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Fuori Sede: una conversazione con Francesca Marinetti Barbi e Marco Delogu

Il Festival delle Accademie e degli Istituti di Cultura stranieri visto dalla curatrice dell'edizione 2026 e dal Direttore di Palaexpo

Written by Nicola Gerundino il 8 June 2026

Foto di Giovanna Silva

Dopo tre edizioni focalizzate su un momento espositivo, quest’anno il Festival delle Accademie e degli Istituti di Cultura stranieri è centrato su una serie di incontri, volti al racconto e al confronto. Uno slittamento voluto per far emergere la rete che unisce questi numerosi, piccoli, cosmi, e la città che li ospita. Un unicum preziosissimo che è fonte perenne di pluralità culturale e di sguardi, di diversità e ripensamento, di riflessioni e prospettive altre, di lingue e di linguaggi che possono scardinare letture dominanti e polverose. Ne abbiamo parlato Francesca Marinetti Barbi e Marco Delogu, rispettivamente curatrice dell’edizione 2026 e dal Direttore di Palaexpo, entrambi da anni legati a diversi di questi luoghi.

 

Partirei dal nome di questa edizione del festival, Fuori Sede. Il fuori sede nel gergo comune è una persona dislocata dalla sua normale casa, e che, se curiosa, può leggere la città in mille modi diversi e arrivare a conoscerla anche più a fondo di chi ci vive.

Francesca Barbi Marinetti: Esattamente. Qualcuno ha storto un po’ il naso leggendolo, perché sembra descriva degli universitari che faticano ad arrivare in città. In realtà questo titolo non riguarda solamente i borsisti, che naturalmente si spostano dalle loro città di origine e sono qui per periodi diversi a seconda di quelle che sono le offerte dell’istituzione di riferimento, ma è anche per noi che a Roma abitiamo. È un invito ad avere uno sguardo che si disloca dal solito modo di vedere la nostra città e di relazionarci all’arte contemporanea che matura all’interno del tessuto cittadino stesso. È un’opportunità meravigliosa poter avere uno sguardo “fuori sede” attraverso le attività di Accademie e Istituti. Carlo Emilia Gadda ha scritto un saggio bellissimo intitolato “Il viaggiatore sedente”. Ecco, noi abbiamo la possibilità di avere uno sguardo che viaggia pur stando fermi nella città. Quando si entra in un Accademia si entra in un mondo diverso, ognuno poi caratterizzato da un proprio linguaggio, quindi non solo c’è una pluralità di cultura, ma anche una pluralità di modi di approcciarsi a esse e di farle dialogare.

In che modo e con quali obiettivi avete costruito il palinsesto di questa edizione?

F.B.M. L’obiettivo di fondo rimane lo stesso: creare maggiore consapevolezza di questo bacino straordinario che abbiamo. È un po’ quello che succede con la Quadriennale: in tanti prenotano con mesi di anticipo per andare a vedere la Biennale di Venezia, invece la Quadriennale di Roma la sfiorano soltanto. È un peccato perché Roma ha a che fare con il contemporaneo in maniera storica: siamo la prima città del mondo che ha cominciato a fare mostre d’arte contemporanee ed è venuto fuori proprio in una delle precedenti edizioni di questo festival, “Sublime Cliché”, curata da Lorenzo Benedetti. L’Accademia di San Luca, ad esempio, realizzava mostre di quelli che ora sono considerati maestri, ma al tempo erano assolutamente contemporanei. Tornando al palinsesto, quest’anno abbiamo voluto valorizzare la rete tra queste istituzioni e la città attraverso una serie di incontri e non con una mostra. Abbiamo anche provato a fare un punto su quanto è stato fatto finora e per questo abbiamo chiesto la partecipazione dei curatori e delle curatrici delle mostre delle tre edizioni passate: Cecilia Canziani (“Roma, A Portrait”, 2023), Lorenzo Benedetti (“Expodemic”, 2024) e Saverio Verini (“Sublime Cliché”, 2025).

Come sono andati i primi incontri a maggio.

F.B.M. Molto bene. Abbiamo inizato con un panel sul post-colonialismo, cercando di capire quali sono le dinamiche che si sviluppano e come si sentono quelle culture che, pur vivendo nella loro terra d’origine, sono minoritarie. Ne abbiamo parlato con Latefa Wiersch (in mostra ora all’Istituto Svizzero); Chelsea Winstanley, filmmaker Māori il cui lavoro documenta l’autodeterminazione indigena all’interno delle istituzioni dell’arte contemporanea; e Diogo Rodrigues de Barros della Bibliotheca Hertziana. In particolare, è stato interessante lavorare con l’Ambasciata Neozelandese, perché non esiste ancora un’Accademia di questo Paese, ma si sta formando proprio ora. Il contributo di Chelsea Winstanley è stato molto importante: la conversazione con lei c’è stata non solo attraverso la parola della sua lingua originale, ma anche attraverso il canto, perché nelle popolazioni maori la comunicazione ha a che fare molto con la vibrazione della voce. Noi il canto rituale lo associamo magari a qualcosa di più sacrale, ecclesiastico, ma per tanti invece è molto più legato alla natura, alla terra, alla forza del territorio.

Rispetto alle edizioni precedenti, su cosa avete voluto puntare di più in questa dal punto di vista della curatela?

F.B.M. Le tre mostre su cui sono state centrare le precedenti edizioni del Festival sono state bellissime e le ho amate tutte e tre. In quelle occasioni, ovviamente, c’è sempre stato un grande lavoro da parte di Palazzo dell’Esposizioni per valorizzare il momento dell’inaugurazione: un momento molto importante, che però con il passare dei giorni si è un po’ dispeso. Per questo abbiamo cercato di avere dei momenti più dislocati e di rafforzare i rapporti tra le istituzioni, a cominciare dall’Assessorato alla Cultura di Roma Capitale che, insieme al Presidente Delogu, ha voluto portare avanti il Festival anche quest’anno. Quindi è stato importante dare spazio alle Accademie per rafforzare la propria rete e avere degli interlocutori con cui lavorare sempre più seriamente.

Quanto è importante per Accademie e Istituti avere dei riferimenti e referenti istituzionali, in città e della città?

F.M.B. Molto. Sono molto contente di questo progetto, al quale partecipano sempre con piacere, e sono anche consapevoli dell’importanza di avere “sponde” del genere. Lo sono da sempre in realtà, ma diciamo che da quattro anni c’è quella che potremmo definire una strategia comune. Poi bisogna sempre distinguere, perché ci sono realtà come Villa Medici che sono ormai abituate ad aprirsi e dialogare con l’esterno, altre che lo sono meno. Tutte sono contente di ritrovarsi in situazioni che non sono “autoriferite”, nel senso che non sono realizzate da loro direttamente, ma da terzi. Quando si comunica poi aumenta la possibilità di condivere progetti e farne nascere di comuni, che vadano anche oltre questo appuntamento annuale. Quando si crea rete poi è più facile reperire e attirare fondi, che per Accademie e Istituti sono vitali.

Marco Delogu: È importantissimo che con Accademie e Istituti ci sia un coordinamento costante, che duri tutto l’anno. Non è un attività semplice perché è frutto di tante situazioni e di tante lingue diverse, in una città che rende difficile incontrare persone così straordinarie. Roma non è una citta veloce, “da festival”: qui è più complesso muoversi, coordinarsi e organizzarsi. La fruizione è complicata e si arriva al paradosso che dei luoghi così importanti, con un’identità fortissima, non vengano percepiti da una larga fascia della popolazione. Dal canto loro, anche i borsisti hanno un po’ il timore di restare “prigionieri” di luoghi bellissimi e perdere tanti treni rispetto a quello che succede a Roma in varie discipline contemporanee. Roma spesso viene percepita come soffocante, ma se ogni tanto si riescono ad avere delle boccate d’aria, se ogni tanto si riesce ad andare attraverso Istituti e Accademie in Francia, in Inghilterra o in Germania, beh si inizia a respirare di più, meglio, e la città cambia.

Negli anni avete riscontrato una maggiore compenetrazione tra questo mondo e Roma? Io in parte sì, per esempio ci sono borsisti che girano anche in circuiti cittadini, come spazi espositivi o gallerie, e i curatori romani sono chiamati a intervenire negli istituti.

F.M.B. Forse in questo caso la domanda è più importante della risposta: è più importante che sia tu a fare questa considerazione che non io! Comunque la risposta è sì, assolutamente sì.

Tra i vari eventi del programma di questa edizione del Festival mi sembrano molto interessanti gli incontri relativi al Premio Strega.

F.M.B. Abbiamo voluto coinvolgere lo Strega perché è uno degli appuntamenti più riconosciuti in assoluto, dal nostro Paese e fuori. Questi tre incontri con tre vincitori del Premio (nda) sono per noi come un trampolino di lancio messo a disposizione a degli atleti che sono già straordinari e sono pronti a tuffarsi nel variegato mondo dei linguaggi contemporanei e della creatività. È un momento che può aiutare a costruire una rete e una visibilità. Riguardo questi incontri è importante sottolineare due cose: la prima è che siamo portati a pensare ai borsisti principalmente come artisti visivi, invece ci sono anche scrittori e narratori; la seconda è che questi incontri non si rivolgono esclusivamente alla letteratura, ma più in generale alla scrittura, non necessariamente al prodotto letterario, quanto a una più generale autorialità. Soprattutto gli autori più giovani sono ormai abituati a dialogare e confrontarsi con diversi media, non solamente quello dell’editoria.

Cosa vi piace delle letture che i borsisti danno di Roma durante le loro residenze?

F.M.B. Per me non è tanto importante il racconto della città, quanto il fatto che loro siano portatori e portatrici di un diverso racconto della realtà. Hanno un gusto, una cifra estetica che appartiene a una cultura altra. E questo elemento, se sfruttato bene, può portare a guardare tante cose in modo diverso, a liberarsi delle aspettative, degli standard. Gli europei in generale, e in particolare noi italiani, abbiamo sempre delle aspettative molto alte in termini di resa estetica, perché abbiamo un bagaglio che è dominante. Questo è un bene, ma è anche un peso, perché spesso pecchiamo di incapacità, non abbiamo leggerezza nello sguardo.

Una domanda per Marco Delogu: negli anni passati hai diretto l'Istituto di Cultura a Londra, ti chiedo un racconto di quella esperienza e se a Londra, come in altre città, questo circuito di istituti stranieri c'è e, se sì, come viene vissuto.

M.D. L’istituto Italiano è il secondo più grande di Londra dopo quello francese e dirigerlo é stata un’esperienza molto bella, ma anche segnata dall’arrivo della Brexit. In ogni caso, anche grazie a una combinazione molto positiva con l’ambasciatore Pasquale Terracciano, sono stati anni caratterizzati da una vita culturale pazzesca: abbiamo realizzato l’Italian Theatre Festival; abbiamo portato in mostra per la prima volta in Inghilterra i “Quaderni del carcere” di Antonio Gramsci; abbiamo ospitato dei Premi Strega come Claudia Durastanti ed Edoardo Albinati. Per la letteratura italiana è stato poi un periodo davvero particolare perché è esploso il mito di Elena Ferrante e da quel momento i romanzi italiani tradotti in Inghilterra sono passati da sette a quindici. Abbiamo sviluppato un rapporto molto solido con il cinema d’essai Curzon grazie a Philip Knatchbull: con lui, per esempio, abbiamo portato “Fuocoammare” di Gianfranco Rosi; poi “Il racconto dei racconti ” di Garrone; Pappano è venuto a parlare dell’opera e delle sinfonie italiane. Insomma, Londra è una città che ti permette di fare davvero tanto se hai un po’ di sprint in più. Per quanto riguarda una rete di istituzioni culturali straniere, semplicemente non esiste: quello che c’è a Roma è davvero un unicum inestimabile. Il più delle volte ci sono dei rappresentati culturali in seno alle ambasciate nazionali che si attivano di tanto in tano, specialmente in occasione delle feste nazionali.

Personalmente siete legati a uno di questi luoghi più degli altri?

F.M.B. Io sono molto legata all’Accademia Americana, sia perché l’ho frequentata da ragazza, grazie a un professore che aveva preso un anno sabatico e con cui avevo stretto un’amicizia molto profonda quando ero veramente molto giovane, sia perché ho vissuto molto tempo negli Stati Uniti. Mi piace però scoprire anche realtà come il Circolo Scandinavo, in cui ci sono realtà molto piccole che fanno uno sforzo enorme per esserci, come la Groenlandia o l’Islanda per esempio.

M.D. Io sono legato moltissimo a Villa Medici. Ho realizzato lì due mostre personali, nel 1997 e nel 2008. Nel 1997 ho portato un lavoro che avevo fatto l’anno precedente a Parigi, dopo una residenza di sei mesi presso l’IRCAM Centre Georges Pompidou in cui avevo ritratto decine di compositori di musica contemporanea, da Boulez a Xenakis. Il progetto è stato esposto al Pompidou nel 1996 e a Villa Medici l’anno successivo. Nel 2008 invece si trattava di una retrospettiva personale, con oltre settanta fotografie in bianco e nero. Pensare e allestire una retrospettiva ha significato stare giorni e giorni a Villa Medici. Anche con l’American Academy ho sviluppato un rapporto stretto perché lì c’è una Fototeca molto importante e sono passati grandi fotografi e artisti significativi, da Matthew Monteith a Tim Davis.