trasforma in teatro: this is were we live, this is where we dance, this is where we die, ed esplode in un ballo tanto sfacciato quanto straziante. La danza si rende espressione della diversità di ognuno e intanto ogni spettatore si sente scrutato e riflesso negli specchi che circondano il pianeta-teatro: you are all beautifull. È evidente che qui gli artisti cercano una nuova liturgia, un nuovo luogo dove condividere gli stessi valori, dove lo spazio diventa politico in senso etico ed estetico in senso politico. Arriviamo alle Tese delle Vergini, ed ecco finalmente il Padiglione Italia: Spaziale – Ognuno appartiene a tutti gli altri. È il lavoro dei Fosbury Architecture che, con le parole di Nicola Campri, membro del collettivo under 35, ci racconta l’importanza di attivare dei processi nel territorio e allo stesso tempo di rappresentarli con la giusta chiave epistemologica. Qui l’emozione gioca un ruolo fondamentale tra le sfumature di azzurro della tenda che nasconde l’entrata, oltre la quale si trovano sparsi suoni, coni di sale, absidi plastiche e case tappeto. È un rito di sintesi corale: nove installazioni site-specific sparse in tutta Italia e riportate simbolicamente qui. Questi rapporti tra pratiche, persone e territori riacciuffano con tutti i sensi il carattere di un luogo, un territorio comune a diverse istanze, diversi luoghi che se opportunamente coltivato, proprio come il suolo, diventa capace di assumere un senso, un’urgenza e una pratica condivisa nel tempo.

Insomma, riflettendo sul titolo di questa Biennale, ci rendiamo conto che l’argomento in primo piano non è tanto il futuro, una prospettiva lontana verso l’utopia, bensì proprio il laboratorio nel quale lo si sperimenta. Dove si trova allora? Dove oggi è importante lavorare? Possiamo dirlo con certezza: sta sotto i nostri piedi, a terra, perché è con la terra, oggi esplosa in un inedito arcipelago, che l’uomo sta cercando nuovi rapporti, nuove liturgie, nuovi patti di convivenza che radichino il nostro immaginario in altre concezioni di spazio.