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Roma 2026: un formicaio esplosivo

Vitalità e riorganizzazione della scena culturale, caos, gentrificazione e AI. Buon anno e in bocca alla Lupa!

Written by Giulio Pecci & Nicola Gerundino il 29 January 2026

Orribile immagine generata da Chat GPT

di GIULIO PECCI

“Nelle puntate precedenti”.

Scusate, ho sempre voluto dirlo. Sono un paio d’anni che ci siamo proposti di fare questi recap periodici e analisi di ampio spettro. Provare insomma ad avere uno sguardo che tirasse le fila di una città, per estensione un paese, attraverso la sua produzione e consumo culturale. Replichiamo alla fine di questo primo assurdo mese del 2026.

Ma partiamo dal 2024, appunto. Alcune delle cose che osservavamo alla fine di quell’anno erano come l’offerta di Roma fosse ormai dominata dal fattore locale, forzato da costi di produzione sempre più fuori controllo. Notavamo come il problema degli spazi rimanesse cruciale: pochi luoghi di aggregazione, spesso più piccoli, quelli storici invece poco ispirati o con grandi problemi cui far fronte. Iniziavamo ad osservare una linea sempre esistita ma ora spudoratamente visibile anche in campo culturale – quella di classe.

Quest’ultimo è un problema affrontato nel 2025 in un articolo dedicato. Si faceva un’analisi di alcune delle criticità in questo senso, con due specifici elefanti nella stanza: da una parte la sempre più difficile accessibilità alla cultura per tutti; dall’altra la scomparsa pressoché totale della classe economica medio-bassa nel sistema del lavoro culturale. Due dati di fatto che portano con sé effetti gravi come un’offerta sempre più standardizzata, poco varia, e la mancanza di rappresentazione di classe nelle forme artistiche e nella vita culturale tutta. Poco dopo si aggiungeva una riflessione sul ruolo del clubbing, di natura più specifica ma comunque in relazione a tutti questi discorsi. Si esplorava infatti come il clubbing fosse ormai definitivamente una forma di anestetizzazione capitalistica, più che una forma viva e vegeta di controcultura e associazionismo generativo.

Eccoci quindi a̴̰͎͍̝̎͆͐̿̑ͅl҉͕͕̘͗̂̊l̶̟̮̱̾͊́ͅͅe̴̥̜͇̟̪͗͛g̶̝͚̭̭͊̄r̸̜̞̀̈ḁ̵̯̗͐̂m҈̯͓̦͇̆͋̿͌e̴̱͖͔̤͊̀ň̷̞̳̯̱̎̓̋t̴̰̪̥̬̓̓̊͒e̴̤̦̣͉͋̐̚ arrivati all’inizio del 2026, l’anno con il maggior numero di conflitti armati attivi dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Di cosa parliamo oggi se parliamo di cultura, di musica, a Roma? Cos’è successo nel frattempo? In buona parte ci avevamo visto giusto. Quello che è oggi il panorama della Capitale sembra essere una risposta a tutte le criticità che avevamo sottolineato e su cui avevamo iniziato a ragionare. In un certo senso anche all’instabilità che anima il globo in questo momento.

Oggi Roma è una sorta di formicaio. Brulica di attività come non succedeva dal pre-covid, con una logica a volte incomprensibile a chi non la vive da dentro. Alla scomparsa dei luoghi di aggregazione e delle possibilità economiche non è corrisposta la mancanza di voglia di fare, vedere, ascoltare. Così ci si è adattati. Non ci sono locali dove stipare quattrocento o più persone fisse, una volta al mese? Bene, ci saranno tre o quattro eventi al mese da cento persone scarse. Una risposta naturale: così si tagliano i costi di produzione, si riducono i rischi per i locali, gli organizzatori e anche gli artisti.

C’è stata insomma una scomposizione, una dispersione, con una fioritura improvvisa di collettivi, progetti di curatela, spazi ibridi. Il caso di studio più indicativo rimane quello della musica. Ormai si suona ovunque, dal temporary shop al locale classico, dal circolo ARCI alla casa privata, dagli istituti di cultura ai musei e le chiese. Ogni settimana ne esce fuori una, qualcuno si ingegna per realizzare un concerto o una serata barcamenandosi tra i limiti di oggi. Fra gli ultimi arrivati solo nel 2025 includendo collettivi, locali e molto altro annoveriamo Flaming Creatures, Vestalia, Shhh/Peaceful, Scivoliiiii, LIMINAL, Technicolor, Trasformativa, Baccano Dischi, Kina, Rhizome (per la programmazione “live”), L863.

Una piacevole sorpresa poi è che alla scomposizione e frammentazione dell’offerta non corrisponde isolamento. Tutte queste realtà si conoscono e collaborano, sopratutto quando c’è da buttare il cuore oltre l’ostacolo (economico), unire le forze per superare barriere oggettivamente difficili da superare in altro modo. Qualche esempio: il percorso clamoroso che Klang sta intraprendendo da ormai diverso tempo, con una sfilza di rassegne di livello altissimo quasi sempre in collaborazione con altre realtà. L’ultima unendo le forze con Diacronie, altra perla semi nascosta di questa città e che ha iniziato organizzando eventi dentro una chiesa – giusto per tornare al discorso di necessità virtù e location inventate. Si può anche fare l’esempio del prossimo concerto dei Širom, promosso da ben cinque realtà diverse: Baccano Dischi, Flaming Creatures, Monk, Trenta Formiche e TutteCittà. Lato clubbing è nato un progetto come Konnect, che mette insieme tutti i collettivi più freschi della città – da Reveries a Fleurs Sonores, da Collective Mood ad Armonie 27, Scimmie Marine e scordo sicuramente qualcuno.

Sembra avverarsi oggi, almeno in parte, quello che ci eravamo augurati durante il COVID: a scomposizione e difficoltà materiali corrisponde una maggiore tendenza alla collaborazione. Così come, per forza di cose, a una maggiore mescolanza di pubblico e di discipline. Costretti fuori dalle comfort zone, tutti si affacciano al mondo dell’altro, ibridandosi e trovando soluzioni creative. Forse stiamo tornando (per lo meno nel mondo underground: non parliamo di mainstream o di chi mira ad accedere al mainstream come unico goal dichiarato) a un rapporto più umano, uno a uno, tra curatori e locali, tra pubblico e serate e in ultimo tra artisti e promoter. Scrivo questo perché l’ho provato sulla mia pelle nell’ultimo anno. La situazione è talmente difficile che praticamente tutti sono disposti a sedersi a un tavolo e ascoltare l’altro, senza troppi calcoli opportunistici dietro. Questa la parte positiva di una situazione forzata, sicuramente non scelta e sicuramente non ideale sotto molti punti di vista.

Le difficoltà economiche hanno cambiato il nostro approccio all’ascolto e alla fruizione culturale. Oggi è più facile trovare concentrazione e vera voglia di fruizione all’interno di situazioni ibride, ai limiti del funzionante e con venti persone piuttosto che in un evento ospitato da un locale con tutti i crismi. I primi a capirlo sono stati proprio gli artisti, che ormai hanno adattato i propri show a tutte le situazioni possibili. Molti infatti mandano in giro in automatico tech rider che includono varie formazioni, dalla full band al dj set, passando per live in solo, duo, trio e via dicendo.

Roma è sempre sull’orlo dell’abisso ma oggi sembra aver trovato uno stranissimo quanto precario non-equilibrio, che accetta il caos come sua componente fondamentale e finanche regolatrice. Forse è proprio questa condizione esistenziale a fomentare la creatività a più non posso. Qualcosa che altre città italiane stanno facendo fatica a trovare, in primis Milano. E infatti chi vive la capitale può testimoniare un flusso costante di milanesi alla ricerca di linfa vitale che nell’ultimo anno si è intensificato sempre di più. In generale Roma sembra vivere un momento di immigrazione e reimmigrazione della classe creativa, una cosa che è successa abbastanza ciclicamente: prima c’è stato il momento di Milano come place to be, poi Torino, poi tutti a Palermo e via dicendo. Alla fine della fiera se si chiama Città Eterna un motivo ci sarà.

Chiaramente c’è sempre lo spettro della gentrificazione culturale dietro l’angolo, cosa che sottolineavamo già nel 2024. Onestamente però ad oggi non sembra essersi avverato nulla di tutto ciò. Troppi pochi soldi in circolo, troppo difficile a volte capire le norme che regolano le bolle creative romane (quando il caos è la norma può succedere), troppo grande, anarchico, eterogeneo e dispersivo tutto, poco formattabile e brandizzabile. Poi chiaramente sì, ci sono state incursioni, infiltrazioni, operazioni di dubbio gusto o che hanno fatto storcere il naso, eventi e iniziative atterrati in città come navicelle e che spesso infatti hanno fatto grandi buchi nell’acqua. È vero poi che questa città diventa sempre più invivibile: non si trova casa, gli stipendi sono quelli che sono, gli spostamenti farebbero bestemmiare il Papa, quando l’olio inizia a scarseggiare ci viene l’ansia al pensiero di ricomprarlo.

Quello che scalda un po’ il cuore però, è proprio che il tessuto culturale di Roma sembra essere in comunicazione diretta con tutto ciò. Non lo ignora, non lo nasconde, non lo celebra e non lo idealizza. Semplicemente lo sa e lo tiene in considerazione in modo endemico. Questo mi porta verso la conclusione, verso la stessa domanda che ponevo nel 2024: continuiamo ad amare e odiare Roma per quello che è o per quello che potrebbe essere? Quale sarebbe poi questo essere in potenza? Si è mai veramente avverato, vorremmo sul serio che si avverasse?

La realtà è una: quando si abbassa il livello di frenesia, di agonismo, Roma con il suo disordine e la sua lentezza pachidermica riesce a dare il meglio. Roma è quel calciatore brasiliano dalla tecnica sopraffina ma lentissimo e con il fisico da lanciatore di coriandoli. Veste calzettoni senza parastinchi, tirati giù, i capelli lunghi portati all’indietro e una maglia a maniche lunghe anche d’estate. È completamente inadatto ai ritmi folli e muscolari del gioco contemporaneo. e proprio per questo fa innamorare perdutamente chi lo guarda. Viene buttato in mezzo al campo alla fine della partita, quando sono tutti stanchi e il suo genio si accende senza la pressione di dover over-performare: d’altronde basta un tocco di prima ad occhi chiusi per accendere la luce. Questi giocatori quando funzionano non hanno nessun difetto. Ma se non si accendono, allora lì iniziano i drammi. Quindi in realtà un unico grande difetto ce l’hanno: la mancanza di equilibrio. E infatti anche Roma…

di NICOLA GERUNDINO

Lo scorso 23 gennaio a Roma si sono tenute due assemblee pubbliche: una nel V Municipio, una nello spazio pubblico autogestito Strike. Ce ne sarebbe dovuta essere una terza in zona Montagnola (VIII Municipio), ma è stata rinviata per evitare sovrapposizioni. Pochi giorni prima, il 10 gennaio, un’altra, partecipatissima, ha portato alla chiusura per diverse ore di via Santa Croce in Gerusalemme, con il palco dedicato agli interventi posizionato di fronte l’ingresso dello Spin Time, per discutere dei timori relativi proprio al suo sgombero. Tutti questi appuntamenti hanno avuto un tema comune: i cambiamenti urbanistici e immobiliari che stanno interessando Roma e che la interesseranno nel futuro. Intendiamoci, dal dopoguerra in poi a Roma si è sempre costruito: la città si è allargata costantemente, con un movimento concentrico verso la periferia che ne ha dilatato il diametro in maniera totalmente disordinata – anzi, decisamente schizofrenica. Una vecchia abitudine che non è cambiata – fatevi un giro ora tra Grotta Perfetta e Cecchignola – ma è stata affiancata dall’arrivo delle gru in aree decisamente più centrali.

Cosa si sta costruendo o si vorrebbe costruire? Case, alberghi, (sedicenti) studentati. Posti letto, insomma. Si sta costruendo a San Pietro, in via del Crocifisso (Techbau/MCA); in Piazza dei Navigatori (il progetto Fo.Ro. Living, sempre a firma MCA); la società Barings ha acquisito gli spazi di via Umberto Partini, proprio di fianco la ferrovia; la demolizione della vecchia Fiera di Roma sulla Colombo è già a buon punto per fare spazio alla nuova “Città della gioia”; a pochi metri di distanza c’è il complesso di via del Caravaggio che doveva essere sostituito con cinque palazzine, di cui una di settanta metri circa; poi ci sono le sfide ancora aperte dei Mercati Generali a Ostiense e del complesso Ama alla Montagnola. Persino la struttura di via Costantino, passata alla storia locale come “il bidet”, ha trovato un nuovo acquirente che ha già avviato i lavori: la catena Radisson. Ogni passaggio in entrata e in uscita dalla Tangenziale Est ci ricorda quale destino è toccato all’Ex Dogana, mentre qualche spettro ancora aleggia sull’area dell’Ex Snia, tra Prenestina e Casal Bertone. Un quadro che si riempie di senso nel momento in cui si leggono alcuni numeri dell’anno giubilare appena trascorso, forniti dallo stesso Comune: da gennaio a dicembre 2025 ci sono stati 22,9 milioni di arrivi, di cui 12 milioni dall’estero, con 52,92 milioni di presenze, rispettivamente +3,42% e +2,87% sul precedente primato storico del 2024. Se ha questo si aggiunge un generale appeal di “umanità”, “vivibilità” e “godimento” che Roma ha guadagnato rispetto ad altre mete formative e lavorative nazionali, e che tra sette anni ci sarà un nuovo Giubileo straordinario, alle conclusioni si arriva facilmente.

Qualche anno fa, raccontando delle trasformazioni in nuce di San Lorenzo, avevamo preannunciato che il destino di quel quartiere avrebbe anticipato quello di tutta Roma, e che la partita si sarebbe giocata sui “vuoti” della città, su un patrimonio di spazi e immobili, anche pubblici, la cui destinazione d’uso ne avrebbe determinato il segno generale. Ci siamo, la partita è iniziata ufficialmente e in campo ci sono fondi, grandi capitali nazionali e internazionali, cifre a molti zeri che danno corpo e sostanza a una delle parole chiave dei Duemila: gentrificazione. Non quella paradigmatica e muscolare, che bussa alla porta di casa e ti dice che lo stabile in cui sei in affitto è stato venduto e l’affitto ora è triplicato, per cui o paghi o te ne vai (e te ne vai), ma una gentrificazione più obliqua e fittizia, quasi incantesimale, che spinge a rialzo qualsiasi prezzo: come se un immobile per magia fosse in grado far levitare gli stipendi degli abitanti e migliorasse la quantità e la qualità dei servizi del quartiere in cui si trova. La realtà invece è che siamo in un Paese con i salari fermi da trent’anni, se non addirittura arretrati nel potere d’acquisto (dati Censis/OCSE).

Le città storicamente hanno avuto un senso come modello di aggregazione per la possibilità di condividere e abbattere costi e consumi e offrire, allo stesso tempo, maggiori opportunità di guadagno e sicurezza. Si sono basate su una ripartizione di onori, oneri e servizi da parte di istituzioni, privati e cittadini. Nel momento in cui le prime due entità si uniscono per spremere come un limone la terza, allora il banco salta e le città non hanno più molto senso di esistere. Assomiglierebbero piuttosto a una sorta di esoscheletro architettonico privo di vita: un monumento su scala gigante, indistinguibile da una chiesa fuori dall’orario della messa o da un foro di duemila anni fa, a uso e consumo di una classe agiata locale e internazionale. In questo contesto generale, la vitalità culturale che Roma dimostra ancora di avere al di fuori dei circuiti ufficiali, e che abbiamo sopra descritto come un brulicare che riscopre la mutualità e l’interscambio e si annida in spazi piccoli ma vividi, rischia di diventare un formicaio: un circuito sì vitale, operativo e solidale, ma destinato a collocarsi – metaforicamente, ma forse anche letteralmente – sottoterra, perché la superficie è appannaggio di chi se la può permettere. E la notte vuole dormire in silenzio, senza troppe rogne sotto il portone. Una distopia classica, pronta però a trasformarsi in profezia se accompagnata da una prolungata cecità collettiva.

 

C’è un altro elemento – percepito come fantascientifico e lontano, sebbene sia già attuale e dominante – che potrebbe rendere ancora meno fruibili economicamente le città e le loro proposte culturali per una grande fetta di popolazione: l’AI. Durante il World Economic Forum che si è chiuso pochi giorni fa a Davos, in molti si sono concentrati su Musk e i suoi annunci di robot di prossima commercializzazione e server lanciati nello spazio per sfruttare al meglio l’energia del sole e il freddo siderale; altri invece hanno ripreso le parole del premier canadese Carney (ex banchiere), che ha tolto il velo di Maya sulle attuali relazioni internazionali, dichiarando nero su bianco che non esistono più delle regole e leggi comuni, ma solo rapporti di forza. Un po’ in sordina invece sono passati i moniti della bulgara, Kristalina Ivanova Georgieva, attuale direttrice operativa del Fondo Monetario Internazionale, pronunciati durante un panel dedicato all’AI. L’aspettativa generale, secondo la Georgieva, è che nei prossimi anni il 60% dei lavori nelle economie avanzate (40% nelle altre) saranno toccati dall’AI, o perché migliorati, o perché trasformati, o perché cancellati: «Uno tsunami sul mercato del lavoro».

Allo stato attuale, sempre nelle economie avanzate, a essere migliorato dall’AI è un lavoro su dieci e chi lo svolge viene anche pagato di più. Questo vuol dire una maggiore quantità di soldi spesi in attività che richiedono per lo più lavoro non qualificato – Georgieva fa l’esempio della ristorazione – e mantengono in qualche modo stabili i livelli occupazionali. Ciò che l’AI invece sta tagliando sono le mansioni dei lavori di primo ingresso, con le fasce più giovani che iniziano a fare fatica a trovare impieghi di livello medio-alto, cosa che inevitabilmente porterà a una compressione nei lavori che saranno meno toccati dall’AI e quindi a una diminuzione dei salari nella classe media e bassa. Sullo sfondo, una preoccupazione generale, espressa anche da Christine Lagarde nello steso panel: l’AI si sta muovendo a velocità esponenziale e non esistono regolamenti che la limitino. Questo perché, stando a quel che racconta Lagarde, sono gli stessi detentori dell’AI a volerne gestire i limiti dal punto di vista del bene pubblico, per capire fino a dove possono spingersi nell’innovazione. «We don’t konw how to make it safe, we don’t know ho to make it inclusive», dice Georgieva. Se anche nella stanza dei bottoni la luce è spenta, c’è poco da stare tranquilli…