Non ho mai conosciuto una fan o un fan di Ultimo. La volta che ci sono andato più vicino è stata dal barbiere. Il cliente nella poltrona accanto alla mia raccontava che la ragazza sarebbe andata al suo concerto monstre a Calatrava.
“Ma non je piace, je l’hanno regalato il biglietto”.
Ecco, mi sembra il riassunto perfetto. Ultimo è uno di quegli artisti così generalisti e senza personalità da far presumere che possa piacere a chiunque. Al punto da spingere qualcuno a regalare un biglietto del suo concerto, come fosse uno di quei box shampoo-bagnoschiuma-balsamo Tesori D’Oriente che si regalano a Natale. C’è anche un’altra possibile lettura, forse più vicina alla realtà: alla ragazza del mio compagno di doppio taglio Ultimo piace eccome, ma lui si vergogna ad ammetterlo. Fosse questo il caso: perché?
La mia vita lavorativa si svolge senza ombra di dubbio all’interno di una bolla culturale, quella personale decisamente di meno. Eppure in entrambe non ho mai incontrato nessuno che ammettesse esplicitamente di ascoltare e apprezzare Ultimo. Continuo a battere su questo punto per un motivo preciso: è statisticamente impossibile. Al suo concerto a Calatrava sono andate 250.000 persone, da tutta Italia. Un numero senza senso. Sapete quante città in Italia, su circa ottomila comuni, ospitano più di duecento-cinquanta-mila persone? Dieci. Roma, Milano, Napoli, Torino, Palermo, Genova, Bologna, Firenze, Bari, Catania.
Al concerto di Ultimo a Roma c’erano più persone di quante ne vivono nella maggior parte delle città italiane. È un dato che lascia impietriti per numerosi motivi. Sarebbe facile scandalizzarsi, concentrandosi sui “meriti” artistici, ma non ha alcun senso. Lo sappiamo tutti che Ultimo non è De André (che mai ha fatto numeri del genere), non è neanche Vasco (che invece li ha fatti). Artisticamente parlando, il più grande complimento che gli si possa fare è quello di aver scelto un nome d’arte perfettamente rappresentativo della qualità della sua musica.
Il punto principale qui è la gestione di un evento di questa portata, che smaschera una volta di più le dinamiche senza alcuna logica che dominano gli eventi dal vivo a Roma e in Italia, così come il concetto di cultura in generale.

I “GRANDI” EVENTI
“Il concerto di Ultimo a Tor Vergata è stato uno straordinario successo. Una sfida organizzativa senza precedenti, affrontata con competenza, professionalità e grande spirito di collaborazione, resa possibile da quasi un anno di preparazione, da una pianificazione accurata e dall’impegno condiviso di istituzioni, organizzatori e di tutti i soggetti coinvolti. È questa la forza del modello Roma: programmare con largo anticipo, coordinare competenze diverse, far lavorare insieme istituzioni, aziende e organizzatori e affrontare con successo anche le sfide più complesse.”
Questo il commento del sindaco Roberto Gualtieri due giorni dopo l’evento, in una nota ufficiale diffusa dall’ufficio stampa del comune. Gli ha fatto eco Alessandro Onorato, l’attuale assessore ai Grandi Eventi, allo Sport, al Turismo e alla Moda di Roma Capitale. “Il modello Roma funziona e la città ha solo guadagnato: oltre 650 mila euro per i servizi pubblici erogati pagati dagli organizzatori, oltre 2 milioni di euro di tassa di soggiorno generate da oltre 156.000 persone arrivate da fuori Roma e un indotto complessivo che supera i 90 milioni.”
Non credo di essere l’unico a scoprire in questo modo l’esistenza di un “modello Roma”. Ora, potrei continuare a divertirmi scrivendo arabeschi con un tono un po’ gonzo, ma andiamo dritti al punto. Il modello Roma qui descritto non è altro che quello della città vetrina; dello spremere un evento o un fenomeno (qualunque) fino al suo ultimo centesimo. È il modello del miglior offerente, dell’incasso come unico regolatore e unica ragione di esistenza; dei dati e dei record numerici come unico lascito all’interno della storia della città. Sull’aspetto culturale infatti nessuno dei due si esprime, ed è surreale: stiamo parlando di un concerto.
Il modello di Gualtieri e Onorato è quello di una città che aspetta un privato che la ricopra di soldi. Invece di coltivare il proprio sostrato culturale dal basso verso l’alto, di dargli la possibilità di crescere e di innervare il tessuto urbano e culturale, creando sempre di più connessioni, sostenibilità, identità e riconoscimento nazionale e internazionale, pensa di fare il bene di Roma ragionando al contrario: dall’alto verso il basso. Ma in realtà da un alto che si ferma all’alto. Tutto ciò che è veramente culturale in questa città non è toccato dalla pioggia di milioni portata dal brand di turno (perché il “povero” Ultimo questo è per il Comune: un brand). Ne è anzi schiacciata definitivamente.
I “PICCOLI” EVENTI
Il fatto è che un modello Roma esiste già. Solo che viene in larga parte ignorato, sicuramente non valorizzato. Non è quello del concerto di Ultimo o dei dieci di Vasco l’anno prossimo, di sicuro non è quello dell’opulenza senza senso dei concerti al Circo Massimo. Tutte cose che non ci invidia nessuno, a cui nessuno guarda come un modello, come a un’innovazione o una vittoria su un fantomatico nemico – che altro non sarebbe se non la storica ingovernabilità di questa città. Il modello Roma è quello del formicaio, di pazzi incoscienti che si imbarcano in imprese disperate per mantenere vivo il tessuto culturale della città. Quello che su queste pagine raccontiamo ogni giorno insomma. Nell’arco del 2026 in questo senso Roma è esplosa, non c’è stata città Italiana che abbia retto il confronto per numero e qualità di eventi musicali (e non solo) di piccola caratura numerico-logistica, ma di grande audacia e intraprendenza culturale.
La sensazione è che gli occhi di tutta Italia e non solo, anche d’Europa e oltre, siamo puntati sulla Capitale. Quest’anno c’è stata un’evidente migrazione o reimigrazione verso Roma da parte di chi fa o vuole fare cultura: questo anche è indotto, che purtroppo spesso finisce per alimentare solo i conti correnti dei palazzinari. Il paradosso è che tutto questo lavoro difficile e meraviglioso, svolto in sordina e senza nessun aiuto, sarà impossibile da capitalizzare per chi ci si è dedicato. E non tanto in senso economico, figuriamoci, (“Passione ce vole, passione!”) ma proprio in termini di crescita (o anche solo equilibrio) della proposta culturale. Probabilmente infatti, salvo miracoli, il 2027 sarà in discesa. Le maglie di possibilità si stanno stringendo, gli attori che hanno buttato il cuore oltre l’ostacolo (curatori, promoter e locali) non possono certo continuare a sostenere un modello in perdita – di economia e salute – vita natural durante.
Insomma il modello Roma proposto dal comune è in realtà un corpo assolutamente estraneo a Roma stessa. Il contraltare di un concerto di Ultimo dei record (anche nei disagi ai residenti e agli stessi avventori, ma di questo le note stampa fanno una menzione molto parziale) ed iniziative simili è quello dell’impoverimento generale dell’offerta culturale quotidiana, nonostante tutti gli sforzi di cui sopra. Se l’attenzione della politica cittadina e le licenze concesse vanno solo in direzione di questi eventi, a tutti gli altri non rimane che barcamenerarsi nell’impossibile burocrazia, nella lista di regole infinite e inclementi che rendono impossibile operare. Ormai non si trovano neanche più bandi pubblici dedicati alla cultura per immaginare qualcosa a medio termine.
Di tutto ciò l’esempio perfetto è la chiusura sistematica degli spazi indipendenti e politicizzati (processo in moto da ben prima di Gualtieri) – ad esempio è di questi giorni la notizia dell’ennesima chiusura dell’Angelo Mai. Così come fa notare puntualmente l’organizzazione di Renoize, che si è trovata costretta a a cambiare i piani non rispecchiandosi più nelle scelte della sua storica casa, il Parco Schuster.
“Le scelte che ci siamo trovatə a fare ci hanno posto delle domande. La nostra città quanto è diventata terreno di profitto? Non è più possibile convivere con il modello del grande evento e della privatizzazione degli spazi pubblici, è giunta l’ora di immaginare nuovi modi di abitare la città!”
Insomma per la più banale regola del capitale il modello del comune divora tutto ciò che è piccolo per concentrarsi solo su quello che è grande. Lo fa con una miopia e una sfrontatezza che fanno bollire il sangue nelle vene.
Ad esempio, tra le varie licenze concesse ad Ultimo e il suo carrozzone, c’è stata quella di paralizzare in buona parte il servizio dell’ospedale di Tor Vergata e quella di vedere per la prima volta nella storia una metro di Roma funzionare ventiquattr’ore su ventiquattro. In questo senso le dichiarazioni di Eugenio Patanè, assessore alla mobilità, dimostrano una volta di più lo scollamento dalla realtà. “I numeri straordinari registrati da Atac in occasione del concerto di Ultimo confermano non solo l’eccezionale richiamo di questo evento, ma soprattutto la notevole capacità di risposta del nostro sistema di trasporto pubblico di fronte a flussi di traffico di proporzioni enormi”
Sfido un pendolare qualunque a leggere queste parole e non sentirle colare sulla guancia come uno sputo. Anche perché basta fare un veloce calcolo: in una città da circa tre milioni di abitanti, durante un weekend normale quante persone desidererebbero potersi spostare con i mezzi? Direi che a 250.000 potremmo arrivarci senza fatica, anzi, superarli con serenità. Questo dato non è lontanamente considerato durante l’anno, gli spostamenti sono infernali e impossibili e spesso a risentirne sono proprio i piccoli e medi eventi culturali che perdono pubblico, quindi introiti, quindi la possibilità di continuare a fare proposta. Anche questi non sarebbero soldi in circolo per la città?

BASTA “EVENTI”
La mia modesta proposta è questa: basta con gli eventi. Di tutti i tipi. Basta con i dj set nelle macellerie, con gli chef che cucinano ovunque meno che in cucina, basta con le presentazioni dei libri e dei film, basta pure con i concerti.
Adottiamo il modello Roma del comune: la città si affitta un tot di volte all’anno per grandi eventi privati milionari. Concerto di Ultimo o sagra della porchetta dei record è la stessa-identica-cosa. In quelle occasioni metro aperta h24 e ospedali dedicati, via il codice della strada, si può dormire, mangiare, pisciare e cacare sui marciapiedi. Tutto il resto del tempo invece, chiusi in casa. Non deve volare una mosca, non deve esserci un sussulto culturale che sia uno. La metro possiamo chiuderla alle nove di sera. Sembra esagerato ma pensa un po’, una grande prova generale l’avevamo fatta PER MESI in virtù dei magnifici lavori per il Giubileo. Lavori per lo più indirizzati a un fantomatico “restyling” delle linee. Non potenziamento, non aggiustamento: restyling. Una vetrina, appunto.
Adottiamo il modello Roma del comune: una città culturalmente morta, senza nessuna proposta culturale degna di questo nome, senza nessuno spazio di aggregazione reale e trasversale. Un meraviglioso set di cartone pronto a far sussultare i milionari che hanno voglia di usarlo come scenografia per la propria megalomania, come cartolina della propria felicità – a là Dua Lipa con Palermo, Jeff Bezos con Venezia. Roma (e il concetto di grande città in generale) corre in questa direzione come una enorme palla di fuoco. Lo spettro della milanesizzazione in questo senso è reale, eccome: tra sistema “week”, brand ovunque e arene iconiche possedute direttamente dalla più grande multinazionale al mondo specializzata nell’organizzazione di eventi e concerti dal vivo, possiamo dare il capoluogo lombardo già per lo più perso in quanto ad autonomia culturale cittadina.
L’unica cosa che sta ancora evitando lo schianto definitivo di Roma è lo sforzo sovrumano di una moltiplicazione di Sisifo pazzi e disperati. Solo che è umano: prima o poi tutti noi non avremo più voglia di rischiare di essere arrotati da una enorme palla di fuoco, per chiuderci in casa secondo modello del comune. Oppure (ri)troveremo la voglia di unirci in una sorta di gigante maglia elastica e rispedire quella palla al mittente.
Ciò che fa veramente cadere le braccia è che in confronto a Raggi e Alemanno il comune guidato da Gualtieri è avanguardia pura: nessuno sano di mente lo scambierebbe con quei due. Ma tutte queste criticità esistono ed è l’ora di prenderle in considerazione, sul serio. L’impulso non può arrivare sempre e solo dal basso per poi cadere invano inascoltato, depredato e ignorato. Che si guardi anche un po’ dall’alto verso il basso, rendendosi conto che il vero tesoro è quello che già c’è e che potrebbe diventare tanto di più. Insomma: qualcosa che in questa città già esiste e va solo valorizzato. Quella sarebbe veramente la creazione di un “modello” che in Italia (e a dire il vero in Europa) in questo momento non può vantare praticamente nessuno.
