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Roma Est finest diner: Banana presenta Pompa Malatesta

Trasformare un distributore di benzina dismesso in un burger bar è impresa per pochi. Servono impegno, passione per il cibo e una vera fissa per tutto l'immaginario dei diner e fast food

Written by Nicola Gerundino il 15 December 2022
Aggiornato il 19 December 2022

Foto di Roberta Pitrone

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Roma

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Roma

“Allora, facciamo un po’ di chiarezza: non ho un ristorante. Non mi chiamo Banana Burger, Banana Burger è il nome di questa simpatica serie di video, quindi se mi incontrate per strada non dite «Oh ce sta Banana Burger». Non è che se incontri per strada Maria De Filippi dici «Oh ce sta C’è posta per te». Chiamatemi Banana, anche se non è il nome che ho sulla patente”. Ecco, siccome le parole sono importanti, come diceva diversi film fa il Nanni nazionale, ora che Banana un locale se l’è aperto sul serio – assieme a Gian Marco Saolini – non fate l’errore di passare da Banana Burger a Pompa Malatesta. Era scritto nelle stelle che il mattatore di un fortunato format a cavallo tra cibo e musica aprisse una sua attività nel mondo del food & beverage? Forse sì, ma, come le storie migliori, il caso ci ha messo il suo zampino, anzi, lo zampone, visto che senza pandemia e relativi lockdown probabilmente tutto questo non sarebbe successo.

 

 

Considerata la tua passione per il cibo, sapevi che prima o poi avresti aperto un locale o è un qualcosa che non avevi per nulla premeditato?

Ad aprire un locale ci pensavo da tempo: è da sempre un mio pallino, solo che non è mai scattata quella scintilla per cui dici “ok, vai, è il momento di lanciarsi perché questo è il posto giusto”. Io sono così, o una cosa mi convince al 100% oppure non la faccio, perché non ho il privilegio di potermici dedicare per hobby: le forze che posso mettere su un qualsiasi progetto sono esclusivamente le mie. In passato ho avuto delle proposte per accostare il nome Banana Burger a un locale, ma ho sempre evitato di mescolare quella parte della mio lavoro. Non escludo però che in futuro da Pompa Malatesta ci sia qualcosa legato o ispirato al mondo Banana Burger.

Sei andato tu in cerca del posto giusto o è stato Pompa Malatesa ad arrivare in qualche modo a te?

La seconda. Un paio di anni fa un amico mi chiama e dice di aver trovato una situazione per un nuovo locale e di aver subito pensato a me per gestirlo in società. Siamo andati a dare un’occhiata e appena l’ho visto ho detto subito sì: «Qualsiasi cosa vuoi farci io ci sto, non so come, non so cosa, ma ci sto!». Poi questa persona è stata chiamata da Bastianich per avviare un ristorante a Milano e gli ho detto di accettare senza pensarci due volte: «Vai dal nostro amico Joe e pijate Milano!». Nel frattempo sono andato avanti lo stesso perché il fatto che si trattasse di una vecchia pompa di benzina mi aveva esaltato troppo. Ho un debole per i diner statunitensi e per l’immaginario, anche grafico, legato ai fast food: è un qualcosa che mi affascina da sempre.

Tra la trattoria da strada provinciale e il diner da Route 66 cosa scegli?

Più o meno parliamo sempre di confort food, di cibo non troppo sofisticato che ti fa sentire a casa e tranquillo quando lo mangi. Che poi è quello che piace a me. Il diner però è esteticamente più appagante: è troppo più fico dai!

Raccontaci come siete intervenuti sullo spazio e siete riusciti a ricavare un locale da una stazione di servizio.

Guarda, parliamo di un posto che non era semplicemente dismesso, ma completamente abbandonato e distrutto. Aveva anche un impatto negativo sulla via in cui si trovava: era un angolo buio, tutto sfasciato, che portava regolarmente le persone a camminare dall’altro lato della strada. C’era anche un comitato che manifestava e chiedeva di ripulirlo e risistemarlo. L’idea di restituire al quartiere uno spazio totalmente fatiscente ha reso tutto il progetto meno scontato e gli ha dato quel pizzico di scommessa che di solito ti spinge a fare le cose con più brio. Infatti, quando ho capito che per far funzionare questo posto ci sarebbero volute delle idee – poche, ma giuste – ho capito anche che avrei dato il 100% e mi sarei sobbarcato tutte le rotture che poi ho effettivamente dovuto affrontare, perché, ti assicuro, è veramente tosta aprire un locale. Il risultato finale è che Pompa Malatesta è tutto tranne che un locale canonico: negli spazi al chiuso c’è il bancone, il laboratorio e il magazzino, ma per rimetterlo a norma abbiamo perso la possibilità di mettere dei coperti all’interno. In compenso c’è un area esterna molto grande.

Hai curato in prima persona tutto il menu?

Sì, ho seguito tutto quello che riguarda la parte cibo. Non essendo un ristorante vero e proprio ho diviso il menu in dimensioni: small, medium, large, fino a xl, che sono le portate da condividere, come i taglieri. Ci sono tutti i piatti con cui sto in fissa e alcuni che o non fa nessuno o sono fatti da schifo, tipo il chili cheese dog. Un paio di volte ho provato a mangiare qui a Roma il Philly cheesesteak, un panino classico di Philadelphia, e mi volevo sparare! Io sono contrario ai panini gourmet, quelli con lo stecchino e con dentro novanta cose che alla fine non sanno di un cazzo. Sono per tre/quattro ingredienti che posso sentire e distinguere, perché penso sia molto più importante capire cosa si mangia che non vantarsi della granella di pistacchio o del velo di burrata etc. Questa moda del foodporn, del cibo da Instagram e dei panini giganti che hanno cento cose e poi non sanno di niente mi fa letteralmente cagare! Per dire, per me il panino perfetto è il cheeseburger. Quindi ho messo in menu qualche variante partendo da questa base, ho messo il BLT, bacon-lettuce-tomato, un panino che mangiavo sempre a Londra e che a me fa impazzire. Un altra cosa che ho voluto tanto, ed è forse quella su cui ho perso più tempo, sono state le opzioni vegane. Ma non quelle fesserie “verdi”, healthy, “ascolta il tuo corpo” etc. Essere vegani non vuol dire non poter mangiare una cosa zozza. Per cui ho messo nel menu tre/quattro opzioni incredibili che sono anche molto zozze. Nel periodo Covid ho seguito un regime completamente vegano per circa sei mesi e da lì ho capito un sacco di cose. Alla fine però ho mollato perché ho ricominciato con i tour e fare una dieta così restrittiva senza cucinare è difficile, rischi di mangiare sempre le stesse cose e fai molta più fatica. Durane il lockdown invece andavo al mercato tutti i giorni e cucinavo sempre piatti diversi.

C'è stato un motivo particolare per cui hai deciso di passare al vegan?

No, solo per curiosità: non sono stato mosso da una visione etica. Ogni tanto le faccio queste cose. È stato comunque uno switch interessante perché, per esempio, ho capito che alcuni alimenti mi davano fastidio e ho deciso di eliminarli, tipo i latticini. In quel periodo mi sono confrontato spesso con un mio caro amico, Roberto Cruciani – che ha una pagina Instagram abbastanza seguita dove propone un sacco di ricette vegan e parla molto di tematiche legate questo mondo – e più volte mi sono lamentato del fatto che fosse impossibile trovare qualcosa di vegano che non fosse “verde”, che fosse impossibile mangiare qualcosa di buono e gustoso senza avere quel tipo di immaginario dietro. Il panino con le polpette vegane, l’hot-dog vegano e mini burger vegani sono nati così, e forse sono davvero le cose più buone nel menu di Pompa. Le polpette sono veramente incredibili per me! Ho messo anche opzioni per celiaci, un hamburger e un triple: insomma, tutta roba con un tiro “zozzetto” e sempre realizzata con ingredienti da paura.

Durante il lockdown hai passato più tempo a mangiare o ad ascoltare musica?

Ho ascoltato solo musica che conoscevo, non mi interessava niente che fosse nuovo. Mi sono chiuso nella mia comfort zone. Quindi direi mangiare: stavo al Quadraro e avevo il mercato rionale sotto casa. Musicalmente non avevo voglia di essere deluso e diverse persone mi hanno detto di aver reagito alla stessa maniera.

In generale, come hai vissuto la pandemia?

È stato allo stesso tempo il periodo peggiore e più bello della mia vita. Più bello perché c’era un senso di uguaglianza impagabile, del tipo “ok, siamo tutti nella merda”. Mi faceva sentire parte di un qualcosa e, per quanto fosse una situazione drammatica, ci percepivo della positività: ero stranamente sereno e tranquillo. Dopo i primi mesi invece è arrivata la parte brutta, perché l’uguaglianza è finita ed è stato chiaro che lavorare nella musica o nell’arte – insomma, nel nostro mondo – non conta un cazzo, per cui ti ritrovi a essere considerato un coglione tatuato che cerca di sbarcare il lunario e non un professionista. Sono stato quasi due anni senza poter far niente e se non avessi avuto dei soldi da parte veramente non avrei saputo cosa inventarmi. Nella merda ci siamo stati per un sacco di tempo e nel frattempo vedevamo che, a poco a poco, tutti riprendevano la loro quotidianità. Fortunatamente penso di essere un tipo con la “cazzimma”, per cui quando ho visto che le cose si mettevano male mi sono detto “ok, qui si inizia a mangiare riso, a stare casa: zero viaggi, zero cazzate, perché questa cosa non si sa quanto dura”. In quel momento ho anche deciso che avrei fatto qualcos’altro perché ero sì impegnato in un sacco di progetti – i dj set, i tour con Coez, la radio, i video con Munchies etc. – ma erano tutti troppo legati tra loro. Quindi ho deciso di investire qualcosa e aprire un locale cavalcando questo sentimento per cui “o spacco tutto o vaffanculo”. A un salto del genere non pensi quando sei preso da mille altri impegni. Infatti, come ti ho detto, gli spazi di Pompa sono andati a vederli a settembre 2020.

Tornando a Pompa Malatesta, qual sarebbe la tua ordinazione ideale?

Inizierei con una pils e un bao con il maiale sfilacciato, poi il cheeseburger, le patate al forno e per chiudere una cheesecacke e uno shot di mezcal.

Quali sono i tuoi locali preferiti qui a Roma?

Nel mio ristorante preferito ci vado a mangiare da quando ho tipo otto anni e il proprietario mi ha detto che non ho mai ordinato altro se non le fettuccine con i porcini. Si chiama Pietro al Caminetto, un’osteria che sta a Roma 70 ed è a gestione super familiare. Io sono così, mi piacciono poche cose ma buone. Per esempio, un menu che mi piace molto è quello di In-N-Out Burger, una catena californiana dove puoi prendere solo hamburger e cheeseburger, doppio o triplo, con le patatine o no, punto. A Roma mi piacciono da morire anche Uliveri, dove ho girato anche una puntata di “Banana Burger”; Sakana per il sushi; poi Oienfu, un cinese che fa hot pot a Torpignattara e quando entri non pensi nemmeno di essere a Roma, veramente divertente; poi l’Osteria Grandma, che è un altro posto del cuore. Qui ci ho girato la puntata con la Dark Polo Gang.

 

A questo punto devo chiederti se hai nuove puntate di "Banana Burger" che stanno cuocendo in pentola.

Sì, quasi sicuramente ci sarà un nuova stagione di “Banana Burger”. Magari da fuori non si percepisce, ma non è facile organizzarsi con colleghi o amici del nostro mondo perché sono sempre in giro. Poi vorrei farla in un momento più tranquillo, con meno cazzi per la testa, che non è adesso, quindi se ne parlerà nella primavera del 2023, ma con Silvano (Coez, che è il 50% del format, nda) ne stiamo parlando. Per noi è un qualcosa che facciamo con piacere, quando ci va, per cui non ci deve incasinare la testa più del dovuto. Un po’ a cazzo di cane, insomma! Anche questa nuova stagione la faremo così.

Negli ultimi mesi ti abbiamo visto dal vivo al Brancaleone con un altro format, "Banana 3D", cosa ne è stato?

Anche “Banana 3D” è una roba che voglio portare avanti. Il problema è che avevo iniziata a proporla nell’autunno dello scorso anno, quando i casi Covid sono di nuovo schizzati in alto. In quel momento ho deciso di chiudermi in casa fino a gennaio perché poi sarebbero iniziate le prove del tour di Coez e non volevo mandare tutto a puttane. Poi, per fortuna, il tour è iniziato davvero e da marzo siamo andati avanti fino a settembre. Io mi sono fatto tutte le date, anche le apparizioni in tv, per cui il progetto “Banana 3D” ho dovuto metterlo un attimo in secondo piano, ma, ti dico la verità, mi piacerebbe davvero riprenderlo.

 

Come sono andati quei primi episodi?

Devo dire che è stato un test importante, mi ha colpito davvero. Insomma, ci sono rimasto: non pensavo che avere davanti tutte quelle persone che mi guardano e con cui posso sì interagire, ma fino a un certo punto, mi condizionasse così tanto. Ho capito che un conto è parlare con due/tre persone e basta, un conto è stare su un palco e parlare di qualcosa con il pubblico che ti fissa. Insomma, ho percepito veramente quello che può provare un attore di teatro. E non è affatto un’esperienza semplice.

Avere un pubblico con migliaia di persone durante i live non ti ha aiutato per niente quindi?

Lì è diverso, non parlo, o se parlo dico due fesserie, chiacchiero con gli altri della band. Ma un conto è se dipende da te tutto quello che succede sul palco, un conto è se fai parte di un meccanismo d’insieme, per cui, anche se hai diecimila persone davanti, sei più tranquillo. È una situazione che comunque mi gasa, perché stare sotto pressione non mi dispiace, anzi. Però mi sono reso conto che non è così facile come immaginavo. Ne ho parlato anche con amici attori e mi hanno consigliato di prendere qualche lezione. Io invece ho dato per scontato che una volta salito su un palco avrei chiacchierato così come mi ero immaginato e prefissato: col cazzo! Mi piacerebbe anche proporre uno show a metà tra talk e stand-up, ma fatto da qualcuno che non vuole far ridere, che è quello che penso di essere. A me ormai mi hanno accollato ‘sta roba che sono divertente, che sono uno che fa ridere, ma io in realtà non ho mai voluto far ridere nessuno. Quando qualcuno mi ferma e mi dice «Grande Bananan, me fai taja’», Silvano risponde sempre «Si vede che non lo conoscete, perché in realtà è un pezzo di merda!» e ride – lui, sì – ogni volta. Mi piacerebbe comunque fare un qualcosa centrato su di me, magari organizzerò qualche altra prova per testarmi ancora. In realtà avrei anche un altro progetto che però non so se voglio svelare.

Ormai non puoi tirarti indietro.

Va bene. Allora, io sul telefono ho una nota sempre aperta dal 2016 dove segno qualsiasi roba tremenda mi passa per la testa. Ecco, su quella nota vorrei scriverci uno spettacolo, diciamo di stand-up. Su questo file c’è scritto veramente di tutto, anche cose molto grevi che non so neanche quanto sia legale dire. Però, come per il ristorante, o è 100% o niente. Quindi la mia idea era di costruire uno spettacolo a numero chiuso, in un posto piccolo, in cui magari si firma una liberatoria, chiarendo che quello dico non è il mio pensiero reale su un fatto o un argomento, ma è come se stessi recitando un testo. Diciamo che sono delle robe malate che ho sentito o che magari ho anche pensato – come succede a tutti – ma che poi non sono idee in cui credo veramente o che determinano il mio comportamento. Vorrei andare un passo più là rispetto a tanti attori e comici che mi fanno ammazzare dal ridere, ma che iniziano a limitarsi e ammorbidirsi non appena fanno anche un solo passo verso il mainstream. Quando vedo che si svolta verso il politically correct ci rimango sempre male: è come se gli Slayer di punto in bianco volessero fare qualcosa di pop!

Chiudiamo con una domanda leggera, in tutti questi anni c'è stato uno stomaco senza fondo che ti ha particolarmente impressionato?

Conosco tante persone che mangiano tanto, ma nessuna mi ha mai veramente scioccato. Una persona che invece continua a scioccarmi per come vive lo stress dello scegliere un locale, per quanto ci tenga a mangiare bene e per quanto ci rimanga veramente male se becca il posto sbagliato, è proprio Silvano, Coez. Se ti consiglia un posto è raro che non sia buono, se invece sei tu a consigliare ti fa salire un’ansietta davvero niente male e sei tutto contento quando ti dice che ha mangiato bene. I tour praticamente li passiamo a scegliere i posti dove mangiare: è uno spaccacazzi che non hai idea!