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2A+P/A

Questo ottobre il Parc Floral di Orléans ha accolto un padiglione permanente progettato dallo studio d'architettura romano 2A+P/A. Ne è nata un'intervista che dall'eredità di Sottsass arriva al futuro di Roma.

Written by Nicola Gerundino il 17 October 2018
Aggiornato il 24 October 2018

Matteo Costanzo e Gianfranco Bombaci. Foto di Giulio Aleandri.

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Roma

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Architetto

Da un libro a una Biennale, da Ettore Sottsass a un curatore di orgine algerina attivo in Francia. Le vie attraverso le quali un progetto diventa un’opera concreta sono infinite e quelle che hanno portato l'”Architettura monumentale” di Sottsass a trasformarsi in un padiglione permanente nel Parc Floral di Orléans passano anche per Roma e incrociano lo studio 2A+P/A di Matteo Costanzo e Gianfranco Bombaci, una delle realtà più interessanti dell’architettura romana dell’ultima decade. Con loro abbiamo parlato delle vicissitudini di questo progetto, di Sottsass e della sua eredità, fino a dare uno sguardo sulla Roma del presente e del futuro: una città che ancora si può rialzare e correre, se avrà il coraggio di volerlo.

2A+P/A, “Cabinet of Curiosities”, padiglione alla Biennale di Orléans, 2017.

 

Siamo alla fine del 2018 e una delle vostre ultime istantanee di quest'anno sarà l'inaugurazione di "Cabinets of Curiosities", un padiglione nel Parc Floral di Orléans che nasce da un disegno di Sottsass. Partiamo da qui, dalla storia di questo disegno.

Si tratta di un disegno realizzato da Sottsass in occasione della mostra “Architetture attenuate” alla Galleria Antonia Jannone di Milano nel 2003. Faceva parte di una serie di 24 disegni dove
venivano descritte altrettante architetture possibili. Una sequenza di viste molto colorate, dipinti a pastello e assonometrie di edifici e spazi che in qualche modo ci raccontano un’idea di architettura. Una costellazione di progetti, spesso architetture isolate e astratte, che sembra formata da riflessioni e da ricordi personali, luoghi visitati e fotografati
attraverso un dipinto, forse deformato, di quella immagine sospesa nella mente. Ogni disegno ha un titolo, e spesso è proprio il titolo che permette di comprendere meglio cosa Sottsass volesse raccontare, o meglio, il carattere di quello che stava descrivendo. Quello su cui noi abbiamo lavorato ha un titolo enigmatico: “Architettura monumentale”. Un titolo che ne amplifica il valore, ma che non chiarisce nulla su cosa quell’architettura possa contenere. Questo era evidente osservando nello specifico l’immagine stessa. Anche analizzando le informazioni presenti nel disegno stesso, osservando le proporzioni, le dimensioni dei vari elementi presenti, della porta, delle finestre, l’altezza del colmo, quel volume nero sarebbe potuto essere qualsiasi cosa: un edificio, una tomba, una chiesa, una centrale elettrica o una cuccia per il gatto. Nessun elemento riusciva esattamente a definire una dimensione possibile di quell’architettura.

Come vi siete imbattuti in questo disegno?

L’incontro è avvenuto grazie a un libro. Abbiamo in studio diversi libri di Ettore Sottsass e in particolare uno è stato molto utile per cercare di capire come lavorava e cosa disegnava. Si tratta di “Sottsass 700 Drawings”, una sorta di antologia di disegni organizzati in ordine cronologico: un archivio di disegni, appunti, memorie, schizzi, che si susseguono parallelamente alla vita dell’autore. Una sorta di autobiografia per immagini in cui ogni periodo storico attraversato da Sottsass è perfettamente leggibile nella sua produzione grafica: una lunga sequenza di progetti di diversa natura che va da gioielli a tappeti, da texture a edifici, da vasi a illustrazioni. Una costellazione di segni e tracce del suo pensiero. È grazie a questa pubblicazione che è nato il progetto per “Cabinets of Curiosities”.

Quando avete deciso di trasformare l'incontro con questo disegno in un’architettura concreta?

L’idea è nata diversi anni fa, in occasione della Biennale di Architettura di Venezia curata da David Chipperfield nel 2012 dal titolo “Common Ground”. Con la nostra rivista, San Rocco, abbiamo realizzato un’istallazione sull’idea di collaborazione in architettura, dando vita a un grande modello di quell’architettura magicamente descritta dal disegno di Sottsass e immaginando il suo interno. Quel disegno è un’assonometria, svela solo le due facciate esterne di un misterioso volume nero. Dopo un po’ di tempo abbiamo iniziato a realizzare una serie di disegni, immagini e fotografie al modello. Abbiamo quindi documentato tutti i ragionamenti, tutti gli aspetti della nostra proposta per completare idealmente quell’architettura così ambigua e imperscrutabile. Con il passare del tempo era addirittura nata la malsana idea di comprare un terreno e costruirla. In seguito Abdelkader Damani, il direttore del Frac Centre di Orléans, durante una sua visita a Roma ha visto i disegni e il modello del progetto e questi coincidevano perfettamente con il tema della prima Biennale d’Architettura di Orléans che stava organizzando proprio in quel periodo: “Walking Through Someone Else’s Dream”. Il progetto esprimeva in maniera molto esplicita, quasi letterale, questo tema ed è quindi nata l’idea realizzare questo desiderio, questo sogno.

Nel trasportarlo dalla carta alla realtà gli avete anche attribuito una natura: quella di camera delle meraviglie.

Il disegno di Ettore non aveva alcuna funzione definita. Noi abbiamo immaginato inizialmente che potesse essere una casa, una casa isolata di fronte al mare. Esiste un documentario sul lavoro di Sottsass dove, per alcuni istanti, lo si vede nel patio della sua casa a Filicudi mentre colora davanti al mare la volta nera di “Architettura monumentale”. Ci eravamo inizialmente ispirati a questa immagine. Poi le esigenze curatoriali della Biennale di Orléans e le intuizioni di Damani ci hanno poi spinto a reinterpretarlo come “Cabinet of Curiosities”.

Come avete già accennato, il progetto "Cabinet of Curiosities" è stato concepito per la prima edizione della Biennale d'Architettura di Orleans. Che tipo di manifestazione è e perché avete deciso di aderire?

Abbiamo avuto la fortuna di partecipare alla storia di questa Biennale fin dal suo concepimento. Ci ha offerto fin dall’inizio l’occasione di esaudire un nostro sogno: come avremmo potuto dire di no? Crediamo sia stata una delle manifestazioni culturali più interessanti della scorsa stagione. Anzitutto è la prima Biennale organizzata da un museo: usualmente le Biennali vengono organizzate da istituzioni che non hanno una collezione così ricca come quella di un museo. È stata una notevole operazione per mostrare e rendere ancora viva l’incredibile collezione del Frac e allo stesso tempo implementarla e integrarla con nuove acquisizioni.

Il padiglione che avete realizzato è piaciuto talmente tanto che diventerà permanente, all’interno di un parco.

Il padiglione è uno spazio vuoto con pianta quadrata e contiene una struttura gialla: un elemento autonomo che abita lo spazio voltato creato dalla sua forma esterna e che può essere reinterpretato dai diversi autori invitati a esporre al suo interno. Per questa prima
edizione abbiamo curato noi la prima wunderkammern, rivestendo le pareti di 36 disegni che rappresentano altrettante nostre ossessioni che provengono dal mondo dell’architettura, dell’arte e del design. Progetti, oggetti o opere che descrivono il nostro immaginario di riferimento e abbiamo riprodotto e interpretato secondo una nostra “norma” grafica.

Tornando a parlare di Sottsass, qual è il vostro rapporto con il suo lavoro, cosa ha rappresentato e cosa rappresenta per voi oggi?

Sottsass per noi rappresenta una figura particolare nel panorama italiano e internazionale degli architetti. Forse perché è stato molto di più. Sottsass era quello che si potrebbe definire un artista, in tutte le sue forme. Una figura rinascimentale immersa nelle dinamiche culturali del suo tempo, dagli anni Cinquanta all’inizio del nuovo Millennio, che ha prodotto un universo di tessiture, colori, superfici, lucentezze, forme elementari, nelle quali crediamo sia sempre possibile trovare la chiave per poter sviluppare un’architettura.

L'eredità di Sottsass a Roma è rinchiusa tutta in una casa, siete mai riusciti a vederla?

No, purtroppo.

A Roma voi fate base e avete iniziato il vostro percorso anni fa. Quando e com'è nato lo studio 2A+P/A e quali sono stati i primissimi progetti a cui avete lavorato?

Il nostro studio nasce nel 2008, dopo diversi anni di collaborazione con altri amici con cui condividevamo uno spazio nel quartiere Monti. Fin dall’inizio abbiamo lavorato per riuscire a realizzare le nostre idee. Ma i nostri progetti sono stati all’inizio prevalentemente lontani dalla nostra città. Solo nel 2007, grazie a un lavoro per la Notte Bianca – un giardino temporaneo a piazza Capranica – abbiamo iniziato a realizzare una serie d’istallazioni d’architettura e d’arte. Recentemente stiamo
lavorando a due edifici, ma preferiamo non parlarne prima della loro realizzazione.

Roma è stata un terreno fertile per i vostri progetti? Quanti e quali siete riusciti a realizzare?

Roma è una fonte d’ispirazione continua. È ancora oggi un archetipo urbano dal quale è possibile far partire riflessioni sulla condizione contemporanea. Le sue contraddizioni, la sua
modernizzazione incompleta, il suo essere metropoli e villaggio allo stesso tempo, il suo rapporto tra storia gloriosa ed espansione generica e mediocre, la rendono paradossalmente una città estremamente contemporanea. Non a caso è il territorio che studiamo assieme ai nostri studenti del Royal College of Art di Londra: in particolare il settore est della città, dove tutte queste caratteristiche sono portate alle estreme conseguenze. Con loro attraversiamo la città dal centro fino a Borgata Finocchio: un potenziale laboratorio a cielo aperto, dove ricercare nuove forme di ritualità collettiva. A Roma, tuttavia, in questi ultimi anni si lavora poco. La crisi del settore e l’immobilismo politico ci costringono a una drammatica fase di stallo. A Roma abbiamo realizzato per lo più interni, allestimenti e installazioni temporanee. L’effimero della città eterna.

Qual è il vostro rapporto con questa città e che tipo di città è per voi?

Come per tutti i romani, il nostro è un rapporto conflittuale. Abbiamo scelto di restare qui malgrado le difficoltà e i malfunzionamenti. Problemi in realtà comuni a tutte le grandi capitali europee, dove estensione, numero di abitanti e pressione turistica stressano l’organismo urbano portandolo sempre al limite. Roma in questo ci sembra paradossalmente mantenere la calma, a volte anche troppo, mettendoti nelle condizioni di riflettere, di pensare. Senza dubbio gli ultimi dieci anni hanno segnato profondamente la città, non solo nel suo aspetto, ma soprattutto nella sua capacità di esprimersi. Si è messo da parte il valore della sua cultura, motore principale non solo dell’economia, ma dell’immaginario stesso di Roma. Guardiamo con grande interesse a quello che sta cercando di fare Giovanni Caudo come presidente del Terzo Municipio assieme al suo assessore alla cultura Christian Raimo. Ripartire dalla cultura come strumento di aggregazione, come atto di pedagogia civica. In una città ormai incattivita e preda di sciatti individualismi e rendite di posizione, crediamo sia l’unico e cruciale modo per ripartire.

Come definireste il rapporto tra questa città e l'architettura contemporanea?

È una condizione di tensione. Non crediamo sia una città incapace di esprimere una sua contemporaneità a causa del peso della sua storia millenaria. Al contrario, vediamo in questa condizione un potenziale e un’unicità che poche città europee possono esprimere. La modernizzazione della città – così come quella del Paese – è avvenuta in modo disomogeneo e incompleto, immersa in un mare di edilizia mediocre e male infrastrutturata, ma, paradossalmente, potrebbe offrire oggi un’occasione progettuale unica. Ci vorrebbe però una visione chiara e condivisa, capace di andare oltre le fazioni e i consensi immediati. Un progetto collettivo di rinascita della città.

Andando in giro per Roma mi chiedo sempre come e cosa possa cambiare e spesso la risposta che mi do è che probabilmente da qui al camposanto non la vedrò trasformata più di tanto, avendo alla sua base un'architettura principalmente di tipo abitativo per cui al massimo si aggiunge (leggi costruire) e non si sostituisce. È così anche per voi?

Su questo non siamo d’accordo. Roma sta cambiando, profondamente. Basta attraversare quartieri periferici come Monte Sacro o Centocelle per percepire un profondo processo di metabolizzazione. È una questione che riguarda più lo spazio interno, nella sua capacità di cambiare funzione agli spazi e di conseguenza a interi settori urbani. Se un tempo la vita pubblica romana si concentrava esclusivamente nel cento storico, oggi assistiamo a un proliferarsi di centralità.

Storicamente i vostri lavori sono molto sensibili e vicini ai temi del paesaggio, della natura e della sostenibilità. A Roma sono piani destinati a rimanere separati da quello dell'architettura?

Con il suo sistema di parchi, ville e circondata dall’agro romano, Roma rappresenta anche su questi temi un archetipo molto interessante. Cinghiali, pecore e volpi, oltre il fatto di cronaca in sé, raccontano di una metropoli unica al mondo dove i pastori si possono spingere fino in centro città attraverso le rovine dell’Appia Antica. Da Roma c’è molto da imparare e su Roma c’è molto da progettare.

Se vi dessero in mano le chiavi della città cosa fareste? Dove andreste a intervenire da subito?

Inizieremmo proprio da quello che è stato trascurato negli ultimi anni: la capacità di espressione culturale della città. Da troppo tempo questo aspetto cruciale è abbandonato a iniziative isolate basate sulla generosità degli operatori. Intendiamoci, Roma ha un calendario di eventi eccezionale, non intendiamo dire che a Roma non succede nulla. Quello a cui aspiriamo a fare è la costruzione di un clima di coesione e sinergia tra la ricchezza di iniziative, figure professionali, realtà consolidate, indirizzandolo verso la costruzione di un rinnovato immaginario della città.

Ci sono nuovi studi/gruppi di architetti con base a Roma di cui state monitorando il lavoro?

Da Roma nascono sempre buone idee (tipica arroganza romana!). Ci sono moltissime realtà interessanti che stanno progressivamente prendendo posizione. Il gruppo Orizzontale è ormai una realtà consolidata, capace di rendere la scarsità delle risorse, la cifra della loro capacità di autoproduzione, ad altissimi livelli. Poi ci sono stARTT e T Spoon che hanno la capacità di allargare lo sguardo ai territori e ai paesaggi. E poi ancora SUPERVOID, WAR, SET Architects, La Macchina Studio, che esprimono una capacità progettuale e di narrazione molto interessante.

Se l'architettura "costruita" è un terreno difficile, quello dell'architettura “parlata” è un terreno un po' più fertile. A voi si devono le esperienze di San Rocco e Campo. Visto che della seconda abbiamo già discusso, parliamo della rivista. Da quale necessità è scaturita e con quali risultati?

San Rocco è una bellissima avventura iniziata quasi dieci anni fa. È un progetto editoriale che condividiamo con tantissimi amici che lavorano in altri studi di architettura come baukuh,
Salottobuono e OFFICE KGDVS, fotografi come Giovanna Silva e Stefani Graziani, con la cura grafica di Pupilla Grafik. È una pubblicazione di architettura che ha avuto uno straordinario – e anche imprevisto – successo, perché ha riportato al centro del dibattito il progetto di architettura. Avevamo già prodotto un rivista a cavallo del Millennio – si chiamava, appunto, 2A+P – ma San Rocco ha avuto un respiro più internazionale e soprattutto è riuscita a costruire una significativa comunità di persone che condivideva la stessa esigenza: parlare dell’architettura e delle sue implicazioni, attraverso progetti, non legati all’attualità, ma piuttosto ampliando la prospettiva storica. Ed è una rivista da leggere, con poche immagini e molto testo.

Dietro il nome San Rocco c'è una storia di architettura italiana.

Il nome proviene da un progetto di Aldo Rossi e Giorgio Grassi per un quartiere di Monza chiamato, per l’appunto, San Rocco. Del progetto esistono alcuni disegni e un modello dove campeggia a lettere cubitali la scritta “Monza San Rocco”. Nelle tante discussioni sulla scelta del nome da dare alla rivista, San Rocco alla fine ci permetteva di raccontare alcune cose: l’idea di collaborazione alla base del progetto editoriale, l’inquadramento di un approccio editoriale legato ad alcuni riferimenti precisi, l’ironia di un provincialismo proteso verso un contesto internazionale (la rivista è solo in lingua inglese). E aggiungiamo anche che San Rocco è il santo protettore degli appestati…

Torniamo lì dove siamo partiti. Abbiamo detto che quella di Orléans sarà per voi una delle ultime istantanee del 2018? Le altri quali sono state?

Tanti viaggi a Londra, tanti progetti di concorso. Abbiamo raggiunto un terzo posto a Milano per la nuova biblioteca di Lorenteggio.

Quella che vi tenete più stretta?

L’esperienza a Londra al RCA è molto stimolante. Il Master in Architecture vede coinvolti come lecturer alcune delle figure più interessanti in Europa in questo momento. Ed è per noi un’ulteriore occasione per riflettere su Roma.

Quella che invece non vorreste vedere più?

Le foto di una città incapace di reagire, impaurita e intollerante.